Karpathos, l’Olimpo delle donne

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Testo e foto di Paolo Pernigotti

 

 

È una montagna in mezzo al mare, Karpathos, un'isola in mezzo al vento. E il vento, si sa, porta lontano. Così i suoi vecchi parlano inglese, anzi americano: l'hanno imparato dove sono andati a cercar fortuna. Poi il vento ha cambiato direzione e molti sono tornati, a imparare di nuovo la lingua dei padri. Un greco di periferia: qui Atene è lontana. La è tanto che si sono inventati persino un Olimpo tutto loro, dove è la donna, e non Padre Giove, a comandare.

Parlano inglese, greco e un po' italiano: gliel'hanno insegnato i nostri soldatini, quando pareva che la Grecia avesse reni di pappamolla. E a Karpathos abbiamo lasciato, insieme a un palazzo prefettizio in stile imperial-balneare, un buon ricordo. Brava gente, almeno qui.

Gente di mondo, i vecchi dell'isola – sanno quant'è grande il mare e sanno quant'è piccola la Terra - e gente di montagna. Perché Karpathos vuol dire «razzia» in una lingua antica. Da queste parti i pirati erano di casa. Per salvarsi si doveva scappare, e qui si arriva sopra i mille come niente, soprattutto se lance e scimitarre mettono le ali ai piedi. Per questo i paesi sono cresciuti in alto, da dove avvistare in tempo le bandiere corsare e poi scarpinare ancora  quel tanto da mettersi al sicuro. Troppa fatica arrivare fin lassù per le ciurme assatanate, quando c'erano occasioni più comode nel Dodecanneso e dintorni.

 

 

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Così la più sperduta isola dell'arcipelago greco è un paese di montagna e di montanari in mezzo all’acqua, un posto da mettere d'accordo tutti  i gusti al momento di scegliere le vacanze. Mare o monti? Mare e monti. Nella stessa vetrina di un negozio, ciabattine da spiaggia e scarponi da ferrata; a una commessa non chiedete semplicemente un costume: potrebbe essere uno striminzito bikini o il solenne grembiulone nero a ricami d'oro delle matriarche montanare di Olimpus.

C'è tutto, qui, alla periferia di tutto. C'è una spiaggia che è stata Miss Europa e c'è l'Everest del Dodecanneso, con i suoi 1200 d'altitudine, c'è un vento che vengono a farci i campionati mondiali di windsurf e ci sono baie senza spifferi dove nuotare anche a fine novembre, ci sono trecento giorni di sole all’anno e ci vuole la coperta nelle notti d’agosto in quota, ci sono lunghe trasparenze di sabbia a pelo d'acqua e c’è un mare che a cinquanta metri da riva va sotto di seicento. C'è tutto a Karpathos, tutto quello che conta: a cominciare dalla festosità cordiale della gente, abituata a pensare che chi è qui è uno di loro, non importa se solo per un giorno. E ci sono molti vecchi sull'isola, ma tutti molto giovani. Sembrano aver scoperto l’elisir di lunga vivezza: ogni incontro è un abbraccio vigoroso, mentre le loro donne conservano una femminilità ridente e ardita. L’isola è come la sua gente, rustica e autentica, bella senza volerla essere, senza trucchi da depliant.

 

 

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Karpathos ha la forma di una «i» lunga cinquanta chilometri da nord a sud. Ha anche il puntino: Saria, disabitato isolotto dell'isola. Belle strade asfaltate intrecciano la cartina geografica, a sud. Corrono lungo i due versanti, orientale e occidentale, si collegano fra loro attraversando i paesini montuosi dell'interno. All'estremità meridionale di Karpathos c'è l'aeroporto e salendo lungo la costa est si incontrano più spiagge, e le più famose: quelle meglio riparate dal vento, cinte di verde, che scendono più dolci in mare: Diakoftis, Afiartis, Demetrias, Apponi… Si incontra anche Pigadia, il capoluogo, con i suoi tavolini affacciati sul porto, le case cresciute senza regole e i negozi dove far scorta per ripartirsene in fretta: perché la vacanza è altrove, il fascino dell'isola è fuori città.

