Italia insegna, ma non impara

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James Clough è uno dei tanti inglesi cui è capitato di innamorarsi dell'Italia. Lo capiamo. Come si fa a non falling in love per Firenze, Venezia e Roma, per cattedrali e battisteri, colossei e regge preunitarie, chiese romaniche e templi pagani? Se il Nostro si fosse innamorato di cotali capolavori, e pure se di essi avesse scritto, sarebbe stato uno dei tanti. Un turista colto e raffinato in più, genere di cui sono colme le biblioteche di tutto il mondo.

Perciò Clough ha scelto un genere minore, una via secondaria, poco frequentata, e non in senso figurato, dato che si è specializzato in insegne stradali. Cioè in quel genere di richiami che servono sia a indicare un negozio o un locale pubblico, sia un ente o un committente, per esempio un'azienda che fabbrica inferriate a forma di lettere, sia il regime che lastricava muri e strade con scritte inneggianti al Duce.

 

 

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Il frutto della meticolosa ricerca di Clough, maturato lo scorso autunno, è un bellissimo e lllustratissimo volume di 248 pagine con oltre 300 immagini, inevitabilmente intitolato L'Italia insegna. L'autore e l'editore affermano che proprio perché nel nostro Paese non ci sono mai stati né manuali né maestri nell'arte di produrre insegne, l'abilità e la creatività degli artigiani hanno goduto di una libertà che si è tradotta in risultati straordinari. Sarà. Anzi, è stato. Giacché questa tesi è valida solo se rivolta al passato, passato remoto, non prossimo. Lo ammette chi cura il libro quando circoscrive l'ambito della ricerca a questi confini temporali: «Dallo stile ornato toscano dell’Ottocento alle lettere eccentriche del Liberty, dalle grandiose iscrizioni architettoniche degli anni Trenta alle deliziose opere dei vecchi pittori d’insegne sopravvissute, dalle scritte fantasma fasciste a quelle sui coperchi dei tombini». Come dire, non oltre gli anni Cinquanta-Sessanta del secolo scorso. Dunque, è di reliquie che si tratta, non di creatività e libertà in atto.

 

 

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Quel passato, demolito e saccheggiato, è stato capace di produrre piccoli capolavori. Sia che si trattasse di scritte forgiate nel ferro come verniciate su metalli e terrecotte, di maiolica o di latta, di vetro o di bronzo. Quando si trattava di insegne predisposte dalla pubblica amministrazione, attraverso di esse potevi vedere persino l'Italia unita. Come le scritte toponomastiche, all'ingresso dii città e borghi, con i nomi formati da tanti piccoli catarifrangenti su cui rimbalzavano i fari delle auto e delle moto. Non uno di quei cartelli stradali che comuni e soprintendenze avrebbero dovuto conservare anche quando l'allargamento dei perimetri urbani li rese obsoleti, è resistito allo scempio.

Dunque, le bellissime foto del libro di Clough riguardano insegne di un'altra epoca. Vecchiotte e scolorite, appese al di sopra di botteghe da tempo chiuse o di cinema da decenni in disarmo, è probabile che nel frattempo siano state rimosse o coperte dalle macerie dei muri a cui erano affisse. Molte saranno finite tra le mani di rigattieri che le hanno poi riciclate sui mercatini dell'antiquariato.

 

 

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Sì l'Italia era ricca di bellissime insegne, mentre oggi le nostre vie sono passerelle del cattivo gusto, perché quel che conta è la prevaricazione pubblicitaria a detrimento di tutto il resto. Come in altri rami, peraltro. Sono scomparsi il buon gusto, la creatività, il senso della misura, l'armonia. Non esistono criteri per fabbricarle, le insegne, né per esporle. Così come non esistono regolamenti comunali che mettano ordine nel kitsch. Il massimo cui si può aspirare sono i divieti, ma solo se si tratta di zone monumentali fortemente protette o intoccabili. Per il resto è la giungla. Insomma, checché ne dica, né scriva e ne pensi il nostro innamoratissimo e benemerito ricercatore britannico, L'Italia insegna, ma non è disposta a imparare. Soprattutto a imparare dal proprio passato, quando ancora esistevano maestri anche in quest'arte minore, ma non meno importante. Con il risultato che, prima di entrare agli Uffizi o nei Musei Vaticani, ci tocca traversare selve di insegne la cui offensiva bruttezza ci fa rizzare i capelli.

 

 

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