Navarra, regno della diversità

La corsa dei tori a Pamplona

 

Testo di Paolo Pernigotti

Non chiedete a un navarrese come si chiama. Potrebbe schiantarvi con quattro o cinque cognomi, anche di più. Perché gli abitanti della Navarra, del loro passato, non buttano via niente. Tantomeno i cognomi dei nonni paterni e materni, dei bisnonni, e su su per mezzo albero genealogico. Sanno che nelle loro vene scorre sangue di santi e di re, e ne vanno fieri.

Anche i nomi delle loro strade sono doppi o tripli – in castigliano, in basco, talvolta anche in francese –  perché i Navarresi non sono dfferenti solo dagli altri spagnoli, ma anche fra loro. «Regno di Navarra, terra della diversità»:  è un felice lampo di marketing, logo di ogni depliant turistico, ed è l’efficace sintesi di una regione che è tanti mondi insieme, che ha l’unico deserto d’Europa e una foresta seconda per grandezza solo alla Selva Nera, che conosce la quiete di mille monasteri e la festa più pazza del mondo.

Pamplona, è lì la fiesta: otto giorni e otto notti per strada, a far da birilli alle cariche dei tori e a stordirsi di vino, di musica  e preghiere in onore del vescovo Firmino, patrono della Navarra. Patrono in condominio, per la verità. Anche qui il doppio, ancora la diversità: c’è chi rivolge a lui le sue preghiere, chi gli preferisce San Saturnino. Tanto sono santi, non litigheranno per questo. E proprio da Pamplona può iniziare il racconto, il viaggio fra le diversità di questa terra.

La storia della città è a strati sovrapposti. Basta scavare. Lo strato più profondo racconta di Pompeo: era il 74 avanti Cristo quando il generale romano la fondò. Della Pompelaio di allora restano segni un po’ bruciacchiati, per la verità. Come i resti dei secoli a venire, d'altronde. Perché la Storia si è esercitata su Pamplona senza risparmio. C’era una volta un re? E un attimo dopo ce n’era un altro. Le bandiere non hanno mai fatto in tempo a sbiadire sui suoi pennoni. Nel Medioevo fu Carlo Magno a raderla al suolo per punirla delle sue simpatie verso l’islam. Poi Pamplona risorse con tre anime, tre città in una: la Navarreria, il quartiere abitato dai baschi, la Juderia dagli ebrei, San Cernin e San Nicolas dai francos, giunti al seguito dei re francesi. Tutti contro tutti. Ciascuno con autorevoli e bellicosi sponsor, di qua e di là dei Pirenei.

Possenti mura ricordano il turbolento passato della città: ancora intatte al 70 per cento, cingono i vecchi quartieri, li difendono ora dall’assalto delle auto. Baluardi che fioriscono di vialetti e aiuole alla francese, mentre il fossato, un tempo pieno d’acqua, è un pollaio che si dà arie da zoo, con cervi, galline e capre nane a farsi compagnia. Altri bastioni, con tre file di porte, sono quelli della Cittadella, antica fortezza a sud della città vecchia: vi si danno appuntamento gli innamorati del footing, e gli innamorati. Per ogni abitante di Pamplona trenta metri quadrati di verde: molti vengono qui a godersi la loro fetta.

 

Il caffè Iruna a Pamplona, in piazza del Castello, frequentato da Hemingway

 

In piazza del Castello non c’è nessun castello, ma è il cuore antico della città: non si può mancare. Per arrivarci – e l’ora migliore è il tardo della tarde, quando l’aria s’addolcisce – seguite le grida dei bambini. Sui quattro lati della piazza lunghe panchine per le chiacchiere di mamme e nonne, al centro una festa di giochi improvvisati. E intorno, come palchi di un teatro, file di balconcini e verande – le chiamano miradores – si affacciano dai settecenteschi palazzi, mentre un caffè tutto specchi lampade e argenti Art Déco allunga i suoi tavolini. Hemingway – dicono - veniva qui a farsi un goccio, fra una pagina e una corrida. Ma a Pamplona Hemingway é come Garibaldi da noi: se non ha dormito ovunque, almeno un bicchiere se l’è fatto dappertutto.

La Chiesa – quella con la C maiuscola - a Pamplona è l’Opus Dei: qui ha la sua grande università e conta nei palazzi che contano. Le chiese - quelle da visitare -  sono la cattedrale e San Saturnino. Nella prima, la splendida tomba «matrimoniale» di Carlo III, in alabastro, degna di un re così regale che veniva chiamato «il nobile», e un chiostro capolavoro del gotico francese, un fiorire di archi, pilastrini, bifore, volte. In San Saturnino si cammina su una città di morti: sotto il pavimento ne sono stati sepolti ventottomila, fra il 1200 e il 1700, prima che i cimiteri crescessero alle porte della città. Sull’altare maggiore, il santo titolare della chiesa e, sotto di lui, il dipinto di un toro. Perché San Saturnino è stato martirizzato così: una corda al collo, trascinato da un toro. Poteva non essere copatrono di questa città?

