Il labirinto di Franco Maria Ricci, se perdre c’est un plaisir éphémère

Il labirinto visto dal Belvedere. Foto di Mauro Davoli

di Roberto Longoni

Più Sisifo che Minotauro. Tanto da ritrovarsi a sognare il riposo di una di quelle vacanze evitate da una vita. «Come i Caraibi. Non che non ci sia mai stato. Ma sempre per viaggi ispirati dal lavoro». Spiagge bianche, l'amaca all'ombra delle palme. E di fronte l'oceano. Lasciarsi cullare, lasciarsi portare: da riva, senza prendere il largo. Perché anche l'alto mare, nei viali dell'onda e del vento, sa essere labirinto: immenso più ancora del deserto che Borges definì insuperabile.

Ora il labirinto più che un sogno realizzato evoca una trappola di corse contro il tempo, di strettoie burocratiche, impianti elettrici, «macchinari per il caldo e per il freddo», preventivi cresciuti in corso d'opera. «Non m'immaginavo che sarebbe stato tanto impegnativo» mormora Franco Maria Ricci. Ci sono voluti anni, per arrivare a intravvedere le pagine conclusive di questo volume immenso di mattoni e bambù. Questi ultimi, piantati alla giusta distanza, secondo le rette tracciate dall'editore e dall'architetto Davide Dutto, sono cresciuti, si sono moltiplicati. «Trentamila nel 2010, sessantamila nel 2011, e così via».

 
Un corridoio del labirinto. Foto di Massimo Listri

 

Dovremmo essere quasi al milione, ormai. Da un certo punto in poi, loro hanno fatto da soli. Ma i mattoni e il resto hanno preteso fino all'ultimo pensieri e sudore d'uomo.

Forse c'erano già, come un presagio piantato a pochi metri dalla via Emilia: pronte a oscillare al minimo refolo di vento, le canne ondeggiano affacciate sul bordo di strada Masone. Ci si arriva svoltando a destra a Sanguinaro, verso Fontanellato, poi a sinistra appena oltre il cavalcavia sulla ferrovia. Così ci si ritrova su un nastro d'asfalto appena rifatto in vista dell'inaugurazione: il primo capo del filo d'Arianna. Porta a un parcheggio da 160 posti accanto al luogo che non c'era. Sette ettari dedicati a un mito chiamato bellezza. Quella che, se non arriverà a salvare il mondo, fornirà almeno un valido motivo per la sua nascita. E magari anche un senso al percorso di un uomo.

Perché, viene da chiedere, come se ce ne fosse bisogno. Perché costruire tutto questo? Per l'unica certezza che abbiamo fino dalla nascita. «Ho capito che un giorno o l'altro si muore», dice l'editore, varcando il primo cancello. «E ho sentito il dovere di mantenere la collezione d'arte messa insieme in tutti questi anni: cinquecento tra quadri e sculture, oltre a un centinaio di disegni e un migliaio di Bodoni».

Il Labirinto come scrigno della Fondazione nata per andare oltre alle biografie. Un interno a sé stante al riparo dal mondo dei giorni. Ricci il geologo cercatore di petrolio in Kurdistan («gli americani mi paracadutavano le provviste e i soldi della paga»), pilota d'auto mancato per la morte di chi lo precedeva nel provino sotto gli occhi di Ferrari, Ricci il designer, Ricci l'editore dell'utopia, qui con il mondo dei giorni fa bene i conti: piegandolo alla propria dimensione. Ci sono voluti i soldi, e tanti, per costruire la Masone. E molti ce ne vorranno perché quanto realizzato sopravviva.

 
Spesse cortine di bambù separano i percorsi del labirinto. Foto di Massimo Listri

 

In questo senso, nulla è stato tralasciato. «Questo è il bookshop con la maggior parte dei miei libri - spiega il padrone di casa, mostrando il primo grande spazio all'ingresso». Una stanza accanto ospita la biblioteca, consultabile da chiunque, e la libreria antiquaria, forse non proprio per tutte le tasche. In un'altra, un piccolo ufficio, perché si possa fornire tutte le informazioni necessarie ai turisti desiderosi di esplorare il territorio.

Il museo comincia appena oltre. Nel segno dello stile di Fmr. Un inseguirsi di fregi neoclassici e mobili stile Impero freschi di falegnameria. Gli occhi vedono l'antico, il naso fiuta il nuovo. A dare il benvenuto, il muso infinito della Jaguar E-type. Fu acquistata all'inizio degli anni Sessanta, con il ricavato delle prime fortune editoriali, ottenute nel nome di Bodoni. L'auto è identica a quella di Diabolik. Notte a quattro ruote. Sorride Ricci: «Non concepisco altri colori che il nero». Come l'inchiostro, già. Sul fondo della sala, una grande fontana francese del 1714. «L'anno prima della morte di Luigi XIV». Da Diabolik a le Roi Soleil. Eppure, il viaggio sembra naturale, senza uscite di strada.

