Maldive, quella luce dagli abissi

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Testo e foto di Paolo Pernigotti

Non è altro che acqua. H2O con aggiunta di sale. Ma questa ha una luce dentro. Neppure un cielo in tempesta la spegne. E le basta un accenno di luna per schiarire la notte come un prato di neve. È il mare delle Maldive. È le Maldive. Perché il Paese è il mare, brufoloso di atolli, di isole, di sabbie, un mondo a pelo d’onda, sospeso e fragile, miraggi sottili all’orizzonte, trasparenze  nel vento. L’acqua è un traballare dello sguardo, una lente che lucida e ravviva. Non separa ma svela il giardino sommerso, la sua vita di guizzi e di colori. Gli atolli sono crateri di vulcani: questo mare era un cielo di montagna, l’ha riempito un’onda lunga sessanta milioni d’anni. Un pensiero vertiginoso e esaltante: dove tutto oggi è piatto, svettavano cime di una cordigliera, le profondità marine erano gole scoscese. Dove pattugliano gli squali, precipitavano le aquile in picchiata.

Milhadhunmadulu, Haddunmathi, Fuvammulah… Posti più lunghi da pronunciare che da attraversare. Ci sono isole che Robinson e Venerdì ci sarebbero stati stretti, troppo piccole anche per il resort più intimo e esclusivo, altre abbastanza grandi per seminare nel verde una reception, due o tre ristoranti, ville, villette, villone, macchinine da golf in silenzioso andirivieni e, di rigore, una Spa – come se già questo paradiso non fosse il miglior trattamento per star bene al mondo.

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Di milleduecento isole, solo duecento sono abitate: metà dai maldiviani, metà dai vacanzieri. Due mondi che ancora attendono di incontrarsi e di conoscersi.  È forse  lì il futuro - anche turistico - delle Maldive. Per chi non cerca solo mare e sole, infatti, c’è un Islam rigoroso e quieto da scoprire, che il mare ha preservato in una sorda clausura. L’alcol è rigorosamente vietato: se non sono sensibili ai precetti del Corano, e se non sono astemi, gli stranieri che vivono nella capitale, Malè, devono chiedere una dispensa a un ufficio preposto, presentare il certificato di soggiorno, e solo così potranno ottenere una licenza per ritirare, in un altro ufficio preposto, tre litri di vino e due cartoni di birra al mese. I resort sulle isole, invece, godono dell’ extraterritorialità: peccato libero. Business must go on. Ma ci sono camerieri che si fanno licenziare per non toccare una Heineken. Nei villaggi dei locali è proibito anche l’alcool denaturato in farmacia. E se è vero che sui tetti di paglia o di lamiera incomincia a spuntare  qualche parabola, la cronaca dei funerali di Papa Woityla, sugli schermi Raisat, fu oscurata in tutto l’arcipelago. Vade retro, Satana.

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Le casette basse e spoglie si affacciano su stradine  bianche, la sabbia è fine come farina. Ma c’è poco traffico a sollevarla: in ogni isola si conta una sola auto, l’ambulanza in perenne rodaggio, il resto sono scooter e ciabattine. In fondo alla via, da ogni parte, il mare. Bambini che giocano, vecchi che fumano, donne velate, rasenti i muri quando incrociano la novità di uno straniero. Si coprono la bocca, ma gli occhi ridono. I loro uomini sono in mare: i villaggi delle isole vivono di pesca e di qualche orto dietro casa. Solo qualche giovane è andato lontano a trovar lavoro: in quell’altro emisfero che è l’isola di un resort. Ma forse un giorno non lontano farà ritorno. Qui oggi non c’è neppure un bar e il ristorante è roba che si vede nei film, ma all’orizzonte passano sempre più  comitive in crociera. Il pesce è buono e abbondante: perché non farle fermare a gustarselo sotto un pergolato?

