Il Louvre ad Abu Dhabi: donne nude ai beduini?

Un visitatore degli Emirati in perplessa contemplazione di «Venere e le Ninfe al bagno» (1776) di Jean-Louis François Lagrenée

 

 

Quando saranno completati, il Louvre Abu Dhabi e il Guggenheim Abu Dhabi saranno quasi totalmente circondati dall’acqua. Sorgeranno sul margine orientale dell’isola di Saadiyat, un monumentale complesso da 23 miliardi di euro pensato per trasformare la capitale degli Emirati Arabi Uniti in un polo culturale mondiale. Sembreranno fantasiosi atolli di vetro lanciati dallo spazio sulle coste di Abu Dhabi. Come tutte le dimostrazioni di potere, suggeriscono un’indifferenza nei confronti delle disgrazie altrui, galleggiando serenamente sopra la minaccia dei cambiamenti climatici e l’innalzamento del livello degli oceani. Niente riflette la bizzarra ambizione di questi musei meglio della loro sede all’estremità di Abu Dhabi, fragilmente collegata alla terraferma dall’acciaio.

L’isola di Saadiyat promette di essere un esclusivo e costoso parco dei divertimenti, un luogo dove attraccare lo yacht o giocare a golf accanto ad alcune delle opere d’arte più celebri del mondo. Le attrazioni includono uno spazio per le performance progettato dall’architetta Zaha Hadid, un porticciolo, un campo da golf, ville esclusive e hotel di lusso. Le cifre investite sono notevoli. Nel 2007 Abu Dhabi ha siglato con le autorità francesi un accordo da più di 850 milioni di euro per garantirsi l’uso del nome Louvre, costruire l’edificio progettato dall’architetto Jean Nouvel che ospiterà le opere d’arte, e promuovere eventi speciali e prestiti di opere provenienti da Parigi. L’inaugurazione del museo è prevista per la seconda metà del 2016. Il marchio Louvre da solo vale più della metà della cifra totale: 440 milioni di euro per usarlo trent’anni.

 

 

Compratore e comprato. François Hollande e Sheikh Sultan bin Tahnoon Al Nahyan, presidente dell'Abu Dhabi Tourism and Culture Authorityjpg

 

 

Una somma altrettanto faraonica è stata promessa al Guggenheim, che aprirà il suo avamposto ad Abu Dhabi nel 2017 o più in là (il progetto ha subìto molti ritardi). Ai curatori è stato messo a disposizione un budget di oltre 500 milioni di euro per le nuove acquisizioni, mentre la costruzione del museo, progettato dall’architetto canadese Frank Gehry (un guazzabuglio medievale di coni e angoli impossibili), costerà 680 milioni di euro e sarà dodici volte più grande del Guggenheim di New York.

Più di altre roccaforti del petrolio nel Golfo, Abu Dhabi ha puntato sul prestigio delle istituzioni europee per accrescere il suo profilo internazionale. La cosa è particolarmente evidente nel mondo dello sport. Nel 2008 la capitale degli Emirati Arabi Uniti ha comprato la squadra di calcio inglese del Manchester City e ha speso più di un miliardo di euro per trasformarla in una superpotenza del campionato sportivo più famoso del mondo. Oggi lo stadio del Manchester City è noto come Etihad stadium, dopo un accordo di sponsorizzazione con la lussuosa compagnia aerea degli Emirati.

 

 

Con l'installazione Infinity Mirrored Room di Yayoi Kusama è stata inaugurata la collezione Guggenheim di Abu Dhabi

 

 

Più di recente, Abu Dhabi si è associata con i New York Yankees per creare nella città statunitense una squadra di calcio con il marchio Etihad. E i legami con New York non finiscono qui. Lo sviluppo dell’isola di Saadiyat è legato anche al discusso e generosamente finanziato campus della New York university, che mira a diventare uno dei principali centri accademici del Golfo, offrendo agli studenti della regione gli stessi corsi proposti a New York. Abu Dhabi si è fatta carico delle spese di costruzione del campus, finanzia i salari dei professori invitati a insegnarvi e contribuisce anche alle rette degli studenti (il costo complessivo del progetto non è stato rivelato, ma Abu Dhabi ha pagato una somma iniziale di 42 milioni di euro solo per garantirsi l’interesse della New York university). L’idea è quella di far vivere gli studenti e i professori in una «zona culturale libera», inaugurando una piccola roccaforte di libertà accademica in un Paese altrimenti illiberale. Almeno in teoria. Il New York Times ha denunciato limitazioni alla libertà accademica negli Emirati, oltre che le terribili condizioni di lavoro degli operai che hanno costruito il campus.

