Iran, sciare nel Paese dei mullah

Echi d'Oriente. Profumi d'altrove. Scene surreali. Lo struzzo che caccia la testa nella neve, in mancanza di sabbia, gli impianti sciistici dall'architettura datata, tormentati da pugnali di ghiaccio. Sono immagini d'immacolata innocenza, provenienti da un Paese che una certa pigrizia mentale s'immagina arido e ostile. Sono le foto che Ruedi Flück ha scattato al seguito degli snowboarder Arnaud Cottet e Benoît Goncerut tra le alte cime dell'Iran, dei monti Elburz a nord di Teheran.

La storia d'amore dei due svizzeri per le montagne persiane risale al 2013, quando Arnaud ha 29 anni e Benoît 28. Sono amici d'infanzia. Hanno imparato a sciare sulle montagne del Vaud. Grandicelli, stanchi di montagne svizzere, entrano a far parte della comunità internazionale della glisse alla perenne ricerca di nevi vergini per rinnovare l'emozione, molto simile a quella dei surfer che inseguono le mareggiate ai quattro angoli del mondo. Battono i Balcani e la Turchia, capitano a Teheran con una macchina stracarica di qualsiasi mezzo possa farli scivolare a rotta di collo dai fianchi di una montagna.

La catena dei monti Elburz, dove si trova Dizin

S'imbattono in Amir, allevatore di polli e sciatore fanatico con esperienza ventennale. È colpo di fulmine per quest'uomo che, avendo viaggiato un po' troppo in Europa, si è visto confiscare il passaporto e ora è prigioniero nel suo Paese. I due amici saranno suoi ospiti in una casa dal tetto color ocra al termine di un viale di ciliegi dove i polli volano sugli alberi. Accoccolati su un tappeto all'esterno dell'abitazione, i tre sorbiscono caffè, sgranocchiano cioccolato e loukum, tramano piani scivolosi.

Attraverso Amir, Arnaud e Benoît fanno conoscenza dei protagonisti della scena sciistica iraniana. È una sorpresa per i due svizzeri «Non ci aspettavamo che fossero così appassionati e forniti di attrezzature ultimo grido». Ma tutte le iniziative dei volonterosi iraniani si sostengono con il do it yourself. Bisogna arrangiarsi, poiché non ci sono né lo Stato né una federazione sportiva a dar loro una mano.

I due organizzano una gara di freestyle dal successo strepitoso. Giovani e meno giovani, uomini e donne, tutti vogliono partecipare. Amir è entusiasta, li invita a ritornare. Una volta a casa, Arnaud e Benoît si danno da fare per trovare sostegni. Due anni dopo, ripartono per Teheran. È la nona volta. «Ormai i doganieri ci abbracciano», scherza Benoît.

Dopo la rivoluzione islamica del 1979, una buona parte di tutto ciò che contribuiva a ricordare l'influenza occidentale dello scià è stata soppressa. Gli impianti sciistici hanno rischiato di essere smantellati. Ma la popolazione locale si è opposta ed è riuscita a evitarlo. Oggi le piste sono un luogo dove gli abitanti agiati di Teheran vengono per approfittare di una certa libertà. Scappatelle di regime.

 

Verso Dizin

 

Arnaud è stupito dalla differenza d'atmosfera che regna nelle vallate a nord della capitale. Ed è qui, a bordo delle piste di Dizin, la stazione sciistica più importante del Paese a nord di Teheran, che è stato girato il documentario. S'intitola Off-Piste, in omaggio al caffè gestito fuoripista da Amir. Una pubblicità che non ha guastato. Il locale è subito diventato «the place to be» degli snowboarder e degli sciatori iraniani.

I due svizzeri ne hanno fatto il loro campo base, creando corsi di formazione per gli atleti e di supervisione per i giudici di gara. «Li abbiamo un po' scossi con il nostro rigore svizzero», dice Benoît con un sorriso. «Ce n'è voluta a fargli capire che in una competizione il giudizio dev'essere neutro e non frutto di accordi clientelari».

Arnaud e Benoît hanno incontrato brava gente non solo nella comunità degli sciatori ma in tutta la montagna iraniana. Ed è quello che hanno cercato di mostrare nel loro film, proteggendo però le identità delle persone. «Non facciamo nomi, non vogliamo mettere in pericolo i nostri amici». Da qui una certa autocensura. «Le donne senza velo e tutti coloro che esercitano attività proibite dai guardiani della rivoluzione corrono dei rischi».

E le immagini che gli iraniani postano su Instagram? «Ufficialmente, anche se ognuno di loro ha un account, le reti sociali non esistono in Iran. Dunque si possono inviare immagini. Il che non sarebbe possibile con la televisione, dato che è riconosciuta», spiega Arnaud, che in Iran non si è mai sentito in pericolo. E conclude: «Non ci interessiamo di politica, siamo solo testimoni di quel che succede nel Paese». Chissà che, dopo i recenti accordi sul nucleare, i doganieri di Teheran non abbraccino Arnaud e Benoît ancor più calorosamente.

(Liberamente tratto da un articolo di Caroline Christinaz, pubblicato da Le Temps il 9 maggio 2015)

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