Isola d’Elba, glorioso bignami d’Italia

Isola D'Elba

 

Testo di Ivano Sartori – foto di Gianluigi Sosio

Nelle case gialle con gli scuri verdi di Portoferraio, mani invisibili sollevano le gelosie delle serrande per vedere chi è appena sceso dal traghetto. Giù in strada, le ragazze ancheggiano come se le seguisse una candid camera di Miss Italia. Al loro passaggio, i ragazzi dei motorini danno gas ma non decollano mai. L'isola dà il benvenuto al continente.

Fuori dell'abitato, i contadini curvi nelle vigne ostentano la pacata indifferenza di chi appartiene al mondo con le radici, opposto a quello dei turisti che passano e vanno. Ai bordi delle strade, le canne si tengono strette semmai il vento cercasse di piegarle. Sulle compagne lavorate come un intarsia, stendono le loro rinfrescanti ombre i pini marittimi. Chiome afro su colli lunghi in stile Modigliani. Se il Madagascar ha i baobab, la savana le acacie, il Nordafrica le palme, l'Italia ha il pino marittimo. Sacrificato altrove, resiste qui. E la maggior concentrazione di questi alberi si trova proprio all'Elba, che non è solo un'isola, ma una reliquia di italianità, il reliquiario di quel che altrove è scomparso prima e senza lasciare traccia. Lo scopriremo nel nostro viaggio lungo la costa meridionale, da Portoferraio a Portoferraio con deviazione nell'estrema propaggine sud-orientale dell'isola in quella specie di vomere ferroso che è il contorno del monte Calamita.

 

Isola D'Elba

 

Con Gianluigi tagliamo di sghimbescio l'isola per arrivare a Porto Azzurro, che nel 1947 si disfece del nome di Porto Longone, compromesso dal famigerato bagno penale e troppo scostante per i turisti avidi di bagni e basta. L'azzurro vuol evocare il mare, che in effetti è di questo colore, e sessantotto anni fa, quando assunse il nuovo toponimo, lo sarà stato ancor di più. La cittadina è disbrigo per sbarchi e imbarchi. Vi faremo sosta al ritorno. Ora dobbiamo correre a Capoliveri, alta, ventosa, compatta e ricolma di sole che da lassù capta come un radar. Nell'acqua si mescolano i colori delle case sbiadite dalla salsedine, che resistono più intensi in quelle addossate al fianco verdissimo della montagna. Aggiriamo il golfo di Mola e cominciamo a salire verso il monte Calamita infuocato dal sole. Urge arrivare al paese prima che il tramonto sia definitivo. L'ultimo tratto di strada è un viale tortuoso all'ombra dei pini e degli oleandri.

Capoliveri, intarsiata di viuzze strette, chiamate chiessi, scalinate e volte in granito, piace ai poeti e agli artisti. Qui abitava il subacqueo francese Jacques Mayol, e qui aveva casa Giorgio Faletti, scappato da Milano. Da Capoliveri partiamo in spedizione con un paio di ex minatori per raggiungere l'angolo meno noto e tra i più affascinanti dell'isola, così tagliato fuori che gli ultimi chilometri sono di strada bianca. La meta è la punta dei Ripalti, sovrastata dal monte Calamita che, con il suo cuore di magnetite disorientava le bussole di aerei e navi. I cui battiti si sono fermati all'inizio degli anni Ottanta perché costa meno importare ferro dalla Cina e dal Brasile. La costa cade a picco. I telefonini sono disturbati. Il mare, visto dal monte, è ferro fuso.

 

Isola D'Elba

 

L'ingresso della miniera del Ginevro è un modesto portone metallico contornato da piante di lentisco, ginestra dei carbonai ed erica scoparia. All'aperto, macchinari e tralicci inutilizzati, fossili di dinosauri industriali dalle cui carcasse il vento spolvera la forfora rugginosa. Dentro, nelle voragini e nei pozzi tenebrosi rischiarati da squarci di luce solare, volteggiano piccioni che verrebbe naturale scambiare per pipistrelli. Hanno i nidi nelle fenditure delle rocce. A qualcuno era venuto l'agghiacciante idea di trasformare in sepolcri di scorie radioattive gli abissi di queste coltivazioni. Sì, si chiamano «coltivazioni» le aree di estrazione. E il nome non è del tutto sbagliato. Qui, prima degli anni Cinquanta, i minatori tiravano fuori il minerale a mano come zappatori sotterranei. Poi ci hanno ripensato, all'idea radioattiva, e hanno lasciato perdere.

Località strategica e inalienabile dello Stato, il mozzicone di costa bucata è stato usato per scopi più innocui: sfondo a un video di Luca Carboni, scenario di un romanzo di Giorgio Faletti, location della fiction Gente di mare e soprattutto santuario del lavoro in miniera, quando i cavatori percorrevano, a piedi o in bicicletta, i dodici chilometri che separano il capo da Capoliveri.

 

Isola D'Elba

 

Nel peduncolo di Capo Stella facciamo sosta in casa di amici delle nostre guide. Scappati da Torino, ci raccontano dell'onestà degli elbani e soprattutto del loro filosofico rifiuto della fretta, che è un invito a rallentare. «Ma dove corri, non vedi che siamo circondati dal mare?». Sorseggiamo aleatico, procanico e ansonica, vini autoctoni. Spremuti da viti coltivate da mani che non hanno fretta, che rispettano gli antichi rituali. Antropologi dilettanti, i torinesi ci raccontano dell'amore degli elbani per la loro terra. «Qui vanno matti per la caccia al cinghiale, ma finisce che i cacciatori si fanno distrarre dalla bellezza della natura e così succede che tornino a casa con il carniere pieno di more al posto di un cinghiale sul portapacchi del fuoristrada».