Al Ministero del Turismo stanno pensando alle guest house. E inglese come resort, ma è un’altra cosa: è per chi non vuole spendere tanto, chi ama un relax più ruspante, chi non cerca le stelle di una suite ma quelle di una sera sulla spiaggia,  chi non vuole portarsi a casa solo un’invidiabile abbronzatura ma anche l’esperienza di un altro vivere. Sarà – sarebbe – una rivoluzione. Oggi le Maldive sono tante quante le sue isole, i villaggi sono mondi chiusi cintati dal mare. Qui chi ha viaggiato molto è arrivato nell’isola vicina, e i pescatori, anche quelli che vanno più lontano, cercano solo un blu dove calare buone reti. Turismo libero significherà – significherebbe – collegamenti fra le isole, con la capitale e il suo aeroporto, con il mondo fuori. Con il mondo che arriverà dentro.

Via mare o via cielo, perché alle Maldive muoversi significa navigare o volare. I resort si sono adeguati da tempo: hanno barche griffate ad attendere i turisti all’aeroporto, la stazza è in proporzione al numero delle stelle, certi motoscafi sembrano yacht da passarci la vacanza. Per chi va lontano, invece, c’è l’idrovolante: il brulicare di isole è settecento chilometri per duecento,  giusto per dieci giorni di crociera, ma non per un rodeo sulle onde dopo nove ore di volo, tre di jet lag e magari ancora il loden della Malpensa sulle spalle. Ogni baia quieta è un aeroporto per la flotta di DHC-6 300 canadesi. Vanno e vengono come autobus. Fusoliere rosse o gialle smaglianti, una bella macchia di colore contro gli azzurri di cielo e mare, il bianco delle spume all’ammaraggio. I piloti sono una Legione straniera zingara e  beata: mostrine d’ordinanza sulla camicia bianca, Bermuda e ciabattine di gomma.

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«Questo è il piacere di volare…». Raffele Longo viene da un paesino che ha il nome più lungo di un atollo: Pietramontecorvino, in provincia di Foggia. Ha studiato da pilota in Australia, ha fatto spole transoceaniche con Jumbo e altri giganti, ma ogni tanto la nostalgia lo riporta da queste parti. Per qualche mese o qualche anno, dipende. «Qui un posto di pilota si trova sempre».  E non lo chiama lavoro, anche se è pagato tre volte un collega Alitalia. «È un divertimento, è come fare windsurf, si sente il vento sulle ali, lo si domina, ci si lascia portare». Volo a vista e niente sofisticati bollettini metereologici: «Ci avvertiamo fra piloti via radio: là c’è una nuvola scura, occhio a quella perturbazione». Come i camionisti con gli autovelox. Montagne da andare a sbattere, d’altronde, non ce n’è: il punto più alto delle Maldive è due metri e mezzo sul livello del mare. Dieci, dodici scali al giorno sono la media. Ma senza stress: «Questi aerei sono i più sicuri al mondo: sempre uguali da quasi quarant’anni perché nessuno riesce a farli meglio».

Qualcuno ha detto che le Maldive sono le lacrime di Dio. Il settimo giorno si è commosso per come la creazione gli era venuta bene e i suoi goccioloni hanno fatto plof da queste parti. Viste dall’aereo c’è quasi da crederci: gli atolli sono cerchi concentrici nell’acqua,  sempre più grandi fino ai reef che delimitano i diciotto atolli principali. «Il panorama cambia continuamente», dice Longo, che ancora non si è stancato di goderselo dal plexigas della sua cabina. «Le maree trasformano i profili delle isole, rubano una spiaggia qui, la restituiscono altrove. Anche i monsoni giocano a rivoluzionare il paesaggio, ogni stagione».  Ma poi si fa serio: «Quello che sta succedendo da qualche anno, però, non è più solo il gioco naturale dei venti e delle maree».