L’obiettivo di questo straordinario investimento è andare oltre il petrolio. Le diverse gallerie e istituzioni sull’isola di Saadiyat si propongono di lanciare Abu Dhabi come polo dell’arte e della cultura. «Forse tra cinquant’anni arriveremo all’ultimo barile di petrolio», ha dichiarato il principe ereditario Mohammed bin Zayed al Nahyan. «La domanda è: sarà un momento triste? Se oggi stiamo investendo nei settori giusti, allora celebreremo quel momento».

 

 

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La vetrina di una società che non esiste
Anche se il progetto può apparire artificioso e stucchevole (saadiyat signiica «felicità» in arabo), l’espansione dei musei fuori dell’Europa e degli Stati Uniti risponde a una logica legata ai grandi mutamenti storici. Nonostante le recenti sventure dei mercati emergenti e il crollo del prezzo del petrolio, il monopolio dell’occidente sul potere e sulla ricchezza si sta inesorabilmente erodendo. Altre istituzioni, in altri luoghi, sono destinate a ridefinire il mercato mondiale dell’arte. Hong Kong si è già affermata come una potenza del settore in Asia, e nuovi musei in Brasile, in Russia e a Singapore sono entrati a far parte di una florida rete di istituzioni culturali, quasi tutte dedicate all’arte in dal 1945.

Ma perché il Louvre e il Guggenheim sono arrivati ad Abu Dhabi? A chi si rivolgono? E chi ci guadagnerà? Alcuni osservatori denunciano che questi musei nascondono le terribili condizioni di lavoro degli operai immigrati che li stanno costruendo. In questo senso, l’isola di Saadiyat è la vetrina di una società che non esiste. Può la cultura attraversare le frontiere con la stessa facilità – e con la stessa impunità – dei capitali? L’isola di Saadiyat suggerisce che i musei globali dovrebbero essere come cavi in fibra ottica, infrastrutture funzionali in grado di diffondersi attraverso la geografia fisica incuranti di quella umana.

Annunciando l’accordo con Abu Dhabi, nel 2007, il Louvre giustificava la sua decisione in nome del cosmopolitismo della città. Una dichiarazione sul sito del Louvre sosteneva che «l’approccio universale del museo si adatta bene ad Abu Dhabi, rispecchiando la sua posizione di città all’incrocio tra oriente e occidente e il suo antico e vitale ruolo all’epoca della Via della seta». È un’esagerazione. La regione del Golfo è sempre stata attraversata dalle rotte commerciali dell’oceano Indiano, ma Abu Dhabi non è esistita, in alcuna forma, fino al 1791, quando la tribù nomade dei baniyas piantò le tende intorno a una sorgente. Abu Dhabi ha la stessa età del Louvre. Nel 1791, nel momento in cui i beduini s’insediavano in zona, l’assemblea nazionale rivoluzionaria di Parigi decretava che il palazzo reale dovesse diventare una galleria pubblica. Sarebbe stata inaugurata due anni dopo, nel pieno del regime del terrore.

 

 

L'architetto Jean Nouvel accanto a un modello della sua opera

 

 

Negli anni Cinquanta, quando nella regione del Golfo fu scoperto il petrolio, gli Emirati, che erano ancora un protettorato britannico, contavano meno di centomila abitanti. Oggi ci vivono 9,35 milioni di persone: un po’ meno della popolazione di Parigi e dintorni. Per quanto piccoli, gli stati e le città del Golfo sono oasi di relativa stabilità in Medio Oriente e accolgono non solo élite ed espatriati, ma anche professionisti della classe media, studiosi e artisti di tutta la regione. Se per secoli sono state Damasco, Baghdad e Il Cairo a definire il mondo arabo, il petrolio ha fatto pendere l’ago della bilancia in favore di Abu Dhabi e Dubai negli Emirati Arabi Uniti, e Doha in Qatar.

