L’Estonia non è a Est

Tallinn, la capitale dell'Estonia

 

di Paolo Pernigotti

C’è scritto Est sulle targhe delle auto. Niente di più falso. Questo è un Paese che guarda al Nord, all’Ovest, magari al Sud. L’Est non esiste più sulla sua bussola. Storia passata. Che i missili di Putin - dicono a Tallin - non riusciranno a far rivivere. La vecchia Urss falce e martello ha lasciato la sua puzza stantia nei corridoi di qualche pensioncina senza stelle, in certi androni di periferia: un odore che sa di cavolo, di patate, di parole dette sottovoce. Ma tutto il resto è aria nuova. L’Estonia è il Paese di un computer in due case su tre, di un’economia che già la Norvegia sente il fiato sul collo, di una voglia di riprendersi l’allegria e il tempo perduti che non si chiama movida solo perché qui siamo un po’ più in alto. E, se ancora non si chiama boom, è questo il nuovo odore. Anzi il profumo.

Quarantacinquemila chilometri quadrati: Lombardia e Piemonte insieme. Ma un decimo d’abitanti: un milione e 360 mila. Si sta larghi. E si sta sparsi: millecinquecento isole.

La vetta più alta dell’Estonia supera di poco i trecento metri. Ne discende – e si fa per dire – che agli estoni basta poco: se una stradina di Tallinn si inerpica appena non la chiamano «via» ma «montagna», e qualche gradino in su è sufficiente per battezzare il cuore della capitale «città alta». Ma il fiato corto può venire lo stesso, al primo approccio: è un Medioevo intatto che si para davanti agli occhi, di palazzi e di piazze, di torri e campanili. Un’isola fuori dal tempo, la più preziosa dell’arcipelago.

Domina su tutto la cattedrale, Toomkirik, la chiesa delle vanità. Era la parrocchia dei potenti: dei vescovi e dei nobili, che nei mesi freddi, e delle notti lunghe un giorno, si trasferivano in città dalle campagne. Fu costruita agli inizi del 1200 - nel punto più alto, la collinetta di Toompea - ma il suo gotico risale alla fine del 1600, quando fu restaurata dopo un incendio. I banchi in legno sono recintati uno per uno come tanti fortini, chiusi da una porticina. Dio me l’ha dato… e ogni nobile famiglia possedeva il suo. Per chi aveva il sangue più blu, palchi di proscenio come a teatro. Alti come il pulpito, chiusi su tre lati, affacciati sull’altare: se non più vicini a Dio, almeno al vescovo. Sui muri delle due navate esterne una delle più ricche e preziose collezioni al mondo di stemmi nobiliari: oltre cento, grandi e sfarzosi. Ogni impresa eroica, ogni virtù scolpita nel legno, fra fronde d’alloro e riccioli dorati, a cantare la grandezza del nobile Signore. Con una «S» appena un po’ più piccola, da non confondersi col padrone di casa.

La città alta era circondata da bastioni, e, di notte, le porte si chiudevano ai mercanti della «città bassa». Oggi sono rimaste le mura settentrionali e occidentali, con due torri ancora in piedi: il resto della cinta è giardino.

Giardino anche accanto all’altra cattedrale, l’imponente chiesa ortodossa rosa e beige, con i campanili a cipolla, dedicata ad Aleksander Nevski. Ha poco più di cent’anni e non c’entra nulla con la città medioevale. Abbattiamola, chiedono da tempo molti estoni. E la voglia di ruspe nasconde forse quella, più vera, di veder cadere il più pomposo simbolo all’impero zarista. Che sempre di Est si tratta.

 

Le mura che cingono la capitale

 

L’antica Tallinn è città di campanili: quello di Sant’Olaf, alto 159 metri, vale tutti i suoi gradini. La vista è una cartolina a 360 gradi. Persino a est… Ed è città di torri: Vanalinn, la «città bassa», ne conserva ben ventisei lungo i due chilometri delle sue mura, la cinta esterna, ancora in piedi. Gli abitanti le trattano con confidenza, i sette secoli delle prime pietre non fanno soggezione. E così non danno loro nomi ma nomignoli: per la sua altezza, la torre su cui sventolano i colori interisti della bandiera estone – blu, nero e bianco – è detta «Ermanno il lungo». Tornita quanto basta per un’antica torre d’artiglieria, è «Margherita la Grassa», mentre Kien in de Kok, che svetta sopra ad alcune case , si traduce «sbircia in cucina». Le mura sono i muri di molte case, cresciute a ridosso: la parete il pezzo più antico del salotto.

