Ladakh, la fatica della scuola

Ladakh

 

 
foto di Bruno Zanzottera

 

«Oggi sono tornato a Leh in Ladakh per concludere il reportage sul duro viaggio degli insegnanti per raggiungere le scuole della valle dello Zanskar. Dopo il viaggio invernale sul fiume ghiacciato domani riparto per lo Zanskar per documentare il loro lavoro assieme agli studenti».

Così scrive il fotoreporter Bruno Zanzottera, partito da Milano domenica 5 giugno 2016, mentre in quella città e in altri comuni italiani si votava, tra molte polemiche e altrettanta stanchezza illudendoci di esercitare un diritto, quello del voto, dono preziosa della benemerita democrazia. Ma può dirsi democratico un Paese che fa ben poco per dare ai suoi cittadini la chiave di accesso più importante alla democrazia, e cioè l'istruzione?

Non è sempre stato così. Chi scrive è stato scolaro delle elementari negli anni Cinquanta e primi Sessanta. Certo, non ha dovuto affrontare le difficoltà degli insegnanti e dei bambini delle remote regioni dell'Himalaya per andare a scuola. Però ne ha fatti di chilometri a piedi lungo strade bianche e fangose, niente scuolabus, incrociando contadini chini sulla terra che in primavera cominciava a cuocere profumando l'aria, ma non so se la vedesse e sentisse così chi la stava zappando. In quelle stagioni di fragranza, le bambine raccoglievano le viole per la maestra. I più pratici, magari con qualche pendenza sulla pagella, le portavano mezza dozzina di uova.

 

 

Nella valle dello Zanskar

 

 

Lei, la maestra, imbacuccata d'inverno e in camicetta col sole, raggiungeva la scuola in motorino. La scuola non era un vero edificio scolastico, ma una stanza presa in affitto da un privato. Dalla prima alla quinta tutti nella stessa aula. C'erano anche dei firmaioli che restavano fino all'ottava, classe che sui registri ufficiali non figurava. Probabilmente imboscati che non volevano affrontare le medie e procrastinavano l'incontro con la vita nei campi o nell'officina. C'era chi portava a scuola la propria curiosità e chi ci veniva con una pecora al guinzaglio o un ramarro catturato nel torrente guadato perché la casa si trovava sull'altra costa. La ricreazione si faceva nei boschi e durava mezz'ora. Ho ritrovato qualcosa di tutto ciò nell'Armenia di vent'anni fa. Ma ora pure lì sarà cambiato tutto.

Quella scuola è stata comunque un ascensore sociale, come si dice ora con brutta espressione per significare che è servita a toglierci di mano la zappa cui eravamo più o meno destinati, e alla quale cercarono di riconsegnarci a più riprese, una volta approdati alla medie, come ci avrebbe rivelato nel 1967 Lettera a una professoressa, scritta dai ragazzi della scuola di Barbiana sotto la severa e lucida guida di don Lorenzo Milani. All'epoca, tutti noi di campagna eravamo scolari di Barbiana, tutta Italia pullulava di scuole di Barbiana. Scuole povere, arrangiate, ma che ci hanno tolto dal fango di un destino segnato. E, nonostante tutto, ha funzionato. Ora non funziona più. E spiegare perché sia successo non è compito di queste pagine e non è neppure in mio potere, mi sono fatto solo prendere la mano pensando che in altre parti del mondo ci sono ancora tante scuole di Barbiana. Con maestri e scolari volonterosi.

 

 

Le montagne del Ladakh

 

 

Spero che nel Ladakh la scuola continui a funzionare e quei bambini e quegli insegnanti coraggiosi ottengano alla fine il premio che meritano. Non tanto il pezzo di carta, che non è tuttavia da disdegnare, quanto la capacità di capire come giri il mondo e come starci con dignità. Ma sarà Bruno Zanzottera, ottimo fotografo e scrupoloso reporter, a raccontarci tutto questo sulla rivista che l'ha inviato, laggiù o lassù. Credo si tratti di National Geographic. Lo leggeremo, il suo reportage. Nel frattempo, a lui piacendo, seguiremo da qui la sua impresa. Accovacciati al piedi del Karakorum, pubblicheremo un quorum dei suoi appunti di viaggio. (i. s.)

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