Questi due Paesi sono intervenuti sempre più spesso nei conflitti regionali, e hanno fatto alcune incursioni in Libia e in Siria. Gli Emirati sono al quinto posto nella classifica mondiale della percentuale di pil usata per le spese militari (appena prima d’Israele). Dopo le primavere arabe del 2011, i governi di Abu Dhabi e Doha si sono impegnati a reprimere ogni accenno di dissenso, imprigionando sia i loro cittadini sia gli stranieri. Sarebbe un errore immaginare le città del Golfo come una sorta di Singapore o di Hong Kong, placide isole del capitale globale. I Paesi del Golfo non sono solo perni del commercio e della finanza, sono Stati nazione, con tutto ciò che ne consegue.

Negli Emirati Arabi Uniti la lotta per il prestigio è feroce. Abu Dhabi sorge su riserve di combustibili fossili molto più grandi di quelle di Dubai, ma ha vissuto all’ombra della sua scintillante vicina. Con una strategia più lenta e costante, spera di evitare le trappole di una crescita caratterizzata da boom e crolli. Una rivalità ancora più accesa è con il vicino Qatar. Come Abu Dhabi, il Qatar ha investito nel calcio per elevare il suo profilo internazionale, stringendo accordi di sponsorizzazione con il Barcellona e rilanciando il club francese del Paris Saint-Germain. Il Qatar ha anche ottenuto, tra molte contestazioni, il diritto di organizzare i Mondiali di calcio del 2022. Ma a differenza di Abu Dhabi, non ha cercato il sostegno dei musei occidentali per le sue incursioni nel mondo dell’arte. Anzi, sta costruendo delle istituzioni proprie, con tre musei a Doha dedicati all’arte islamica e regionale.

 

 

L'architetto Jean Nouvel e Sheikh Sultan dentro un plastico del museo del Louvre di Abu Dhabi.

 

 

Il possesso dell'arte è indice di successo
Nel 2012 il Metropolitan museum of art e il Museum of modern art di New York hanno speso circa 29 milioni di euro a testa in acquisizioni. Nello stesso anno, pare che il Qatar ne abbia spesi 850. Sotto l’egida dell’autorità dei musei del Qatar, il Paese ha investito 21 miliardi di euro nel mercato dell’arte. Per esempio, ha comprato il quadro I giocatori di carte di Paul Cézanne nel 2011, pagandolo più di 200 milioni di euro. La campagna acquisti era stata architettata da Sheikha al Mayassa bin Khalifa al Thani, sorella dell’emiro e una tra le più influenti collezioniste d’arte al mondo.

Le proporzioni degli acquisti del Qatar possono sembrare eccessive, ma è proprio questo il punto. Per millenni le autorità hanno cercato di affiancare l’arte al potere. Nell’Ottocento gli Stati Uniti, che si stavano rapidamente industrializzando, coronarono la loro ascesa sulla scena internazionale accumulando opere d’arte provenienti dall’Europa e da altri luoghi e creando musei in città come New York, Boston e Cleveland. L’arte, o meglio il suo possesso, era una dimostrazione di successo. Avere opere d’arte, per gli stati come per gli individui, significa aver sfondato.

Gli accordi con il Guggenheim e con il Louvre sanciscono l’ingresso di Abu Dhabi nella competizione per il capitale culturale. Le autorità degli Emirati sono consapevoli della pretenziosità da arricchiti che trasmette l’isola di Saadiyat. Come ha dichiarato un consigliere: «Da qualche parte dobbiamo cominciare. Sappiamo che non possiamo creare cultura da un giorno all’altro». Quello che invece si può creare da un giorno all’altro è una mitologia. Un terzo e meno controverso museo all’interno del complesso di Saadiyat porta il nome di Sheikh Zayed bin Sultan al Nahyan, il fon- datore degli Emirati Arabi Uniti, ed è stato progettato dall’architetto britannico Norman Foster in modo da somigliare a un falco.