C’è stato prima il Niño, nel ‘98, che ha bruciato i coralli lasciando sui fondali un tappeto di cenere bianca. Ma la natura ha saputo reagire e le barriere hanno ripreso in breve tempo vita e colori. Poi c’è stato lo Tsunami, le Maldive hanno pianto i loro morti, ma hanno retto ancora. Ora c’è un’altra onda, lenta ma assai più insidiosa, e le Maldive, questa volta,  sembrano davvero rischiare grosso: le acque dei mari si scaldano, i livelli degli oceani crescono, le isole vengono lentamente erose e sommerse dal mare. Una futura Atlantide? L’Oceano Indiano si riprenderà questo paradiso di corallo partorito in milioni d’anni? Se l’inquinamento mondiale non rallenterà, il destino delle Maldive è segnato – è l’allarme del nuovo presidente, Mohamed Nasheed. In ottobre il suo governo si è riunito in fondo al mare. Per far sapere al mondo che non vuole finirci. Un consiglio dei ministri con maschere e bombole: al posto delle parole, tante bollicine che salivano in superficie. Sembravano davvero l’ultimo respiro.

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Un altro Eden così, d’altronde, non l’abbiamo. Ci sono più cose in questo mare splendente – per dirla come Amleto – di quante ne possa partorire la più lussureggiante fantasia. Coralli a forma di tutto: sottili e traforati come ventagli di pizzo, globosi e imponenti come il cervello di un gigante, e poi fiori, cespugli, verzure d’ogni colore e brillantezza, un giardino pietrificato che miliardi di minuscoli polipetti  hanno creato con le loro corazze morte, una sull’altra. Dall’eternità a qui. E intorno, uno sgusciare d’altri lampi e colori , scatti fulminei e scie danzanti: se i coralli sono di duecento tipi, i pesci superano le mille specie. Più eleganti di tutti, gli squali. Trovarseli accanto è un brivido senza paura: sono rigorosamente vegetariani. La sabbia si smuove e svela tentacoli in agguato, passano sciami fitti come muri d’argento, un pesce pappagallo veste Missoni. Oltre il vetro della maschera c’è un mondo di meraviglie che scorre indifferente: il dorso di un pesce si lascia sfiorare, ormai il turista è una specie conosciuta.

Sull’atollo di North Malè, al tramonto, un branco di Trigoni arriva sulla spiaggia. Hanno forma d’aquiloni, due occhi tristi nel mezzo e una coda di topo. Fluttuano come lenzuoli portati dalla corrente. L’appuntamento è alle 18, puntuali. Gli ospiti del resort, il Vivanta By Taj, sono già pronti, l’acqua al polpaccio, in mano un boccone di pesce. I Trigoni conoscono la parte: s’infilano fra le gambe degli umani, si strusciano scivolosi, si lasciano accarezzare la cresta dura che li imparenta con gli squali, e dopo un po’ di fusa inghiottono il boccone-premio. Poi sotto con un altro turista. Hanno un pungiglione velenoso nascosto sotto la coda, ma questi hanno messo la sicura. Garantito dai gestori del Diving club. Come dire, immersioni, snorkelling e escursioni. I pesci li conoscono di persona, sanno dov’è il corallo più fantasmagorico, come approdare senza incagliarsi sul neonato isolotto di Bis Fushi, un’abbagliante lingua di spiaggia in mezzo al blu a mezz’ora di barca da North Malè, sanno da che parte tira il mare e come non farsi portar via. Perché le correnti bisogna saperle prendere, da queste parti dove l’Oceano svirgola fra gli atolli e lì prende forza. Ogni resort ha il suo vanto: qui c’è più lusso, qui si mangia meglio, qui c’è più spiaggia.  Al Vivanta c’è la barriera sotto casa: le suite a palafitta hanno un terrazzino sul mare, si scendono tre gradini ed è subito reef.  L’isolotto è piccolo, due passi dopo cena sono proprio due, ci si conosce tutti e non ci sono animatori né karaoke, ma un cuoco filippino che fa cucina giapponese in bella vista roteando i coltelli come al circo. Applausi, bis, poi tutti a nanna, che al mattino c’è un reef da non perdere. Mare & Relax.

