L’Irpinia ha un santo in paradiso

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Testo e foto di Paolo Pernigotti

Un po’ Campania, un po’ Puglia, un po’ né l’una né l’altra. «Terra di mezzo» è stata definita, e da lì a «Terra di nessuno» il passo è stato breve. Fino al 30 novembre del 1980, quando improvvisamente diventò di tutti gli italiani quella terra, squassata da un terremoto costato tremila morti e 300 mila sfollati. Da quel giorno, per l’Irpinia, niente è più stato lo stesso. Fra le macerie e dietro la polvere si svelarono insospettate ricchezze di storia e natura, nel contempo gli irpini si svegliarono – certo, un po’di soprassalto – e sotto i riflettori riscoprirono la loro identità e il loro orgoglio. Arrivarono anche i miliardi – in parte andarono persino a buon fine – e oggi,  medicate le ferite e rifattasi il trucco, l’Irpinia vuole dimostrare a tutti che, se è un po’ Campania e un po’ Puglia, è anche un po’ bella come entrambe: terra di borghi appollaiati, di boschi e di vento, di chiese e  castelli, formaggi e vini.

Montella può essere un buon inizio, per chi arriva da Napoli. Ci passò anche San Francesco nel 1222 e, dove un gelso lo preservò miracolosamente da una memorabile nevicata, fece sorgere un convento che, nei suoi strati sovrapposti, come cerchi di un tronco, racconta la Storia della regione, dagli Angioini agli Aragonesi, dai Borbone fino a Umberto di Savoia che qui soggiornava spesso. È stato ripetutamente rimaneggiato nei secoli e quella bomboniera di marmi, maioliche e stucchi che è oggi la sua chiesa risale al 1769. Biblioteca, museo, persino sede di Slow Food: solo quattro giovani frati lo abitano,  ma fanno del convento una mirabile fucina. Piccolo piccolo, ma un miracolo anche quello.

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Bisaccia non ha santi, ma ha De Sanctis: Francesco pure lui. Era di queste parti e il paesino medioevale terrazzato fra il monte Calvario e il monte Setoluto  ha dedicato al grande saggista un Caffè letterario con annessa biblioteca che è un motivo in più per visitare il severo castello di origine normanna che li ospita. Nel borgo, fra chiese e palazzotti nobiliari, il Comune ha anche creato uno strano albergo: è costituito da una ventina di casette sparse qua e là. Non è l’unico del genere in Iripinia: si chiama «albergo diffuso». Non si prenota una camera, ma una casa.

Si arriva in cima «per una strada a girandola», scriveva Giuseppe Ungaretti. È una montagna di case, una stretta all’altra, una in cima all’altra. I suoi abitanti dicono che è uguale a Positano, solo senza mare. E il sito ufficiale è in italiano e in inglese, ma non è mania di grandezza: a Calitri ventiquattro case hanno cognomi stranieri sui campanelli. Per l’esattezza, diciotto inglesi, quattro americani e due svedesi. Che, in rapporto agli abitanti, è più del Chiantishire. Trovano a Calitri l’Italia come se l’immaginavano: quella vera – dicono. E sottintendono: non quella per turisti. Che è l’ultima cosa per la quale i turisti vogliono essere presi. A Calitri ci sono Storia, Arte, Gastronomia. Come dire bianco, rosso e verde. La Storia si sente sotto i piedi, su e giù per le stradine pavimentate di pietre, si legge negli stemmi che ornano i portali dei palazzi. L’Arte è nelle numerose chiese e abbazie cinquecentesche, nella tradizione delle ceramiche che le impreziosiscono - a Calitri anche le targhe stradali sono in ceramica dipinta -  nei musei e nelle mostre. Gastronomia, infine, vuol dire i formaggi e i salumi che stagionano pazienti in grotte dall’insospettabile facciata di bottega. Dietro la porta, un antro che potrebbe essere l’anticamera dell’inferno se non custodisse tanto bendidio.

I formaggi sono i famosi caciocavalli prodotti con il famoso latte delle famose vacche podaliche: una razza globetrotter che non mette mai zoccolo in una stalla, magra magra, con un latte grasso grasso che fa un formaggio inimitabile. Gli intenditori distinguono dall’intensità del suo colore l’altitudine cui la mucca ha pascolato. L’ultimo tocco al sapore lo dà l’umidità delle grotte, a farne un mito ci pensa la rarità del prodotto. Per assicurarselo c’è chi lo acquista in fasce e poi lo lascia a balia in grotta perché stagioni a dovere. Gli è assicurato il diritto di andarlo a trovare quando vuole, spazzolarlo, massaggiarlo, coccolarlo. Con il rischio che, dopo sei mesi, gli manchi il coraggio di mangiarlo. In altre grotte stagionano i salumi, altrettanto tipici di Calitri: il più doc è il Sausicchio, piccante, di lunga essiccazione e a forma di ferro di cavallo. Un inglese dice che è già un buon motivo per comprare la seconda casa da queste parti.

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«Ruralità mediterranea» è un «progetto transnazionale per una promozione turistica sostenibile» – si legge sulla carta intestata. Riunisce ventitré Gruppi di Azione locale – niente lotta armata, per carità, solo sviluppo di aree rurali - che si sono consorziati, fra Campania, Sicilia e Grecia, per dare impulso turistico ai rispettivi territori. Fra le tante iniziative, anche la creazione di itinerari come, per l’appunto, quello che da Montella attraversa Irpinia e Sannio, su per altre strade a girandola e giù per pascoli e castagneti, alla scoperta dell’Italia come gli italiani non s’immaginano più che esista.

I borghi si assomigliano tutti, con le stradine di pietra avvoltolate, le facciate austere degli antichi palazzi e le piazze a terrazza affacciate sull’orizzonte, ma ciascuno ha un suo inconfondibile richiamo. Il castello longobardo di Montefusco fu lo Spielberg dell’Irpinia, ai tempi dei moti carbonari, temutissimo carcere di massima sicurezza per gli antiborbonici. Oggi ci sta il sindaco, ma al piano di sopra, con gli uffici comunali. Altra specialità, il tombolo, anche se sono rimaste in poche a intrecciare, con leggere dita da ragno,  quelle preziose trame di pizzo che hanno reso Montefusco famosa nel mondo. È stata istituita una scuola per chi vuole imparare, ma le ragazze preferiscono perdere gli occhi su una tastiera di computer.

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Tufo, Torecuso: qui è terra di vigneti, che i due borghi sorvegliano dall’alto dei loro cucuzzoli. A Tufo si possono visitare le famose cantine Di Marzo, grotte anche qui, scavate nel tufo per accudirvi il bianco Greco che dal borgo prende il nome, e il castello normanno. Mentre a Torrecuso, fra casette in pietra dalla caratteristica scala a giorno, in un geometrico intrecciarsi di stradine e piazzette, ogni occasione è buona per celebrare il vero patrono della zona, Bacco. Un paese di giovani, Torrecuso: a Napoli, a Roma, magari anche a Milano, si va per studiare, ma poi si torna. L’orgoglio delle proprie radici è irresistibile richiamo. Il terremoto, da queste parti, ha svegliato anche quelli che quel 30 novembre non erano ancora nati.

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1 response

  1. Il terremoto c'è stato il 23 novembre.....De Sanctis era di Morra.....le mucche sono PODOLICHE...... torrecuso non è ne Irpinia,né provincia di Avellino.... Per il resto grazie. La pubblicità serve.

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