 

 

Rendering del Louvre di Abu Dhabi

 

 

Presentato come un «museo nazionale», celebrerà la storia e i traguardi degli Emirati e della regione del Golfo. In cambio di una cospicua somma, il British museum ha previsto una serie di prestiti allo Zayed national museum, tra cui alcune insegne reali assire, un falco mummificato dall’Egitto, argenteria achemenide e un Buddha di pietra dall’Afghanistan. Questo elenco di oggetti apparentemente disparati suggerisce che il museo cercherà di promuovere Abu Dhabi e gli Emirati come punto d’incontro di antiche reti di scambio commerciale e culturale. Tuttavia la capitale ha a malapena due secoli, e il suo repertorio archeologico è povero. Mettendo insieme il patrimonio culturale di tutta la regione, il museo conferisce alle ambizioni degli Emirati una legittimità storica. In questo modo l’ascesa degli Emirati come grande centro internazionale viene fatta apparire come inevitabile.

I sostenitori di musei universali come il British museum e lo Smithsonian, istituzioni figlie dell’illuminismo e dell’imperialismo, sono scettici nei confronti di strutture come lo Zayed national museum, che mettono l’arte al servizio di una narrazione politica moderna. Il Louvre Abu Dhabi, un museo universale, si troverà a due passi dallo Zayed national museum. I musei universali, insistono i loro sostenitori, mettono l’arte al servizio dell’umanità. Tradizionalmente situati in occidente, fungono da rifugio culturale, proteggendo la civiltà per l’eternità. Con il gruppo Stato islamico che infuria in Medio Oriente, in occidente alcuni ritengono che le antichità greco romane e mesopotamiche siano più al sicuro fuori della regione. Il Louvre Abu Dhabi offre un compromesso, permettendo a molti di accedere alle bellezze di un museo di alto livello. Inoltre contribuirà a demolire l’idea che il cosmopolitismo sia appannaggio dell’Europa e del Nordamerica.

Simile a un disco volante atterrato nel Golfo, il Louvre Abu Dhabi sarà un museo degli Emirati, anche se ha dovuto fare molto affidamento sull’aiuto della Francia: sui suoi curatori e consulenti, e sulle istituzioni dello Stato, come il ministero della Cultura e le autorità diplomatiche, nell’arco di tre successive presidenze della Repubblica. Il Louvre Abu Dhabi, sostiene la casa madre parigina, «è concepito per essere un luogo di scoperta, scambio e istruzione. Avrà inoltre un importante ruolo sociale negli Emirati Arabi Uniti. Può essere considerato un prodotto dell’illuminismo settecentesco europeo».

 

 

Human Rights Watch e i giornalisti del Guardian hanno rivelato che gli operai dell'isola di Saadiyat  lavorano in condizioni spaventose

 

 

Con una certa retorica da «missione civilizzatrice», il Louvre di Parigi suggerisce che il suo cugino del Golfo condurrà finalmente il mondo arabo verso la relativa modernità di fine Settecento. Ma evitando l’approccio occidentale. Il Louvre Abu Dhabi abbandonerà la tradizionale classificazione dei musei occidentali, che suddividono i reperti in base alla regione di appartenenza: il suo principio organizzativo sarà temporale e non geografico. Secondo i responsabili del museo, «il Louvre Abu Dhabi sarà diverso. Mostrerà i manufatti e le opere d’arte in maniera cronologica, esplorerà i legami tra civiltà e culture apparentemente lontane di tutto il mondo. È questo che renderà il museo davvero universale».

Il Louvre Abu Dhabi non è una filiale del museo parigino, ma una nuova istituzione, degli Emirati e non francese. Noleggerà trecento opere d’arte dal Louvre, dal Museo d’Orsay e da altri musei francesi, tra cui Il pifferaio di Édouard Manet, Napoleone supera le Alpi al Gran San Bernardo di Jacques-Louis David, La madre di James Abbott McNeill Whistler, Donna allo specchio di Tiziano e Ritratto di dama di Leonardo. Ha comprato anche altre opere su consiglio dei curatori francesi. Alcuni critici hanno avvertito che, in un luogo così conservatore, un museo potrebbe escludere molta storia dell’arte occidentale, come i nudi o i dipinti che raffigurano santi cristiani. Ma secondo il direttore del Louvre Jean-Luc Martinez gli Emirati non hanno imposto «censura sui temi, sulle tecniche o sui Paesi».

Tuttavia l’organizzazione del Louvre Abu Dhabi fa capire quanto il Louvre di Parigi si sia allontanato dalle sue origini di museo nazionale, con il compito di raforzare il senso di cittadinanza. «La sfida per chi visitava il Louvre era ricostruire la storia del genio, riviverne il progresso passo dopo passo e infine, dopo essere stato illuminato, avere coscienza di essere un cittadino dello Stato nazione più civile e progredito della storia», scrive la storica dell’arte Carol Duncan. Nell’Ottocento quasi tutte le nazioni occidentali crearono un luogo simile.