 
Ingresso della corte centrale. Foto di Mauro Davoli

 

Come lo spazio per le esposizioni temporanee («che in linea di massima saranno sempre presenti»), la collezione privata è al piano di sopra. Il diario di bordo di un cercatore di bellezza. Busti di marmo - di Bernini, Foggini e Merlini, tra gli altri - stanno di sentinella lungo le pareti che ospitano opere di Girolamo Mazzola Bedoli, Ludovico Carracci, Luca Cambiaso, Pietro Melchiorre Ferrari. In una sala, all'improvviso, anche tavoli e computer. «La redazione della casa editrice: non voglio che sia divisa dal museo».

Difficile immaginare ambienti di lavoro altrettanto suggestivi. Tre Ligabue, un Savinio e pezzi pregiati dell'Art Déco attendono il visitatore in un altro spazio. Ancora oltre, la stanza della Vanitas. Con i crani spolpati dai vermi dipinti da Jacopo Ligozzi e il teschio del «Memento Mori» di Maurizio Bottoni. Poteva mancare, nella collezione di un editore che in Francia chiamano Éphémère (risultato fonetico delle iniziali FMR in francese, ndr)?

Arte del bello. E dell'eleganza: in questo segno sono sorte anche le due suite di extralusso sotto la piramide e il salone delle feste, con il parquet di bambù. Arte del buono. Ricci ha riservato una manica della prima corte al ristorante. «Con menu legati alla cucina tradizionale del Parmense e dell'Italia in generale». Un'anteprima del vicino spaccio di gastronomia «che permetterà ai visitatori di portare a casa prodotti alimentari di grande qualità, specie quelli legati al territorio».

 

Fontanellato (Parma). Esterno dell'abitazione di Franco Maria Ricci. Foto di Marco Campanini

 

Chi vorrà restar leggero, invece, avrà a disposizione il bistrò: torta fritta, culatello, parmigiano, perché le papille ricordino dove ci si trova. Ce n'è bisogno, in tanto smarrimento: il Labirinto vero e proprio comincia appena oltre la prima corte. Tre chilometri di percorsi costeggiati da cortine di bambù alte cinque metri a formare volte sotto il cielo. Possono valere un viavai infinito, dal quale ci si deve liberare da soli. E in caso di emergenza? «I viali sono indicati da numeri, ovviamente non in ordine: il visitatore che dovesse essere in difficoltà potrà chiamare con il cellulare, indicando la propria posizione. Sarà subito raggiunto».

Chi invece riuscirà nell'impresa («Tutt'altro che difficile» sorride Ricci) sbucherà sotto la piramide alla fine del dedalo. Anch'essa un omaggio al neoclassicismo della Francia napoleonica, oltre che un ineffabile simbolo sacro. «La scelta di costruirla è stata mia e dell'architetto Pier Carlo Bontempi che ha curato le opere murarie». Una cappella non ancora consacrata, nella quale potranno essere celebrati matrimoni. Ma anche un «tempio» della musica, per concerti. Sul pavimento, il disegno del Labirinto. Nel caso che si volesse ripassare il percorso, prima di concedersi il bis in cerca della giusta via nella selva dei bambù. Anche se, tra tanta bellezza, è più facile che vinca la voglia di smarrirsi.

 

Jorge Luis Borges e Franco Maria Ricci nel 1977

Fontanellato (Parma). Nell'aprile del 1977, Jorge Luis Borges è ospite nella tenuta parmense di Franco Maria Ricci. È allora che allo scrittore e al suo editore viene l'idea del labirinto, il cui mito, caro a entrambi, è frequente nei racconti di Borges. Ma l'attesa per la sua realizzazione durerà trentotto anni. Foto di Giovanni Ferraguti, tratta dal volume Parma. Scatti di cronaca, Mup Editore.

 

Fontanellato (Parma). Il labirinto della Masone, veduta aerea

L'autore. Cronista della Gazzetta di Parma, Roberto Longoni è stato redattore di Panorama (quattro mesi, prima del rientro a Parma: l'aria di Milano non faceva per lui) e collaboratore di Panorama Travel. È autore del libro Con le spalle al muro. Una vita tra terra e cielo. Di sangue appenninico e marinaro di nascita, si è sempre sentito un po' fuori posto in ogni luogo. Così, oltre che per curiosità, viaggia in cerca dello spaesamento perfetto. Ama Mahler, i Led Zeppelin, Fitzgerald, Bukowski e Celine.

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