Liechtenstein, montagne di soldi

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di Diego Marani

Assieme ai francobolli, una multa del Liechtenstein era l’unica che mancava alla mia collezione di convinto europeista. Ne avrei fatto volentieri a meno. È vero che non mi ero neanche accorto di esserci entrato, in Liechtenstein. Credevo di essere già in Austria, o ancora in Svizzera. Ma che Paese è questo, che sulla carta non contiene neppure il proprio nome? Più che un paese sembra un’area di servizio con un parco giochi e un ristorante Mövenpick un po’ più elaborato degli altri. O un comprensorio sciistico, di quelli che con uno skipass fai tutti gli impianti.

Sarà per questo che non l’ho neppure visto il vigile appostato sull’incrocio. Lo devo aver scambiato per un maestro di sci. E poi qui ci sono più semafori che incroci. Fatto sta che saltarne uno m’è costato come quando a Monopoli si finisce su Via della Vittoria con un albergo e quattro case. Compilando un modulo «multiple choice» che contemplava tutte le infrazioni possibili, dal divieto di pesca al crimine contro l’umanità, con disarmante cortesia, il vigile mi ha fatto capire che o pagavo subito, o andavo direttamente in prigione senza passare dal Via. Non avevo abbastanza franchi svizzeri, ma in Liechtenstein i vigili come le banche quando si tratta di soldi prendono tutto. Sono sicuro che avrei potuto pagare anche in denti d’oro. Sarà mica un caso che il Liechtenstein è il principale esportatore mondiale di denti artificiali?

Ridotto in bolletta, visto che l’ho pagato, decido di approfittare appieno del mio skipass. Tanto più che comincia a nevicare. Parcheggio la macchina sotto lo sguardo benevolo del vigile e mi addentro per le vie di Vaduz alla ricerca di una banca. Niente di più facile. Rimpolpato il portafoglio, mi abbandono a uno slancio turistico e cerco il centro. Il giornalaio dell’edicola mi dice che l’ho già passato: era fra Städtle e la Äulerstrasse. Gli chiedo il Corriere della sera. Non ce l’ha. Con una battuta dice che i collegamenti con Milano sono andati sempre più peggiorando, da quando nel 1808 è stata soppressa la diligenza Milano – Landau. Per gentilezza gli compro il «Liechtensteiner Vaterland». empre pensando alle mie collezioni di parafernalia europee. Assieme all’«Eco di Reykyavik», non l’ho mai letto.

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Passo davanti al Museo dello Sci, ma di pomeriggio è chiuso. Allora salgo fino al castello, ma neanche là si può entrare. Però si vede la valle del Reno bianca di neve e oltre il fiume, la Svizzera. Mi vengono in mente quei film di guerra dove i fuggiaschi dai lager nazisti arrivano in vista della frontiera elvetica proprio quando dietro di loro cominciano a crepitare le spandau. Torno in città passando davanti all’intrigante targa del circlo culturale «Tangente». Questi richiami milanesi mi inquietano. Per riscaldarmi, cerco un ristorante o un caffé. Ne vorrei uno indigeno e spio dentro le porte della Brau Stube, del Börsencafé, del Mühle. Ma in preda a quello strano istinto che talvolta anima gli italiani all’estero, finisco inspiegabilmente per entrare da «Cesare», al numero 15 di Städtle.

Per continuare a farmi del male, mi informo sulle lasagne, sugli spaghetti al pomodoro, sui maccheroni gratinati. Ritrovo in tempo abbastanza lucidità da ordinare un rösti. Anche il mio vicino di tavolo sembra sollevato. È un anziano signore vestito all’antica, coi baffetti bianchi rivolti all’insù e gli occhietti spiritati. «Alla salute!» mi augura alzando il boccale di birra. Ricambio ed apro il mio «Liechtensteiner Vaterland». Sono curioso di vedere se c’è la mappa delle previsioni del tempo e come sono capaci di raccontarle in un paese grande come una provincia italiana. «Ha visitato la pinacoteca nazionale?» sento chiedermi da dietro il giornale. Abbasso la pagina e sorridendo scuoto la testa. «Ci sono dei Rubens e dei Van Dyck. Tutta roba del principe! E chissà quali altre ricchezze nasconde ancora nel castello! Ci si può aspettare di tutto da uno che voleva legalizzare la cocaina!» esclama abbassando la voce e guardandosi attorno come se invece di Hans Adam II stesse parlando del conte Dracula e ghirlande d’aglio pendessero sopra le nostre teste. È vero che i principi del Liechtenstein vengono dalla Boemia, dove avevano possedimenti grandi dieci volte il loro principato alpino.

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«Ma lo sa che il nostro piccolo paese è tutto quel che resta del Sacro Romano Impero ?» continua il mio vicino. Mi mostro incuriosito. «È dal 1868 che ci siamo rimasti solo noi della Confederazione germanica. Gli altri si sono persi nelle vanità dell’impero asburgico o sono stati risucchiati nel tritatutto protestante e prussiano. Lo dice bene il nostro stemma che siamo noi gli eredi di Carlomagno! Contiene le insegne della Slesia, della Sassonia, della Frisia, di Troppau e di Jägerndorf!». «Un piccolo paese con una grande storia, insomma!» è tutto quello che riesco a dire mentre cerco di addentare il mio rösti bollente. «Ah, non più quello d’un tempo! Si figuri che adesso i nostri undici comuni hanno addirittura il diritto di secessione!».

Mi scappa un sorriso e chiedo. «C’è qualcuno che se ne vuole andare?». «Certo, quelli del sud! Gente strana, mica roba nostra! Sono grigioni che hanno passato il Reno! Di buono fanno solo il vino!» Guardo sulla carta delle previsioni del tempo il mezzo francobollo del Lichtenstein meridionale. Sarà grande come un campo di golf da 16 buche. Sul listino prezzi leggo che una bottiglia di Kretzen di Triesen costa 55 franchi svizzeri (35 euro). Con la mia multa se ne comperano tre. «Tutta colpa di Hans Adam II!» insiste il vecchietto senza pulirsi i baffi intrisi di birra. «Non è un principe, è un banchiere! Il sentimento nazionale non sa neanche cos’è! I veri principi si sono estinti con il Sacro Romano Impero. Quelli d’oggi sono degli impostori, dei signorotti austriaci che hanno comperato il feudo ma qui non si sono mai fatti vedere fino al 1938. C’è voluto Hitler perché i principi di Liechtenstein si degnassero di lasciare Vienna e venissero sulle loro terre!».

Comincia a imbrunire. Ho ancora molta strada da fare e non smette di nevicare. Pago il conto, chiudo il giornale e saluto il vecchietto. «Dove se ne va?» mi chiede rattristato. «A Costanza» rispondo. «Allora, se vuole un consiglio resti di qua dal Reno e passi per Breganza. Stia lontano dall’Appenzell! È gente selvatica!» mi dice agitando l’indice. «Barbari minacciosi che premono alle frontiere Sacro Romano Impero?» replico io con tono ironico. «Già, barbari, gente senza Dio!» borbotta il vecchietto guardando nel vuoto.

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