 

 

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Il Louvre Abu Dhabi, invece, cercherà di evocare l’esperienza di appartenere non a uno Stato nazione e neppure a una civiltà, ma a tutto il mondo. È lecito domandarsi se sarà possibile coniugare, per esempio, le ceramiche della dinastia Han, le statue mesoamericane e i rilievi funerari di Sidone. Una simile esperienza potrebbe creare quella sorta di «spazio cosmopolita laico» tanto desiderato dai sostenitori dei musei universali. Ma c’è qualcosa di paradossale: questa esibizione postnazionale è finanziata e ideata da un governo che usa l’arte come strumento di potere. Dei valori borghesi di libertà e individualismo non c’è traccia nella dittatoriale Abu Dhabi.

Questo paradosso si spinge fino a oggi. La collezione del Guggenheim Abu Dhabi includerà molte più opere provenienti da Paesi non occidentali rispetto alle collezioni di altri musei Guggenheim satelliti, come quello di Bilbao. Più di metà della collezione sarà originaria dei Paesi del Golfo. I curatori, che lavorano a New York, hanno comprato molte opere provenienti dall’Asia meridionale e da altre aree che non trovano grande spazio nelle gallerie d’arte moderna occidentali. L’accento sarà posto sulle opere realizzate dopo gli anni Sessanta, l’epoca in cui esplosero la pop art e il minimalismo e in cui nacquero gli Emirati Arabi Uniti. Anche in questo caso, cinquant’anni di cultura non possono essere creati da un giorno all’altro. La dimensione mitica di Abu Dhabi come centro per la trasmissione e l’esibizione di questa cultura, invece, sì.

Secondo lo storico dell’arte e curatore James Cuno, presidente del J. Paul Getty trust, il cosmopolitismo dei musei universali nasce naturalmente dal loro contesto urbano. Per lui la Londra ottocentesca in cui nacque il British museum era «una delle città più grandi e attive al mondo, dove vivevano e lavoravano persone di ogni provenienza». L’Abu Dhabi del ventunesimo secolo può essere presentata in questo modo. I musei dell’isola di Saadiyat sfruttano la dimensione globale della città, il suo ruolo di porto franco internazionale e il fatto che lì si fondono lingue e culture diverse.

 

 

Una simulazione del Louvre di Abu Dhabi

 

 

Nababbi con il falcone
Ma la diversità di Abu Dhabi è sufficiente a descrivere la società dove sorgeranno il Louvre e il Guggenheim? Per gli osservatori più scettici, lo sfavillante cosmopolitismo di Dubai, Abu Dhabi o Doha non maschera l’aridità delle loro società illiberali. Gli Emirati limitano la libertà personale e politica e si basano su un sistema di caste che divide gli abitanti degli Emirati dai professionisti stranieri benestanti e dall’enorme massa di lavoratori dell’Asia meridionale e del Sudest asiatico. La grande distanza tra l’élite e il proletariato che fa lavori temporanei suggerisce un’immagine caricaturale, in cui sceicchi dediti alla falconeria conducono una vita da nababbi sulle spalle degli immigrati.

Gli abitanti degli Emirati, che rappresentano solo l’11 per cento della popolazione, godono dei benefici di un generoso stato assistenziale. Invece la schiera di lavoratori immigrati, che rappresenta più della metà della popolazione, non ha diritti politici e subisce terribili maltrattamenti. Il sistema della kafala (sponsorizzazione) in vigore nel Golfo si basa sulla disperazione e sull’immensa disponibilità dei lavoratori che provengono dai Paesi più poveri. Nel 2014 gli stranieri residenti negli Emirati hanno spedito a casa più di 24 miliardi di euro di rimesse.

Sfruttando la fama di celebri musei occidentali, Abu Dhabi ha attirato un interesse maggiore rispetto al Qatar, ma ha anche concentrato l’attenzione su Saadiyat. Dalle inchieste di Human Rights Watch e del Guardian è emerso che gli operai impiegati nella costruzione del lussuoso complesso sull’isola hanno ricevuto un trattamento spaventoso. Vivono in condizioni squallide, viene confiscato loro il passaporto, sono sottopagati o derubati del salario, pesantemente indebitati e senza alcun diritto a organizzarsi. Questi resoconti hanno scatenato alcune proteste a New York contro il Guggenheim e la New York university.