I tetti dei palazzi svettano alti e ripidi: nel rosso delle tegole sbucano due, tre file di mansarde. E le facciate bianche mostrano i segni della città anseatica, di quando Tallinn splendeva per commerci e ricchezza ed era tutto un su e giù di montacarichi. Ora è un qua e là di bar, ristoranti, boutique, botteghe d’artigiani, nel passeggio biondo e sorridente di una gioventù finalmente padrona dei suoi sogni. Nella Raekoja plats, la piazza centrale, il ristorante Fellini e il caffè Rossini c’entrano come la chiesa ortodossa a Toompea, ma il resto è senza smagliature: il municipio un raro gotico civile, il suo campanile che sa di minareto un’altra postazione per belle inquadrature. Sulla guglia barocca fa da banderuola un soldatino medioevale. Detto «Vecchio Tommaso», la leggenda vuole che stia di sentinella alla città per segnalare eventuali pericoli. Non vi diremo da che parte scruta.

Grandi o piccoli, d’arte o di storia, in Estonia i musei sono numerosissimi, nelle città come in campagna: testimonianze di un’identità che la Storia ha cementato mettendola a dura prova. La Niguliste Kirik, a pochi passi dalla piazza del municipio, merita per la celebre «Danza macabra» di Bernt Notke. Che a Tallinn, alla fine del 1400, andava alla grande: anche nella Puhavaimu kirik, cappella del municipio, sull’altare maggiore fa bella mostra un suo trittico smagliante d’argenti.

La città alta, la città bassa e la città lunga: c’è una terza Tallin, intorno al cuore antico, che si estende sul mare per una quarantina di chilometri. Case di legno e palazzi di vetro, timpani neoclassici e casermoni degli anni russi. E giardini, tanti giardini che, via via, dal centro diventano parchi e poi boschi, in questo Paese che ne è coperto per oltre metà. C’è Kadrioru Loss, la piccola Versailles disegnata dall’italiano Niccolò Micchetti, bomboniera barocca bianca e rosa che il vecchio zar Pietro il Grande non ha fatto in tempo ad abitare, e c’è un auditorium all’aperto grande come uno stadio: Lauluvaljak. Le musiche tradizionali sono la vera bandiera dell’Estonia,  e lì 30 mila coristi le hanno cantate tutti  insieme - davanti a un pubblico di trecentomila che era il Paese intero - nei giorni che hanno portato all’indipendenza. Una voce così forte da sentirsi anche a Mosca, e da averne paura.

 

Tallinn, una porta d'ingresso alla città vecchia

 

La chiamano ancora la «rivoluzione canora», che senza un colpo di fucile o una goccia di sangue rese l’Estonia libera dopo quarantaquattro anni di occupazione sovietica.

A Pirita, periferia nord della città, c’è una cattedrale fantasma: solo i muri esterni e la vertiginosa facciata gotica dalla cuspide a punta di freccia sono rimasti in piedi dopo un lontano incendio. Le è rimasto per tetto il cielo, che di meglio non si può. È uno dei simboli più conosciuti di Tallinn. Poco lontano, il bosco di chi non c’è più, come un nordico, più sobrio Père Lachaise. Lapidi di marmo sotto gli alberi, il nome, la data e qualche volta un fiore. C’è il primo presidente dell’Estonia libera e, accanto, un grande campione di scacchi: chi sia più eroe nazionale non si sa. Ci sono artisti, scienziati, scrittori e poeti: tutti insieme su una collinetta. Un po’ sotto i più comuni morti: la città alta e la città bassa.

Un altro bosco conserva il passato del Paese, alla periferia opposta. Esteso su oltre ottanta ettari, ha un nome italiano, Rocca al mare, ed è un museo di storia d’ogni giorno, a cielo aperto. Un centinaio di antiche abitazioni vi sono state trasferite – smontate e ricostruite – dagli angoli più remoti dell’Estonia. Grandi case di tronchi con folte zazzere di cannucce di palude per tetto. Anche gli interni sono d’epoca. Come lo sembrano le donne in costume che sferruzzano davanti a ogni casa e accompagnano i turisti in visita. Ci sono un’antica locanda, la caserma dei pompieri, la scuola. E un’altalena con risa di ragazze, oggi come chissà quando.