Chiacchiere con gli occhi puntati al tramonto. La luce obliqua fa affiorare più nitida la sagoma scura della Corsica. I locali hanno occhi che scorgono Capraia, Pianosa e Montecristo. O perlomeno così dicono. «Qualche volta si vedono le megattere». Stasera, no. La spiaggia di Margidore, a un tiro di schioppo, è di una tranquillità quasi assoluta. E di questo bisogna essere grati sia alla mancanza di un parcheggio sia alla vicinanza con la più nota spiaggia di Lacona che assorbe i più.

 

Isola D'Elba

 

Il giorno successivo, riprendiamo da dove abbiamo lasciato. Dopo Lacona, lungo la strada serpentina che adesca e circuisce il monte Tambone, la foresta è tanto fitta che ti dimentichi di trovarti in una piccola isola e a due passi dal mare. Sbuchiamo nella mezzaluna, fertile di sabbia e di bagnanti, di Marina di Campo. Se trovate la spiaggia un po' troppo frequentata per i vostri gusti, inerpicatevi a piedi per la scalinata che sale verso la torre e imboccate la stradina che porta a un angolo appartato e silenzioso di suggestiva bellezza, la piccola baia di Galenzana, una sottile lingua di sabbia nascosta dalla macchia mediterranea.

Poi è di nuovo litoranea a strapiombo fino a Cavoli, la minuscola spiaggia preferita dai giovani, che si radunano in una caletta protetta da scogli neri, ciuffi di canne e fichi d'India marchiati dai nomi di innamorati e di vandali without cause. Testimonianze che rinsecchiranno insieme allo svanire delle tempeste ormonali degli incisori. Effimere le love stories, indelebili i danni. La natura non fa bene a tutti.

 

Margidore

 

A mano a mano che avanziamo ci viene incontro l'Elba più negletta (dai turisti) ma anche più intatta, dove il maestrale soffia con forza. È la costa che concede di meno ai bagnanti in cerca di spiagge da colonizzare ma offre molto allo sguardo esplorativo. Il paesaggio è dominato dal monte Capanne che, con i suoi 1018 metri, è la vetta più alta dell'isola. Passata la punta di Fetovaia, custode di un bellissimo arenile, incontriamo Pomonte e Chiessi, evoluzioni di antichi villaggi di pescatori che si contentano delle briciole di un turismo minore.

Proseguiamo verso nord fino alla Sedia di Napoleone, uno scoglio piatto rivolto al mare aperto. Dubitiamo che il titolare si sia mai seduto sul petroso scranno a rimirare l'orizzonte e la riconquista del potere. Però è bello pensare che sia successo.

 

Isola D'Elba

 

Dalle parti di Zanca, il dubbio è amletico: deviare per la spiaggia di Sant'Andrea o proseguire verso Marciana in cerca di altri ricordi legati al soggiorno dell'Imperatore? Tertium datur: una scappata verso il monte Giove. A un passo dalla cima, c'è il santuario della Madonna del Monte, il più antico e importante dell'Elba, costruito su un luogo di culto pagano fin dalla preistoria. Vi si arriva con una passeggiata che si addentra in un bosco di castagni e già di per sé costituisce una specie di gradus ad Parnassum, di elevazione spirituale. La chiesa si staglia su un ripiano roccioso di rarefatta e metafisica nudità, affacciato sulla Capraia e sulla Corsica. L'aria profuma di lentisco e rosmarino selvatico. Nell'abside, durante certi lavori di restauro effettuati nel 1995, fu portato alla luce un affresco databile grosso modo attorno alla metà del Cinquecento.

Quei putti e quegli angeli nascosti da una mano di anonima vernice ottocentesca, a detta degli esperti sono opera dal Sodoma, il famoso pittore nato a Vercelli nel 1477 con il nome di Giovanni Antonio Bazzi, autore dello strepitoso ciclo di affreschi delle storie di San Benedetto a Monte Oliveto e di altri importanti dipinti nei palazzi vaticani di Roma. Fondata o meno che sia l'attribuzione, l'incanto sacrale del luogo vale la pena della scarpinata.

 

Isola D'Elba

 

Tornando a Napoleone, bastano pochi chilometri per raggiungere la fonte che porta il suo nome. E una targa ne spiega il perché: «Dal 23 agosto al 14 settembre 1814, qui dettando ai suoi fidi l'eterne memorie del folgorante passato, risanava dei mali corporei e ne partiva guarito legando il suo nome all'acqua benefica per riprendere il suo fatale cammino». Chissà se il grand'uomo sarebbe stato contento di passare alla storia come testimanial di una piccola sorgente. Riprendiamo il nostro meno epico viaggio dopo aver assaggiato (delibato, mi verrebbe da dire) qualche goccia della miracolosa acqua. Vi sembrerà scontato, ma aveva sapore più di ferro che di acciaio ben temperato. Il retrogusto ferrigno ci rammenta che il tempo stringe e dobbiamo salpare. A Portoferraio il traghetto non tiene certo conto delle nostre digressioni napoleoniche. Dobbiamo rientrare sulla terraferma, lasciandoci dietro gran parte dell'Elba inesplorata. Non pensavamo che un'isola così piccola potesse contenere tanto. In profondità come in superficie.


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