Gulf Labor, una coalizione di artisti, studiosi e cittadini preoccupati, ha chiesto a entrambe le istituzioni di «assumersi la responsabilità del benessere di questi lavoratori». In una lettera pubblicata sul New York Times nel giugno del 2015, il direttore del Guggenheim Richard Armstrong dichiarava che le condizioni dei lavoratori sull’isola di Saadiyat erano migliorate per quanto riguardava «l’alloggio, l’accesso alle cure mediche, le procedure di reclamo e la confisca dei passaporti». Al contempo ammetteva l’incapacità del Guggenheim d’influenzare in maniera più ampia il contesto politico e legale degli Emirati Arabi Uniti. Un documento diffuso da Gulf labor nel luglio del 2015 mostrava che a Saadiyat le condizioni di lavoro non erano migliorate nonostante una campagna governativa per pubblicizzare un complesso abitativo modello per gli operai dell’isola.

 

 

Il rendering del museo visto dall'alto

 

 

Negli Emirati spesso s’innervosiscono per l’attenzione degli stranieri verso il loro mercato del lavoro. Ed è vero che in ogni Paese ci sono lavoratori sfruttati, compresi gli Stati Uniti, dove gli immigrati con pochi diritti e protezioni rappresentano una grande e inestricabile parte dell’economia. Ma oggi pochi progetti edilizi in occidente sono letali come le enormi costruzioni del Golfo. Inoltre nella regione lo sfruttamento è legalizzato. L’eccessivo affidamento degli Emirati Arabi Uniti sui lavoratori immigrati pone un’altra questione. Musei come il Louvre e il Guggenheim sono nati a Parigi e a New York per essere al servizio dei cittadini. Si fondavano sul principio che l’arte fosse un bene comune e che i musei potessero contribuire a creare una società illuminata. Ma come può questa missione originaria trasferirsi in un luogo dove manca un’idea chiara di bene pubblico, e dove i cittadini e gli stranieri conducono una vita separata e radicalmente diversa da quella della grande massa di lavoratori?

Nonostante le ambizioni nazionalistiche dei musei di Abu Dhabi, il «pubblico» immaginato per l’isola di Saadiyat non è nazionale. Armstrong evidenziava il grande numero di turisti nella regione, aggiungendo che l’espansione dell’aeroporto di Abu Dhabi presto avrebbe consentito di gestire un traffico di 45 milioni di passeggeri all’anno. Grazie alla strategica posizione tra Asia, Africa e occidente, gli aeroporti del Golfo hanno già soppiantato molti di quelli europei come scalo per i passeggeri diretti in tutto il mondo. L’isola di Saadiyat diventerà la perfetta destinazione per chi fa scalo e i suoi musei soddisferanno le diverse sensibilità dei viaggiatori di tutto il pianeta. Le autorità di Abu Dhabi parlano in termini vaghi del legame tra i musei e la società del Paese. Secondo una curatrice intervistata dal New York Times «occorreranno una o due generazioni prima che un museo come il Guggenheim Abu Dhabi diventi parte integrante della vita quotidiana. Ci vorrà un po’ perché la sua presenza sia interiorizzata e appaia naturale».

Interiorizzata e naturale per chi? Per quel frammento di popolazione che ha la cittadinanza? Di sicuro non per i quasi cinque milioni di immigrati provenienti dall’Asia meridionale, molti dei quali vivono in povertà, segregati e ammassati in opprimenti baracche. La curiosa verità dei grandiosi progetti di Abu Dhabi, dall’isola di Saadiyat al giornale in lingua inglese The National, è che presuppongono l’esistenza di una società civile interessata che non esiste e che non può essere creata per magia. Questi progetti devono svilupparsi al di sopra e al di là di un ambito «locale» che è troppo piccolo e spezzettato per rappresentare un bacino di una qualche importanza.