Le strade dell’Estonia sono dritte, piane, deserte. Tutte uguali. Tutte in mezzo al bosco. Sottraete le città, i paesi, i laghi, qualche raro campo coltivato, un pascolo qua e là. Tutto il resto è foresta boreale: un Paese di betulle, querce, pini e ginepri.

Lahemaa è il parco nazionale più grande del Paese (1.120 chilometri quadrati), a un’ora da Tallinn, verso nord. Un sentiero di legno lungo chilometri porta nel cuore di una torbiera: è una passerella di assi inchiodate, appoggiata sul terreno. Per non uscire dal tracciato e calpestare la vegetazione, per non perdersi e magari sprofondare inghiottiti dai fanghi mobili. Radi pini fasciati di muschio e di lichene, verdi squillanti e cespugli rugginosi, laghetti d’acqua ferrosa uno via l’altro e qualche torre d’avvistamento, per uno sguardo naufrago sulla potenza di quel silenzio antico.

Oltre la grande torbiera, il mare. Lahemaa significa «penisola delle baie». E delle penisole: ogni stradina che lascia la statale ha subito il mare a destra, a sinistra e ben presto di fronte. Al riparo dai venti sono cresciuti paesini di pescatori e di turisti. A Kasmu, nel bosco che scende fino al mare, su un piccolo golfo punteggiato da massi erratici, è sorto il Villaggio dei capitani. C’era una scuola di marina, un tempo. Sfornava comandanti di lungo corso. E dopo una vita sui mari molti hanno scelto di tornare qui a gettare definitivamente l’ancora. La maggior parte delle villette sono bianche: significa che lì abita un capitano. E alla sera c’è profumo di pipa e di ricordi.

 

Palmse, una delle più eleganti ville del parco nazionale

 

Il nord dell’Estonia era la vacanza chic dell’aristocrazia zarista e le antiche ville di campagna sono piccole regge, come quella  di Palmse, sempre all’interno del parco. Si può anche alloggiare nella vecchia distilleria della tenuta trasformata in albergo, fra laghetti di cigni e storie di fantasmi. Per poi puntare a sud, verso Rakvere, dove i fantasmi sono quasi in carne ed ossa. Lì il Medioevo è un gioco e uno spettacolo: l’austero castello grigio che da sette secoli domina la città è una Disneyland merlata, la camera della tortura la più gettonata da grandi e piccoli. Un manichino è smembrato a dovere, fra luci, suoni e sbuffi di fumo, il cappuccio del boia a disposizione per le foto ricordo. Nel cortile del castello, fra crociati e saraceni di cartapesta, si può torneare a sacchi di segatura sulla testa o sparare con un cannone che fa bum. Di autentico c’è solo la cinta esterna delle mura. Rakvere è un bel castello. Da fuori.

Autostoppisti lungo la strada: zaino sulle spalle, jeans sdruciti, una chitarra. Ci avviciniamo a Tartu, antichissima città che più giovane non si può. Sui tavolini dei bar cioccolate fumanti e appunti di semeiotica, nei pub brindisi di boccali a qualche insperato diciotto, dovunque giovani, giovani, giovani. Se c’è un adulto, è un prof. Perché a Tartu c’è, anzi, Tartu è, la più antica e prestigiosa università del Paese, fondata nel 1632. Tutto vive di essa e per essa. Nell’imponente palazzo neoclassico del Rettorato c’è ancora la prigione per gli studenti indisciplinati: una cella mansardata con le pareti che raccontano i più vivaci ospiti. Fra disegni e graffiti a carboncino, anche un italiano ha immortalato le sue prigioni. «Non bisogna mai pentirsi d’aver fatto il bene», ha lasciato ai posteri. Dall’acustica perfetta, la solenne Aula magna su due piani: i suoi concerti sono viaggi al centro della musica.