La strada punta verso l'interno e verso le prime montagne della lunga dorsale che percorre Karpathos come la cresta di un'iguana, fra boschi e macchia mediterranea, rocce carsiche e capre selvatiche, chiesette bianche sparse sulle alture. Aperi, arroccato sul monte Lastos, ha case  fresche di calce, colonnotti pretenziosi ai balconi e tetti che squillano di rosso vivo: modestamente, è il paese più ricco di tutta la Grecia. Niente petrolio: sono i dollari di chi è andato lontano, che c'è rimasto o che è tornato. Il monumento al suo benessere è uno stadio da calcio con l'erba più verde di tutta Karpathos, non solo dei vicini.

Anche quando corre all'interno, la strada non è mai lontana dalla costa, in quest'isola larga al massimo nove chilometri. Il mare a destra, sempre più in basso andando verso nord, appare e scompare sotto tornanti che qui chiamano corniche. Ogni tanto s'incontra una freccia con un ombrellone disegnato: lì si può scendere, c’è una spiaggia. A sinistra della corniche cresce il massiccio montuoso del Kali Limni, con sentieri ben segnati per salire a godersi la vista, in un colpo solo, di Creta e di Rodi. L’asfalto è liscio, viene voglia di correre, ma uno sguardo agli orridi e ai precipizi senza guardrail invita ad apprezzare piuttosto il panorama.

 

 

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Poco oltre, a cinquecento metri d'altitudine, sbucano le case aggrappate alla roccia e arrampicate una sull'altra di Volada, un labirinto di stradine dove perdersi nel su e giù. E, via via, altre spiagge, le più celebri di Karpathos: Kira Panagia, la più fotogenica, Apella, eletta nel 2004 la più bella d'Europa, Aghios Nikolaos, qualche stanza per dormire.

Spoa, il più piccolo villaggio montano di Karpathos, è il punto più stretto dell'isola, i due mari si vedono di qua e di là e in pochi minuti si passa sull'altro versante per tornare verso Sud. Il cerchio si chiude.  E anche la costa occidentale ha i suoi grappoli di case bianche appollaiate in alto, fuori portata di pirati, come Mesochori e, più a sud, Pilés, ma ha anche borghi marinari con i loro porticcioli e i ristoranti che fanno pesce. Il pesce di questo versante – dicono – è il più buono di tutta la Grecia: per una certa alga di cui è goloso e per la mineralizzazione dell'acqua. Insomma, lo si pesca già condito e alle erbe. Fra i villaggi marinari, Lefkos ha un'antica cisterna romana e tre spiagge esposte diversamente al vento, per poter scegliere, mentre Finiki ha abitanti che rivendicano maschio sangue corsaro: pare che qualche pirata abbia deciso, proprio lì, di cambiar vita e metter su famiglia.

 

 

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Il mare è più profondo, blu e agitato dal vento, ma l'asprezza del paesaggio, i colori forti, l'aria tersa e sferzante hanno molti estimatori. Anche italiani: solo ad Arkasa, verso Sud, hanno preso casa tre famiglie. Sono alcune decine gli italiani che hanno scelto Karpathos per seconda casa. Il loro uomo nell'isola è Luca Parise, milanese entusiasta e dinamico, una brillante carriera alle spalle nel campo della comunicazione, oggi altre brillantezze davanti agli occhi, ogni mattina, al risveglio: la laguna di Dametrias. Conosce tutti e tutti lo conoscono, è il punto di riferimento, una sorta di consulente e agente immobiliare per ogni italiano che voglia mettere una radice a Karpathos.

Karpathos del sud, naturalmente. Perchè il nord, dicevamo, è una storia diversa. Da Spoa in su è un altro mondo, e un altro tempo. La strada improvvisamente sterrata lo preannuncia: Olimpus, un nido di case sulla cima del monte Profitis Ilias, dista da Spoa dieci chilometri di buche, e almeno un secolo. Appare di colpo, in una spaccata di monti. L'auto si lascia all'ingresso del paese e si prosegue a piedi, scalando viuzze di gradini bianchi e grigi. Ogni tanto da una porta si affaccia una donna vestita di nero. Nero il fazzoletto sulla testa, il grembiule e il sottanone. Se è un giorno qualsiasi. Se è festa, il costume è un fiorire di ricami e un tintinnio di monete dorate che formano  collane larghe e pesanti.