 

 

Il Louvre di Parigi non è per un ristretto pubblico di intenditori, ma per tutti i cittadini. Foto di Guido Cozzi

 

 

Il complesso sull’isola di Saadiyat dovrebbe essere giudicato sotto questa luce. È un progetto dettato dalla vanità, di un’aspi- razione gonfiata fino a proporzioni monumentali, che promette un idillio ricreativo e formativo da rivista patinata. Sicuramente molte menti raffinate stanno studiando acquisizioni e progettando mostre per i nuovi Guggenheim e Louvre. Un simile lavoro non va denigrato. Ma è al servizio di un’iniziativa che è stata concepita in una sala riunioni o in un salotto di business class, non in un’aula universitaria o in un atelier.

Quando i rivoluzionari francesi lo inaugurarono nel 1791, il Louvre di Parigi segnò una rottura con il passato. Spazzava via la vecchia tradizione delle camere delle meraviglie e delle collezioni principesche, il cui scopo era sbalordire i visitatori, glorificare i monarchi che le possedevano e consolidare il loro diritto di governare. Esponeva invece dipinti e sculture in una progressione di correnti storiche e artistiche, ciascuna delle quali esprimeva un «genio» nazionale o culturale, e si rivolgeva ai visitatori non come intenditori aristocratici ma come cittadini. Il Louvre ambiva a servire un pubblico che, per quanto messo in ombra dall’immagine della nazione, era concepito per essere il più ampio possibile.

Senza questa relazione tra arte e società, i musei dell’isola di Saadiyat riportano indietro le lancette della storia. Potranno anche adottare pratiche museali raffinate o scegliere attentamente tra le ultime tendenze culturali, ma il loro scopo principale è abbagliare e sbalordire, gonfiando la reputazione di Abu Dhabi e dei suoi governanti. I musei occidentali sono stati felici di sostenere questo progetto e di attingere alla munificenza del Golfo. Per i visitatori dell’isola di Saadiyat l’effetto di visitare le sue gallerie somiglierà molto a quello provato da chi ammirava le collezioni reali del Seicento e del Settecento. Tutte le meraviglie che vedranno saranno un riflesso dell’ineluttabile potere del sovrano.

È un peccato che il primo museo a rompere il monopolio universalistico dell’occidente sollevi problemi etici così evidenti. Figure come James Cuno e Neil Mac Gregor, ex direttore del British museum, hanno fatto bene a sottolineare l’importanza di istituzioni umanistiche come le loro in un’epoca in cui le tecnologie dell’informazione, il capitale globale e il ritorno dei nazionalismi uniscono e al contempo dividono le persone. Ma fare in modo che i musei universali non siano una prerogativa e un privilegio dell’occidente resta una grande sfida.

 

 

La collezione permanente del Louvre di Abu Dhabi comprende «Venere e le Ninfe al bagno» (1776) di Jean-Louis François Lagrenée

 

 

I musei non sono caravanserragli
I musei universali non saranno mai distribuiti nel mondo in maniera equilibrata. Le stesse ragioni legali e politiche che limitano i direttori dei grandi musei occidentali rendono difficile per i musei in Asia, in Africa e in America Latina creare una collezione variegata. Le dottrine liberiste dell’Ottocento e d’inizio Novecento hanno ceduto il passo a un sistema di scambi culturali più rigidi, in cui gli aspiranti curatori non possono imitare i loro predecessori europei nell’allegro saccheggio del patrimonio mondiale. Il massimo a cui possono aspirare è strappare costosi e riluttanti prestiti dalle istituzioni occidentali.

In mancanza di un Metropolitan museum in ogni città, in un futuro ideale i musei universali potrebbero essere in costante evoluzione, spostandosi da un paese all’altro, realizzando una mostra itinerante del patrimonio culturale mondiale. Come per il Louvre Abu Dhabi, sarebbero organizzati secondo criteri cronologici, evitando una classificazione in base alle regioni e alle civiltà. Gli abitanti di Lagos e di Lima potrebbero attraversarne le sale, osservando gli intrecci delle cotte di maglia safavidi o i paesaggi cinesi, sentendo verso quegli oggetti lo stesso legame dei visitatori londinesi. Questa carovana mobile di meraviglie sarebbe un incubo logistico, finanziariamente insostenibile, ma esprimerebbe al meglio l’ethos del museo globale, libero dai limiti e dalle complicazioni dello spazio. (Kanishk Tharoor, The Guardian, 2 dicembre 2015)

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