Un grande parco circonda le facoltà. È libri sparsi nell’erba e palestra di primi baci, sotto gli occhi imperturbabili di chi ha fatto grande l’ateneo: su un piedestallo il chirurgo che curò la famosa gamba ferita di Garibaldi. Il bronzo garantisce che ha fatto anche altro. Nel parco è aperto ai visitatori l’Osservatorio astronomico, semicircolare e neoclassico, dove Friedrich Georg Wilhelm Struve scoprì per primo la distanza fra la terra e una stella. Un buon affare, a giudicare dalla splendida villa che ha lasciato nel quartiere residenziale della città. Stile barocco olandese, invece, per il municipio che si affaccia sulla rettangolare Raekoja plats e sulla fontana dei «Bacianti», due innamorati che, secondo la leggenda, un sortilegio ha fermato così per sempre, teneramente avvinghiati sotto un ombrello, nello scroscio della fontana. Non si sa se per premio o per castigo. La piazza è in leggera pendenza, uno dei suoi bei palazzi neoclassico-pietroburghesi un po’ di più. Lo chiamano la loro Torre di Pisa: il terreno ha ceduto e la casa si è inclinata di una decina di gradi. Ora è ferma. Pare.

 

A Tartu il monumento agli innamorati

 

Un placido fiume attraversa la città: si chiama Emajogi e collega quella specie di mare chiuso che è il lago Pepsi, acqua di confine con la Russia, al mare vero. Un gruppo di appassionati  ha ricostruito nei minimi dettagli, seguendo antichi disegni, un barcone dell’epoca anseatica: una panciuta «arca» dall’aria sonnacchiosa, spesse assi di legno e grossi chiodi. Allora trasportava merci, oggi turisti, costeggiando spiaggette di bagnanti e filari di betulle.

Da Tartu a Parnu si taglia l’Estonia da est a ovest. Nel bel mezzo Viljandi: il suo lago è una riviera d’estate e quel che resta dell’antico castello un palcoscenico suggestivo per il festival di musiche tradizionali che si tiene in luglio. A una quarantina di chilometri a ovest il Soomaa  national park, detto il Parco delle cinque stagioni: la quinta è  l’inizio di primavera, quando l’acqua invade il parco e tutto diventa palude, stagno, acquitrini da navigare a pelo d’acqua.

Parnu invece ha una sola stagione che conta: l’estate. Nei mesi caldi Tallinn le passa lo scettro di capitale dell’Estonia e le sue spiagge, le terme, gli alberghi e i ristoranti fanno il tutto esaurito. Ville Liberty, atmosfere un po’ retro, i giardini pubblici  in faccia al mare, spiagge grandi da Versilia del nord. Le bombe della seconda guerra mondiale hanno lasciato poche tracce della città anseatica. Un segno del periodo sovietico, invece, è stato riciclato: in una piazza del centro c’era un grande monumento a Lenin che dal cassone di un camion additava il sole dell’avvenire. Tutto bronzo. Anziché distruggerlo, gli abitanti hanno tagliato la testa alla statua e hanno messo al suo posto quella, in bronzo s’intende, del primo presidente dell’Estonia libera. Il camion è sempre quello, ma adesso è lui che addita.

Al di là del mare, a mezz’ora di traghetto, la vecchia Estonia: Saaremaa, l’isola delle tradizioni e delle radici intatte, del passato che non si butta e dell’ambiente che non si tocca. Il simbolo potrebbe essere un campo da calcio, appena sbarcati: proprio nel bel mezzo è cresciuta una grande quercia. Tagliarla? Non se ne parla neppure – si sono detti gli abitanti. E tra un palo e una traversa, ogni tanto lo speaker esclama: tronco!

La città principale è Kuressaare, mare e benessere.  È un po’ come la statua di Lenin: c’erano già due secoli fa e si chiamavano terme, oggi sono la stessa cosa ma hanno cambiato nome: spa. La più prestigiosa è l’Hotel Ruutli, un po’ albergo un po’ clinica a cinque stelle, nel bianco delle sue rigorose geometrie. C’è una stanza simil-grotta dalle pareti di sale: una mezz’ora al giorno per una settimana farebbe miracoli per l’asma e la psoriasi. Servono tre minuti al giorno, e qualche giorno in più, invece per dire basta alla cellulite:  in una specie di baule-freezer a meno 165 gradi Celsius – la testa fuori. I dolori reumatici sono la specialità della casa, ma anche lo stress è in lista: la sala scacciapensieri ha l’acquario con i pesci colorati, musiche di onde e violini, vedute di mare sugli schermi alle pareti. Rasserenante. Quasi quanto il mare che si vede alzando le tapparelle.

