Islanda, l’alba del pianeta

La penisola Hvitsekur Vatnsnes.Foto di Wim Denijs

 

 

Forse non è il momento opportuno né la stagione giusta. O forse li sono. Il freddo che si avvicina solletica due istinti: o quello di evitarlo o quello di allungare la mano. Inverno chiama inverno. Se si va a Bolzano o in Austria per i mercatini dell’Avvento, se si va a dormire nell’hotel di ghiaccio in Svezia o a rotolarsi nella neve e immergersi in un lago ghiacciato in Finlandia, dopo una salutare sauna, perché non giocare forte e puntare tutto sull’Islanda?

Dei pochi giorni passati lassù un inverno di tanti anni fa, ricordo un paio di cose, anzi tre. Fuori dall’aeroporto il vento sollevò la mia valigia, soffiando da sotto come in una vela. Pesava suppergiù una ventina di chili, mi ritrovai con il braccio ad angolo retto e la valigia che sventolava come una bandiera. Avessi mollato la presa, sarebbe volata via. Subito dopo, il contrappunto con l’immersione nelle acqua calde della laguna blu, all’aperto, in piena gelida notte. Il pugno che aveva stretto la valigia teneva ora saldamente il bicchiere di un cocktail dello stesso colore opalescente dell’acqua. Infine, un’escursione durante una bufera di neve a bordo di tre fuoristrada. Per quanto fossero appiccicati, a pochi metri l’uno all’altro, il nevischio mulinante aveva ridotto la visibilità a zero. I gipponi dovevano tenersi in contatto con il satellitare. L’ultimo ricordo, risale all’aprile 2010. Avrei dovuto raggiungere il Guatemala per la rotta polare, cioè via Reykjavík. Ci si mise di mezzo l’eruzione del vulcano Eyjafjallajokull. A Milano fui rispedito a casa.

Quell’eruzione fa parte anche della storia del fotografo Wim Denijs, 60 anni, originario delle Fiandre (Belgio): «Scoprii allora l’Islanda e compresi quanto siamo minuscoli al cospetto della natura».

In quella terra che riserva poco posto agli esseri umani, Vim risale alla fonte dei ghiacciai, batte piste deserte e diventa ancora più piccolo di fronte alla maestosità di un paesaggio tanto indomabile quanto imprevedibile. Vulcani, campi di lava, fenomeni geotermici, spiagge di sabbia nera, suoli entrano nelle sue immagini come annunci della fine del mondo. L’Islanda non offre paesaggi idilliaci, ma pertugi per imbucarsi nelle viscere bollenti dell’inferno, come aveva ben compreso e descritto Jules Verne. È qui dunque che devono venire i difensori estremi della natura estrema. Solo qui è possibile capire che questi apparenti presagi della fine del mondo sono in realtà quel che resta dell’alba del pianeta. Un dagherrotipo della Terra. (is)

 

 

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