 

 

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Olimpus è un mondo immutabile: le tradizioni, come le case e i terreni, si tramandano di padre in figlio. Anzi, di madre in figlia. Qui, da sempre, vige il matriarcato: gli uomini neppure ci provano a fare i suffragetti. Ed è un mondo serenamente autarchico: nel vicino pianoro di Avalona cresce tutto quello che la terra può offrire, i mulini del paese macinano quanto serve a preparare buoni piatti e le barche dei pescatori sono giù a Diafani, il porticciolo di Olimpus, per variare ogni tanto il menù. Lì arriva qualche escursione da Pigadia e il traghetto dal Pireo, ma se il mare mosso non lo consente, fa lo stesso.

Gli abitanti di Olimpus sono fieri e gelosi del loro mondo, ma sorridenti e cortesi con i turisti: è facile entrare e visitare le loro case, piccole, cariche di boiseries, tovagliette ricamate, ninnoli d'ogni genere. Ogni casetta ha un soppalco basso che è giaciglio, ma ha i pizzi e i colori di un altare messicano. Sulle pareti e sui gradini, icone d'argento di madonne ortodosse, una malinconica Lady D, ingialliti ritratti di famiglia, bambole di porcellana, un' Ultima cena a punto croce. Facile entrare in una casa per visitarla, più difficile uscire a mani vuote. Le regine di Olimpus si offenderebbero: almeno un pezzo di pane e un uovo sodo.  Facevano così anche le nonne delle loro nonne. Colgono il nostro imbarazzo e ridono sotto i baffi. Sì, sotto i baffi: è il prezzo del potere.

 

 

                                           Le spiagge da non perdere

Diakoftis. Colori caraibici, un promontorio di sabbia all’estremità meridionale dell’isola, sotto l’aeroporto. Il mare davanti e il mare dietro, per scegliere a seconda del vento.

Mihalioù Kipos. È fatta di conchiglie più o meno sbriciolate. I fossili formano la spiaggia e le pareti, alte quattro o cinque metri, che la chiudono alle spalle. In sezione sono evidenti gli strati sovrapposti di conchiglie e d’argilla: una lezione di geologia a cielo aperto, uno spettacolo mirabile.

Psoràris. Salendo lungo la costa orientale, una spiaggia sottile, poco frequentata, d’altronde non ci starebbe più d’una fila d’asciugamani, e riparata dal vento.

Nikolaki. Qui il vento c’è, ed è quello giusto per windsurf. Il campionato mondiale vi fa tappa a ogni stagione e gli appassionati la frequentano da maggio a novembre. Evoluzioni in acqua, di giorno, e grigliate sulla spiaggia la sera.

Damatrias. Un indirizzo per pochi. Si arriva attraverso una stradina sterrata e panoramica che è già un buon motivo per andarci e si trova una laguna trasparente e una spiaggia abitualmente deserta. Anzi, resti fra di noi.

Achata. Un ristorantino rustico e un bar silenzioso sulla spiaggia per non interrompere la giornata di mare al primo languorino. A nuoto c’è qualche grotta da esplorare e da riempire d’eco.

Ammopi. Altro genere. È la spiaggia più frequentata e attrezzata. Qui il mare è comodo: ristoranti intorno, pizzerie, alberghi, anche vita notturna. Ma non è Rimini. Neanche il mare è quello.

Kyra Panagia. La più fotogenica. La cupoletta rossa della chiesa che domina la spiaggia è su ogni depliant. Uno ci prova a cercare un’altra inquadratura, ma poi finisce lì.

Apella. Nel 2004 è stata eletta la più bella d’Europa. Può bastare?

 

 Per saperne di più: Karpathos 

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