Mare e monti, la promessa di Calvi

Panorama di Calvi

 

di Paolo Pernigotti

 

Cristoforo Colombo è nato anche lì. Si chiamava Cristofanu Culombu, garantisce la targa in calvese doc, il plumbeo slang sardo-genovese e un po’ bergamasco che è la lingua corsa. Un guscio di gozzo, più che di Nina o Santa Maria, e a bordo lui – Cristofanu - profilo condottiero, sguardo che va lontano. Il monumento in bronzo è all’ingresso della Cittadella e la casa natale – o quel che ne resta - è a pochi passi: a picco sul mare spalancato, da capire come gli siano venute certe idee.

Calvi o Genova, allora non faceva troppa differenza. Le stradine che si arrampicano verso la Rocca si chiamano ancora carrugj. Una scritta sul marmo promette imperterrita «Civitas Calvi semper fidelis» ai liguri che avevano salvato la città dai litigiosi signori della Cirnaca. Era il 1200 e le prime mura della Cittadella  stavano crescendo alte e massicce. Dovevano difendere, ma sembrano andare all’assalto. Affilati speroni, vertiginose prue, come se le spume del mare si aprissero al loro avanzare. Forse non è un caso che, se a Calvi cercate un souvenir, vi propongano un coltello. Nei negozi ci sono anche bamboline in costume, vini d’agrumi, carillon in legno, ma in vetrina soprattutto lame ricurve e affilate. Gli abitanti di Calvi sono montanari di mare: i loro sentimenti si chiamano passioni, un sorriso è un abbraccio, una parola un giuramento. E uno sguardo di traverso, meglio cambiar strada.

La fortezza non aspetta più tartari, i soldati dal kepì bianco che affollano i suoi caffè i tartari li vanno a cercare lontano quando Parigi chiama: i paracadutisti della Legione straniera sono i primi a partire. Ma a Calvi – forse perché ogni isola è sempre un po’ frontiera - si respira ancora l’aria sospesa di un avamposto. Che, senza più nemici, si è fatta dolce, morbida e indolente.

 

La targa in bronzo sulla presunta casa natale di Cristoforo Colombo

 

L’ingresso alla città è una voglia di Croisette: palme in doppia fila e spartitraffico in fiore. Ma i fronzoli finiscono lì. Il vecchio borgo marinaro non ha venduto l’anima al turismo. Né la sua faccia, impreziosita dalle rughe. Calvi non apre per ferie per poi chiudere - e chiudersi - in un polveroso letargo. La sua vita è lunga dodici mesi all’anno e se ne respira l’autenticità in ogni momento: quando d’estate i traghetti sfornano ingorghi d’auto, quando d’inverno le navi della Corsica Ferries arrivano invece leggere, a pelo d’acqua. I caffè sul porto aggiungono solo, o tolgono, qualche tavolino, i negozi si agghindano più o meno da boutique. Per il resto, Calvi è semper fidelis: a se stessa.

Città di chiese, coi santi non ci scherza ma ci fa festa volentieri: il suo calendario è pieno di domeniche. Sant’Erasmo e Sant’Antonio abate hanno le tifoserie più organizzate. Qui le chiamano confraternite. A maggior gloria dei beati si sfidano a suon di processioni e cori polifonici. Le ugole si allenano verso sera, e per molti è un sudato dopolavoro. Nell’Oratorio di Sant’Antonio – cinque secoli sulle possenti navate, a due passi dalla Cattedrale barocca, proprio nel cuore della Cittadella – è bello capitare per caso e lasciarsi portare dai canti gregoriani, nella luce tremula delle candele. Dietro ai finestroni barbagli di mare danno l’ultimo tocco. E diventa facile pregare fra quegli spifferi di luce.

 

Calvi, la città vecchia vista dal mare

 

Ogni venerdì di Pasqua Sant’Antonio e Sant’Erasmo sfilano insieme: è la processione della Granitola. Tutto il paese partecipa e i canti accompagnano un’ondeggiante danza a forma di chiocciola. L’intera Settimana santa è occasione di polifonie sacre e profane, e gli appassionati di gorgheggi arrivano da mezza Europa. Altra processione: l’8 settembre. Altra chiesa: Notre Dame della Serra. L’architettura vale poco, ma è la più bella cartolina di Calvi. I pellegrini salgono a piedi: qualche chilometro fra gli ulivi, un sentiero fra due mari. Le rocce sono uno zoo che solo il vento conosce: ha disegnato creste, rostri, fauci spalancate. E la chiesa è cresciuta in mezzo a questo fantastico serraglio a proteggere dall’alto la città. Su un muro i ringraziamenti per grazia ricevuta. Piccole ceramiche bianche, come biglietti da visita. E sobrie parole: Merci, Grazie Signora. Niente smancerie, sono calvesi.

