Namibia, tutta l’Africa in un solo Paese

Sorvolare i paesaggi aridi della Namibia in mongolfiera è fonte di emozioni indimenticabili

 

 
testo di Roberto Longoni – foto di Gianluigi Sosio

 

Le colline dei leopardi sorgono dal nulla, come miraggi. Lontane sembrano basse nuvole spigolose, poi diventano montagne in miniatura sulla pista bianca. Piovono sguardi affilati come artigli e appuntiti come zanne da lassù. Sguardi in agguato, in attesa dell’oscurità. Noi, l’oscurità, dobbiamo bruciarla sul tempo, prima che il campo di Halali ci chiuda fuori: con i leopardi, i leoni, i rinoceronti, gli elefanti e tutti gli altri residenti di Etosha.

Il pulmino fila da una pozza d’acqua all’altra con una cometa di polvere al seguito. Dai finestrini abbassati entra un ciclone d’aria che profuma di sole e spazi sconfinati: respiriamo libertà sotto un cielo terso e scintillante. Abbiamo visto giraffe banchettare ai piani alti del ristorante-savana, con foglie tenere e vietate a tutti gli altri; e poi divaricare le zampe quasi fino a rompersele, per raggiungere l’acqua così maledettamente bassa.

Abbiamo incontrato zebre e antilopi curiose e timide, gnu impettiti e guardinghi, facoceri dall’aria rissosa, dalla zanna facile. Ora a obbligarci alla sosta è un rinoceronte avvistato nell’erba alta. È a distanza di sicurezza, e così Tuhafeni Haufiku può rilassarsi. «Si fanno sotto piano. E poi caricano: anche le auto, anche i pulmini». Basta aspettarli con il motore acceso e dare tutto gas all’ultimo. Il loro rostro ti sfiora la carrozzeria come il corno del toro il fianco del torero. Così fa la nostra guida. Olè. Si riparte, con il sole ancora alto sull’abisso della pianura.

 

 

Deadvlei (o Dead Vlei), depressione caratterizzata da un suolo di sabbia bianca

 

 

Tuhafeni, l’uomo della savana, ci porta sempre più in là. E racconta. Ricorda il safari improvvisato dalle leonesse a Namutoni, al margine orientale del parco. «Quattro ne apparvero nel campo, in pieno giorno». I turisti erano partiti in cerca di leoni negli angoli più sperduti d’Etosha, e le leonesse erano proprio lì, tra tende e caravan. Avevano la pancia piena. Ma per la curiosità gironzolarono e bivaccarono in territorio umano fino all’alba. «Nessuno andò in bagno quella notte...». Il sorriso della guida illumina la penombra dell’abitacolo; ma è un sorriso silenzioso, perché ora siamo noi in casa delle leonesse, in mezzo al bush. Ce ne sono due in caccia, a una trentina di passi dalla pista. Una s’è allontanata verso nord, per la manovra d’aggiramento.

L’altra, invece, punta diretta un branco d’antilopi rosse. Si muove con una lentezza feroce, frutto di uno sforzo che le fa contare i muscoli sulla schiena. Ora si ferma. Ora riparte. È un’ombra gialla nell’erba strinata dalla siccità. Le mancano pochi metri al balzo letale, quando un’antilope alza di scatto la testa. Un fremito percorre il branco intero, ma nessuno fugge via. La leonessa fissa per l’ultima volta le prede mancate, prima di deviare verso la pozza di Nuamses, con un ciuffo di canne al centro. Con la coda frusta l’aria che l’ha tradita. Si accuccia sul bordo dello stagno; lappa l’acqua scura come se le sussurrasse qualcosa. A volte pare specchiarsi. Poi riprende a bere, per affogare l’idea del pasto saltato.

 

Esemplari di Springbok (Antidorcas marsupialis), piccole antilopi facili da avvistare, come qui, nel Parco nazionale Etosha.

 

 

«Il vento è cambiato e ha portato alle antilopi l’odore del pericolo. Fine della caccia». Per Tuhafeni - più che di velocità a scappare o inseguire - vita e morte quaggiù sono questioni di vento. «Meglio andare di bolina e guardarsi le spalle», ti direbbe, se mai avesse messo piede su una barca a vela. Ora per noi il vento è di nuovo quello della corsa: il pulmino attraversa una prateria dove brucano mandrie di gnu e antilopi. Zebre inquiete ci tagliano la strada scalciando. Verso nord, la savana si trasforma in deserto: è il Pan, l’immenso lago prosciugato, che ritrova l’acqua solo nella stagione delle piogge. Ora è un tremolio d’aria azzurra su una pianura secca. Uno sciacallo ne segue il bordo. Verso il centro, una giraffa galoppa cercando chissà quale solitudine.