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A mezz’ora di motoscafo, invece, One & Only, modestamente. Qui solo effetti speciali. Il Reethi Rah è sessanta ettari di isola con sei chilometri di spiaggia, ristoranti sontuosi come templi egizi dove officiano ottanta chef,  una cantina di ottantamila bottiglie alla faccia di Allah, un centinaio di giardinieri a curare il paradiso terrestre circostante ville da AD con tripli servizi e mare privato. E se incontrate una bella signora molto abbronzata, sì, probabilmente è Naomi Campbell , mentre quel tipo che ha appena parcheggiato tre portaerei nella baia, è proprio Abramovic. D’altronde che isolotto poteva affittare, tutto intero, Mariah Carey per sposarsi e invitare qualche centinaio di amici intimi? Se l’è cavata con due milioni di dollari. All inclusive. Dalle altre parti uno si stende sulla spiaggia e si gode il cielo stellato. Qui vi danno l’astronomo personale che vi accompagna con il suo telescopio portatile e tiene una lezioncina. Meno romantico, ma istruttivo. Quanto costa tutto questo? Neanche tanto, ma queste domande qui non si fanno.

Il vanto del Thaj Exotica Resort & Spa, invece, è la laguna più grande delle Maldive. E’ nella parte sud del grande atollo di Malè e la capitale si scorge all’orizzonte, con i suoi condomini di Lego gialli verdi e blu. In questo resort l’ambiente è sacro: sabbia  immacolata, palme tirate a lucido, bottiglie, non quelle di vino, qui, ma di plastica, vietate. Per discrezione le automobiline da golf spengono i fari quando incrociano un ospite sui vialetti: occhio a scansarle. Nel nome di Jiva la Spa si propone fra le migliori delle Maldive: tradizione indiana di lozioni e di coccole.

Pontili e suites sull’acqua al Kuda Funafaru: il mare è di qua, di là e pure sotto. Le vetrate a tutta parete fanno entrare una luna che è dolce addormentarsi, e un sole che è un bel tornare al mondo. In bagno c’è una Jacuzzi grande come una piscina, sul terrazzino una piscina piccola come una Jacuzzi. Al Kuda Funafaru si arriva in idrovolante: è nell’atollo di Noonu. Dall’alto si vede lontano: qualche milione d’anni fa. Ciò che è sott’acqua e ciò che è sopra si confonde nella trasparenza, gli atolli tornano crateri di vulcani,  una spuma nel blu è un benvenuto al mondo. La barca del resort porta a pesca, dopo il tramonto. I marinai sanno dove abboccano. Trenta metri di nylon e lo strappo non tarda: ci sono Red Snapper  che è meglio essere in due per tirarli a bordo. La mattina dopo ci si sentirà un po’ in colpa, pinnando a testa in giù in quell’acquario delle meraviglie. Ma ce n’è ancora…

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In attesa che le Maldive, non solo le sue ammalianti cartoline, si aprano ai viaggiatori, Malè  è un assaggio di vita vera. Si fa scalo all’arrivo e alla partenza. L’isola è quattro chilometri quadrati con settantamila abitanti: più densa di Manhattan. Un borgo che si dà arie da metropoli. Case una sull’altra, nelle strade  sciami di motorini a lucido e clacson di taxi rattoppati, sui marciapiedi s’incrociano le quarantottore  di una City che guarda all’Occidente e le barbe alla Osama di chi ha i sogni altrove. Il palazzo presidenziale è una Casa Bianca frou frou, con una cancellata dai pilastri arlecchino, il tetto rosa e i colonnotti azzuri. Il mercato del pesce è grida, odori, sangue e squame. Come qualsiasi mercato al mondo. Ma qui ci sono solo uomini: dietro al bancone a tagliare e sviscerare, davanti al bancone, in fila indiana, con un sacchetto di plastica rosa da riempire. Nessuna massaia, neppure sotto burka. Misteri della fede. Ma per strada, fra i più giovani, qualche mano nella mano ci scappa, e qualche bacio dietro l’angolo pure: i ragazzi di Malè sono pur sempre i figli di una capitale. E le ragazze portano il velo anche prima dell’obbligo d’ età. Ma perché dona.

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