Anche la Cittadella è vita d’ogni giorno. I bastioni non imbalsamano un museo di ciò che fu: alle finestre delle case a perpendicolo sventolano panni ad asciugare e in cima alla caserma garrisce il tricolore dei francesi, su per le stradine in pietra viavai di baguette sotto l’ascella, in ogni piazzetta calci di ragazzini e qualche pallone che finisce in mare. Non è un monumento, ma un pezzo di Calvi, la città alta. Dalla sommità delle mura si ha il mare su tre lati e al tramonto un rosa Dolomiti sui monti che cingono la baia a est. Dalla base si vede quanto sono alte e possenti: pencolando sulle rocce, fra spruzzi d’onde e fichi d’India, compiangendo i poveracci che un giorno qualcuno ha mandato alla loro conquista, nel segno di una croce o di una mezza luna.

 

Lancio di paracadutisti della Legione straniera di stanza a Calvi

 

L’Ufficio del turismo promette mare e monti. E’ di parola. Basta mezz’ora d’auto e i cinque chilometri di spiaggia, le trasparenze del mare, i moli del porto  sembrano un altro viaggio, un'altra vacanza. La «strada degli artigiani» e quella dei «viticultori»  sono balconate di curve che corrono fra larici e ulivi. I paesini che si incontrano grappoli di case in pietra, rocce su rocce, tutt’uno con la montagna. C’è un silenzio d’alta quota, qualche fiore sui davanzali, ogni tanto un anziano, pipa e coppola, sulla porta di casa. Fra i campi e lungo la strada, marmi bianchi e cherubini ad ali spiegate. Sembrano piccole chiese barocche: sono vecchie tombe di famiglia. Di quando i padroni delle terre non lasciavano i loro campi neppure dopo.

Sotto Montegrosso, l’antico villaggio di Calenzana è punto di partenza del più apprezzato sentiero di tutta la Corsica da parte degli appassionati di trekking: il Gr 20. Attraversa l’isola da Nord a Sud e arriva, in quindici tappe, a Conca, oltre il Col de Bavella, non lontano da Porto Vecchio. La prima tappa è sette ore per 1500 metri di dislivello. E via così per un su e giù che porta spesso oltre i duemila.

Anche la nostra strada sale, l’aria si fa più tersa, i profili più aguzzi: è montagna, montagna vera. Se non fosse che la curva dopo si sporge più in fuori. E, di colpo, c’è troppo azzurro sotto per non cambiare idea: è mare, è mare vero. Mare e monti – hanno ragione.

Se la Cittadella racconta la Storia di Calvi, i  paesini che le fanno corona raccontano con orgoglio e allegria le storie della sua gente. Sant’Antonino risale al IX secolo, è fra i più antichi dell’isola. Tutto è pietra antica: le strade, le piazzette, le case, abbarbicate su un cucuzzolo a nido d’aquila che domina a 360 gradi la regione della Balagne. E’ considerato uno dei villaggi più belli di tutta la Francia: che, per un corso, è un riconoscimento internazionale. E poi Cassano con la sua piazza a stella, Cateri tutta archi e volte, Manso affacciata sui monti. E i formaggi di Calenzana, il vino di Lumio, le ceramiche di Corsara, gli aranci di Aregno, l’olio di Avapessa, la musica di Pigna.

Anche questa dal produttore al consumatore: perché a Pigna la musica si fa e si vende. Tra vecchie case si passa dal laboratorio di liuteria a quello di carillon, dall’auditorium al negozio di dischi che conosce solo musica corsa, dalla sede della Madrigalesca, la corale femminile, a quella della Cumpagnia, gruppo vocale e strumentale. Fra tanto silenzio di monti, Pigna nutre e diffonde da quarant’anni le voci della tradizione isolana. Persino il ristorante si chiama Casa musicale. Al piano terra, filetto e broccoli, al secondo clavicembalo e solfeggi. Lì ospita stages musicali, convegni, incontri, musicisti in cerca di ispirazione. Ed è anche locanda: ad ogni camera, inutile dirlo, il nome di un grande compositore.

 

L'Ile Rousse

 

La strada torna sul mare a L’Ile Rousse, seconda cittadina della Balagne, e da lì, per rientrare a Calvi, sono ventiquattro chilometri di spiagge ombreggiate di pini.

Un trenino elettrico costeggia le baie  e, d’estate,  ferma nelle spiagge più belle. Bella fra le belle: Ghjunchitu. Ma del trenino ci si può fidare: ogni fermata è buona. Ci sono anche spiagge senza nome: ricorderete solo che l’acqua aveva tutti i colori tra il bianco e il blu. Per chi cerca più solitudine, c’è la costa occidentale, con la penisola della Revellata che chiude sull’altro lato il golfo di Calvi: nessun baretto sul bagnasciuga, sentieri a piedi e ombrellone sulle spalle, ma un mare trasparente tutto per sé e la Cittadella sullo sfondo con il suo profilo migliore: l’affilata prua delle sue mura, che solcano le onde.

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