Una femmina di dik dik ci osserva dall’ombra di un albero verde. È l’antilope più piccola, dai grandi occhi neri, il ventre bianco e il dorso rossastro. Il maschio dalle brevi corna aguzze la raggiunge. «Sono inseparabili», spiega Tuhafeni. «Se uno dei due muore, l’altro spesso lo segue». La pista s’infila tra acacie spinose e spoglie, pilastri di un paesaggio scabro e senza tempo. Dentro le vene qualcosa ti ricorda che sei già stato qui. Millenni fa devi aver camminato scalzo su queste pietre appuntite, con un bastone in mano, i sensi tesi, parte di un’armonia primordiale.

 

 

Elefanti nel Damaraland, regione arida e montuosa della Namibia centro-settentrionale.

 

 

Siamo quasi ad Halali, quando Tuhafeni inchioda. La boscaglia s’è mossa alla nostra sinistra: sembra un colpo di vento, ma è il passaggio di qualcosa di lento e maestoso a far tremare tronchi e rami. La nostra guida spegne il motore. «Dobbiamo solo aspettare», mormora. Un attimo dopo spunta un giovane elefante, seguito da un piccolo e da una femmina; altri attraversano la strada dietro di noi: siamo circondati. Alcuni allungano la proboscide come un cieco il bastone bianco.

Tuhafeni non si scompone di fronte al capobranco che si ferma a un passo da noi. «Prima di attaccarti, l’elefante agita le orecchie. Dopo scuote tutto il corpo: un terzo avviso non c’è…». Qui, fortunatamente non siamo neanche al primo. Il gigante scruta nei nostri occhi, e in qualche modo ottiene la risposta che cercava. Così, si volta piano e prosegue, sparendo nella boscaglia con gli altri quindici membri del suo branco: quattro famiglie.

 

L'Acacia erioloba, che cresce in ambienti aridi e sabbiosi, costituisce la dieta principale delle giraffe del deserto del Namib

 

 

È quasi il tramonto. Oltre l’orizzonte s’è aperta una voragine incandescente, e il sole ci sta cadendo dentro. Le teste delle giraffe si stagliano sullo sfondo rosso del cielo, più alte delle acacie. Verso nord, il Pan è ricoperto da un riverbero rosa e color cenere. Ce lo lasciamo alle spalle per lo stagno di Goas, largo e immobile nell’assenza di vento. Tutto è ombra, ora, eccetto l’acqua che cattura il cielo violetto. Lassù, brillano le prime stelle. Tuhafeni ride tra sé. Nessuno ha visto il leone accovacciato oltre la sponda del lago, nella distanza. È un maschio possente.

Prima ancora di scorgerlo, sentiamo il suo verso soffocato. Il lamento di chi ha mangiato troppo. Alla fine, il leone si rialza con grande sforzo, per andarsene con l’ultima coda del giorno. Dalla boscaglia tenta ancora di liberare la propria voce. Ora non è il re della savana, ma Falstaff dopo una gozzoviglia.

Riprendiamo la pista: e di corsa, perché i cancelli stanno per diventare invalicabili. Presto chiuderanno in faccia all’oscurità. Qualcuno, l’indomani, dirà di aver sentito un ruggito far tremare la notte.

 

 

Anche i leoni si annoiano nella desertica Namibia, sempre che non sia la fame a farlo sbadigliare

 

 

L’alba ad Halali sorge quasi di nascosto da dietro la collina. Lo stagno al bordo del campo è deserto, dopo che un elefante e un rinoceronte se lo sono conteso poche ore prima: quasi non ci fosse abbastanza acqua per entrambi. Ora solo un canto frenetico di uccelli attraversa il mattino immobile. Elettricità che dà la carica al giorno. Ripartiamo, e il sole è già alto sulla pista. Un’altra corsa ci aspetta, attraverso Etosha e poi più giù, per il cuore nascosto della Namibia. Ma il cammino è a singhiozzo. Ci si ferma per un’aquila di vedetta sulla cima di un’acacia, per due iene che si allontanano guardandosi le spalle, per un gatto selvatico che sembra un piccolo di leopardo.

La pista costeggia il lato meridionale del Pan. Qua e là promontori dalla scarna vegetazione galleggiano sul riverbero del lago fantasma. Il vento caldo e secco solleva turbini che velano il cielo. Quattro elefanti attraversano la prateria diretti a occidente, alla doppia pozza di Nebrownii. Bianchi di polvere, sembrano statue liberate da un incantesimo: procedono leggeri come in un sogno. Agli stagni li attende un solitario, che s’è fatto largo nella folla di orici, zebre e antilopi rosse creando un terremoto con un breve galoppo. Accoglie i quattro allungando la proboscide in carezze e abbracci. E intanto si sfrega le zampe posteriori come se non stesse più nella pelle. Tra lui e gli altri finisce con una doccia generale.

 

 

Un temibile termitaio nella regione del Damaraland

 

 

La strada punta decisa a sud. Oltre la porta meridionale del parco, un ragazzo in maglietta e pantaloni lunghi corre lungo l’asfalto arroventato, diretto nel mezzo del nulla. Un nulla d’erbe gialle, alti termitai e acacie rinsecchite: paesaggio uguale per un’ora, come se la nostra marcia fosse solo un’illusione. Superati il distributore e le case sparute di Outjio, appaiono colline isolate: scossoni improvvisi sulla calma piatta e infinita della savana, che presto si ricompone. Lontano, si scorgono le piramidi d’antichi vulcani, grigie e impalpabili sull’orizzonte. Ma lungo la strada la pianura si ripete, e a cambiare sono solo i segnali di pericolo attraversamento animali: facoceri e kudu si contendono il centro dei cartelli triangolari.

 

 

Namibia, l'altopiano del Waterberg. Foto di John Layt

 

 

La maestosità del Waterberg ci sorprende alla fine del giorno. L’altopiano – dalla forma di un’esse allungata - si annuncia con un sipario di rocce rosse e a perpendicolo su una fitta foresta. Nel freddo blu sopra la grande montagna orizzontale brillano le prime stelle. Nessuno parla più: nulla c’è da aggiungere. Sempre più rosso, il cielo alle nostre spalle riempie gli specchietti retrovisori: è come un vento che gonfia le vele. Lo hai sempre saputo che da qualche parte esisteva un posto così e che ci saresti arrivato sotto un cielo limpido e infuocato. Ora ricordi.

Il risveglio è prima dell’alba, sotto un luccichio di stelle. Qualcuno ha dormito ben poco: il tetto del suo cottage è stato campo di battaglia per i babbuini. Ora cantano i galli, e le scimmie gridano azzuffandosi. Umane, troppo umane, anche con i loro versi da uccelli feriti. Si parte nel freddo a bordo di un Toyota aperto, per conquistare la cresta della montagna con una ripida salita. Un altro mondo, lassù. Dal ferro di cavallo della cima lo sguardo si perde nella pianura dell’alba. Il fuoristrada procede su una pista di sabbia, tra piante sempre più fitte. Peter, la guida del parco, indica orme di leopardi e di rinoceronti. Mostra la portiera dalla sua parte, ammaccata da una cornata. In terra, uno zoo di tracce, ma di rinoceronti e leopardi nemmeno l’ombra. Tra gli alti alberi spuntano giraffe e antilopi di Roan, dalle orecchie più lunghe delle corna. Il rettilineo sabbioso punta montagne dalle cime violette. Falchi immobili osservano da lassù questo lembo di mondo sospeso. «Meglio la sera, per vedere i leopardi», allarga le braccia Peter.

 

 

Namibia, un tratto della Skeleton Coast

 

 

Ma un’altra Africa ci attende la sera. La strada ci riporta via: verso sudovest, verso l’Atlantico della Skeleton Coast. Si attraversano paesoni senza storia, aree di servizio trasformate in discoteche da autoradio a tutto volume. Un attimo dopo è di nuovo natura e nient’altro. Si sfiorano monti arrotondati e stesi come dinosauri addormentati, grigi e raggrinziti. Oltre Omaruru, la punta dello Spitzkoppe - il Cervino namibiano - graffia il cielo. Altre cime più basse gli si stagliano al fianco, sulla pianura riarsa. Il Namib le assedia, come le altre vette isolate a occidente. Un deserto antico, giallo e grigio, punteggiato da verdi cespugli bassi. Vita ostinata, come quella delle antilopi e degli orici avvistati dal rettilineo sterminato. È la nebbia ad annunciare la fine della strada: una nuvola che avvolge ogni cosa e avanza dalla costa. «Figlia del mare e del deserto», dice Tuhafeni.

 

 

Namibia, uno scorcio del deserto del Namib

 

 

Il sole la buca per un attimo, in uno scintillio da visione. Poi, di nuovo tutto s’oscura: grigio il cielo, grigio il Namib, grigio l’oceano di fronte a Swakopmund. Una città con insegne dalle scritte runiche, biondi abitanti e strade dai nomi importati dalla Germania. Un altro continente, lambito dalla corrente antartica del Benguela. Forse per questo i tedeschi si sentirono a casa qui più che altrove nella loro avventura australe. E i loro pronipoti non lascerebbero mai quest’Africa da saghe nordiche. Terra di frontiera per loro e per l’oceano in lotta con le sabbie portate dal vento. Anche qui il deserto avanza. Dune si gettano nelle onde a sud e a nord, verso lo Skeleton Coast National Park. E lassù avanzano i leoni di Etosha, che – finiti i grandi massacri - stanno ritrovando il mare, attraverso i passaggi che formeranno un unico immenso parco. Un punto d’incontro tra il freddo Atlantico e il cuore caldo dell’Africa. L’unico luogo al mondo in cui le foche debbano guardarsi le spalle dal re della savana.

 

 

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