Alle porte della città, la bianca fortezza di Linnus: in una pietra dolomitica che si estrae sull’isola. Risale al XIV secolo ed è il castello meglio conservato del Baltico: a pianta quadrata, con mura alte venti metri. Anche nelle sue sale, su e giù per le antiche scale, un museo: racconta la storia dell’isola, dalla clava al Kalashnikov. Saarema, infatti, è stata ambita preda e campo di battaglia nei secoli: per lei si sono scannati danesi, svedesi, russi, tedeschi. I padroni di casa, ogni volta, a farne più le spese: solo nel corso dell’ultima occupazione sovietica l’Estonia ha perso un quarto della sua popolazione, solo in una notte – il 14 giugno del ’41 – diecimila persone sono state deportate in Siberia.

 

L'imponente fortezza di Linnus

 

Con manichini in uniforme, armi, documenti e filmati sui monitor il museo ripercorre le grandi tappe della Storia, ma racconta anche le storie minime della gente. Un quaderno di scuola è bruciacchiato e sulla pagina aperta si vede un uccellino a matita che vola sorridendo – sì, sorridendo. Anna Frank forse abitava anche a Saarema. E in un album seppiato ci sono tre marinai in posa: hanno facce da contadini e gli sguardi di chi non capisce perché va a morire.

Oggi la guerra è un gioco, per distrarre i villeggianti e sgranchire muscoli e pensieri. Gli appassionati di War games paint ball si danno appuntamento fra le torrette e i bunker abbandonati delle vecchie basi russe e, divisi in due eserciti, si danno battaglia sparandosi addosso, a 330 all’ora, palline di plastica piene di vernice. Chi è colpito è morto, pronto per la battaglia successiva. L’onore un po’ macchiato, ma più che altro la tuta.

Sull’isola c’è una penisola lunga trenta chilometri che punta verso sud: Sorve. E da lontano sembrano menhir quelli sulla spiaggia di Ohessaare: sono centinaia, migliaia, sono pile di sassi bianchi e piatti, uno sopra l’altro. Alcune alte due spanne, altre un metro e più. È la spiaggia dei desideri: ogni menhir un desiderio. Qualcuno è crollato, soprattutto i più grandi. Forse è stato il mare, forse il vento, forse un calcio deluso.

Sul lato opposto di Saaaremaa, invece, dopo vertiginose costiere a picco, c’è l’isolotto di Vilsandi, riserva naturale, affollato scalo di uccelli marini e migratori. Dista sette  chilometri dalla costa, ma ci si va in camion, un robusto residuato dell’occupazione sovietica con sei gigantesche ruote motrici. Il mare non è profondo e l’autista conosce la rotta del guado. I turisti si sentono un po’ Mosè.

Nessuno è mai sceso a spingere: qualcosa di buono i sovietici l’hanno lasciato. Ma agli estoni non viene in mente granché d’altro.

 

Il misterioso cratere di Kaali

 

Certo non l’hanno lasciato loro quel cratere, poco lontano, che ha  suscitato mille leggende nordiche e ha reso celebre nel mondo Kaali, quattro case in croce e cinquanta abitanti. È stato un pezzo di cielo, è stato un figlio del sole: la mitologia si è sbizzarrita. E ne ha avuto il tempo: il meteorite è caduto sull’isola di Saaremaa ben 3.500 anni fa, provocando un cratere di 110 metri di diametro – oggi un laghetto circondato da alberi - e otto più piccoli, fra i 12 e i 40 metri. La zona era abitata, come illustra l’ennesimo museo: fu una catastrofe preistorica. Ed entrò nei «media» di allora: le leggende. Che si sono tramandate fino ad oggi e avvolgono Kaali di magia e mistero.

Il viaggio volge al termine, la strada riprende verso nord per chiudersi – quasi un cerchio – a Tallinn. Rivederla è scoprire un’inattesa confidenza, quasi un ritorno a casa. La strada per l’aeroporto sfiora la città vecchia. S’intravede una torre. Ciao Margherita, non sei poi così grassa.

Il viaggio è stato organizzato dall' Ente del turismo estone (www.visitestonia.com/it)

 

Nessun commento ancora

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi