India, il risveglio degli intoccabili

Bihar. Dalit a una cerimonia per commemorare le vittime dei massacri e degli stupri commessi da membri delle caste superiori. Foto di Alessio Mamo

 

 

Sono circa 300 milioni gli indiani emarginati a causa delle loro origini. Oltre mezzo secolo dopo l'abolizione delle discriminazioni fondate sulle caste, i progressi sono lenti e irrisori

Alla periferia di New Delhi, tra campi e officine, un fatto di cronaca ha ricordato all'India i suoi vecchi demoni. Una notte di fine ottobre, due bambini di una famiglia «intoccabile» sono stati bruciati vivi nell'incendio doloso della loro casa, vicino a Faridabad. Jitender. Il padre dalle mani ustionate dai suoi sforzi disperati, non ha potuto salvarli. L'attacco notturno è stato perpetrato dal elementi delle caste più elevate, come rappresaglia contro i dalit («intoccabili»).

La guerra delle caste è scoppiata sulle prime pagine dei giornali, dove i «crimini d'onore» occupano sempre una posizione privilegiata, soprattutto quando si tratta di giovani coppie che, avendo osato l'amore intercastale, sono assassinate dalle loro famiglie. In India, una delle più antiche gerarchie sociali della storia dell'umanità è tuttora in funzione.

 

 

La disperazione di Jitender, che ha cercato di salvare i suoi due bimbi dal rogo

 

 

Tradite le speranze della Costituzione
L'appartenenza alla casta resta un sigillo indelebile della società induista. Il vostro nome, il vostro volto, il vostro villaggio, il vostro mestiere… Tutto parla per voi. Il vostro interlocutore cercherà sempre di apparentarvi a una jati, una categoria di casta, cedendo a un automatismo ancorato nelle mentalità da due millenni. Questo sistema consacra l'ineguaglianza tra gli uomini stabilendo «una graduatoria degli essere umani secondo il loro grado di dignità», spiega l'antropologo Louis Dumont. Secondo le Leggi di Manu, un testo fondatore dell'induismo, l'Essere supremo fece nascere dalla sua bocca i bramini, la casta dei preti; dalle sue braccia, i kshatriya, i guerrieri; dalla sua coscia, i vaishya, commercianti e proprietari; dal suo piede, i shudra, i servi.

Restano quelli senza statuto, condannati a errare in anime «impure»: i fuori casta, chiamati dalit («schiacciati, oppressi»). Rappresentano il 18,46 per cento su una popolazione di un miliardo e 300 milioni di abitanti. I loro ranghi si gonfiano dei dimenticati ultimi: gli aborigeni, che sono l'11 per cento. In tutto, sono 300 milioni di individui emarginati. Una massa enorme che, se si rivoltasse, farebbe tremare l'India intera. Per Ramesh Nathan, che dirige il National dalit movement for justice, questo potere potenziale è un sogno politico: «I dalit devono unificare le loro rivendicazioni per cambiare la situazione».

Ma il sistema delle caste ha previsto tutto e ha organizzato la società in una catena economica interdipendente. All'origine, le 3.000 caste e le 25 mila sottocaste si spartiscono le funzioni.La lotta per il potere può certo modificare le gerarchie. Ma, per tradizione, ognuno prosegue il mestiere ancestrale. Quanto ai dalit, loro sono relegati ai compiti degradanti, come la movimentazione di cadaveri ed escrementi. Dal 2013, è bandita la pulizia manuale delle toilette, ma i difensori dei diritti dell'uomo assicurano che la pratica continua anche nei centri urbani.

Con l'indipendenza dell'India, nel 1947, il primo ministro Jawaharlal Nehru pensava che il peso delle caste si sarebbe alleggerito. Lo esigeva l'articolo 17 della Costituzione: «L'intoccabilità è abolita in tutte le sue forme». Per rompere le costrizioni. L'India si lanciò in una politica di «discriminazione positiva», riservando ai dalit quote di seggi nell'amministrazione pubblica e nell'università. Il processo ha fatto emergere una élite dalit, e ci sono studi che mostrano un relativo miglioramento delle caste più basse. Ma molti sono rimasti ai piedi della scala. Il censimento del 2011 evidenzia che i livelli di casta e di povertà sono intrecciati.

 

 

Il funerale dei due bambini bruciati vivi a Faridabad

 

 

Per venirne fuori: arricchirsi o convertirsi
Le discriminazioni perdurano. Il principio d'intoccabilità è ben lungi dall'essere scomparso. Lo scorso anno, una ricerca indiana finanziata dall'Università del Maryland ha sondato 42 mila famiglie per capire se il concetto di «impurità» era ancora di rigore. Dato che nessuno l'avrebbe ammesso di punto in bianco, veniva fatta una seconda domanda: «Accettereste che un dalit entrasse nella vostra casa o usasse i vostri piatti?». Il 27 per cento ha risposto no. Gli stereotipi sono duri a morire.

Nell'Uttar Pradesh, i dalit vivono spesso nei ghetti all'esterno dei villaggi. Non possono utilizzare le pompe per l'acqua delle caste, sugli autobus restano in piedi, scendono dalla bici davanti ai membri delle caste elevate. «Però adesso osiamo esprimere le nostre rivendicazioni», spiega Jadeo, un dalit di Dulapur. «Prima gli stupri delle donne dalit erano frequenti», aggiunge una madre, «ora, non più». L'ascesa di Mayawati Kumari, una donna dalit eletta quattro volte alla testa del loro Stato, ha dato coraggio e fierezza a questi villaggi. La lotta dei grandi movimenti dalit è la stessa dei neri americani.

Come uscire dalla propria casta? Il padre della Costituzione indiana, Bhimrao Ramji Ambedkar, primo grande leader dalit, ha dato una risposta spettacolare: nel 1956, si è convertito al buddismo. Da allora, le ondate di conversione dei dalit creano tensioni nelle comunità mentre gli induisti radicali gridano alla manipolazione. Ma cambiare religione non è sempre una soluzione. Il cristianesimo indiano, per esempio, riproduce anch'esso la gerarchia delle caste. Impossibile sfuggirle.

Un'altra soluzione: arricchirsi. In seguito alle riforme liberali del 1991, le caste svantaggiate hanno potuto accedere a nuovi mestieri. La Camera indiana per il commercio e l'industria dalit conta più di 3.000 membri milionari. Ma l'imprenditoria è un percorso di guerra per le caste inferiori. La stampa elogia spesso questo o quel dalit divenuto ricco, con una condiscendenza che la dice lunga sui cliché. La storia di Kalpana Saroj ne è un esempio: maritata a 12 anni in una bidonville di Mumbai, è oggi una donna d'affari con un conto in banca di 112 milioni di dollari.

 

 

Un'intoccabile a una manifestazione di donne fuori casta

 

Il paradosso delle quote
Resta l'arma assoluta: la scheda per votare. Al punto che la politica delle caste è un vero business. «La casta è stata una fonte di autoidentificazione così potente da essere uno strumento utile per la mobilitazione dell'elettorato», scrive il politico Shashi Tharoor, «ma quando un indiano vota, elegge spesso un membro della propria casta». Allora i candidati esagerano con le promesse sulle quote dal 1989 elargite ad altre caste svantaggiate. Un fenomeno che crea frizioni ed effetti perversi. «Abbiamo asssitito allo spettacolo poco edificante di caste che si battono per essere dichiarate retrocesse», nota Shashi Tharoor. E fa l'esempio del Tamil Nadu dove il 69 per cento dei seggi della funzione pubblica vanno alle caste svantaggiate. «Tanto che prolifera un'industria artigianale di falsi certificati di casta, con i bramini che cercano di farsi passare per dalit...». Ma, per le caste che si ritengono danneggiate, la questione è drammaticamente seria. A fine agosto, otto persone sono morte durante violente manifestazioni dei Patel, nel Gujarat. Questa casta piuttosto agiata reclamava quote nell'amministrazione e nell'università, riservate solo agli «intoccabili». La politica delle quote non cessa di mostrare i suoi limiti.

L'idea di riaprire il dibattito sulla «discriminazione positiva» prosegue. La Corte suprema dell'India ha dichiarato che la vulnerabilità di un gruppo sociale non deve più essere fondata sulla «sola base della casta», definita de facto. E il paradosso resta: come eliminare le caste se il sistema delle quote si fonda sulla loro esistenza. Per il militante dalit Chandra Bhan Prasad, l'accesso egualitario alla lingua inglese sarebbe il mezzo per scavalcare l'ostacolo, in un?india dove la buona istruzione resta nelle mani delle élite. «Lo Stato e la società non possono emancipare tutti i dalit dalla povertà, devono essere i dalit a farsi carico del loro destino». (Vanessa Dougnac, Le Temps, 10 dicembre 2015)

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