Un fazzoletto di poco più che 10 mila chilometri quadrati, la Navarra, e Pamplona nel bel mezzo: qui tutto è nei dintorni, in un paio d’ore si va ovunque. Ma non è tierra de la diversidad? E  i Navarresi  ci tengono ai loro paletti: c’è una regione del nord, con i Pirenei e la sua gente ruvida, c’è una Navarra media con i suoi monasteri e i suoi castelli, c’è quella più a sud, la Ribera solare e un po’ terronica dei buoni vini.

 

La cripta del monastero di Leyre

 

L’arte e la storia abitano la fascia media. E a cinquanta chilometri dal capoluogo c’è il monumento più importante e più antico della ragione: il monastero di Leyre. Le prime pietre risalgono al IX secolo, una tomba ospita i resti dei più lontani re. Più della chiesa, che arruffa epoche e stili diversi, merita la cripta. Bassa, incombente, claustrofobica, severa come l’anticamera del Giudizio: i suoi archi sono massicci, gli enormi capitelli quasi a filo del pavimento, pare sprofondata sotto il peso dei secoli. Per rifarsi lo spirito uno sguardo dalla torre e un bel respiro.

A una decina di chilometri il castello di Javier, caro ai Navarresi perché lì è nato san Francesco Saverio. Il patrono della regione ha la grazia facile, e i dintorni si prestano per un picnic. Non stupitevi di interi villaggi in comitiva, sindaco e banda in testa: Javier val bene una scampagnata. Nel castello, trasformato in museo, tutto parla del santo, delle sue avventurose missioni in Oriente: dipinti, presepi, antiche pergamene. Il suo corpo è sepolto a Goa, sulla costa occidentale dell'India, tranne un braccio che è conservato a Roma e ogni tanto va in trasferta per qualche anniversario. È stato anche qui. Forse sorride di quel via vai lo splendido Cristo gotico, crocifisso fra affreschi di morte d’ispirazione fiamminga, nella cappella della torre.

Frecce di vernice gialla sulle pietre, come sui sentieri montagna, e conchiglie incassate nei muri dicono ai pellegrini che sono sulla strada giusta. Il Camino per Santiago di Compostela passa anche di qui: è il sentiero meno frequentato, quello che viene da est. Si unirà all’altro, da nord, a Puerta de la Reina.

Sanguesa, a otto chilometri da Javier, è la prima tappa per chi entra in Navarra con lo zaino sulle spalle. La sua chiesa, Santa Maria la Real, è una delle opere più importanti del romanico in Spagna. Il suo frontespizio racconta il Bene e il Male, il Premio e il Castigo con un realismo che deve aver messo le ali ai piedi a molti pellegrini nei tempi in cui le immagini, più di tanti predicatori, parlavano al cuore della gente semplice.

Tempi in cui questa era zona di frontiera: li turchi premevano da sud-ovest. E i paesi intorno sono cresciuti come fortezze: una torre d’avvistamento nel punto più alto e le case di pietra a far grappolo intorno. Così Aibar, Gallipienzo, Caséda, labirinti di vicoli ripidi e attorcigliati, squarci improvvisi di campagna a perdita d’occhio. A Ujué, non ci provate a pronunciarlo: certe corde vocali crescono solo qui, persino il santuario è in armi. Ha una torre merlata, cammini di ronda, contrafforti. La volle così Carlo II, detto il Cattivo. Che qui ci ha lasciato il cuore: in una teca, accanto a una Madonna con Bambino, corazzato d’argento.

Altra aria a Olite: sui resti di un castello trecentesco Carlo il Nobile ne costruì uno più maestoso, di gusto tardogotico francese per portarvi i fasti e gli ozi della corte. Iniziava il XV secolo e, per la Navarra, l’età dell’oro: sarebbe durata oltre cent’anni, e per altrettanto tempo Olite sarebbe rimasta residenza reale. Stili diversi, qualche tocco disneyano nel restauro, ma fra giardini pensili, verande e boudoir la visita del castello sa ben raccontare i giorni di un re felice.

 

Il ponte romanico di Olite

Olite è a sud di Pamplona, proseguendo verso ovest s’incontra Puente de la Reina. Qui le due vie per Santiago si uniscono e da mille anni i pellegrini passano sul ponte romanico a sette luci che scavalca il fiume Arga e dà il nome alla città. Nella chiesa romanica del Crocefisso (XII secolo), a nord della città, un Cristo da brividi. Forse lo scultore ha sbagliato tutto: le braccia sono troppo lunghe, il costato è troppo magro, la croce è un ipsilon. L’effetto, di una drammaticità moderna e straziante. Poco lontano, a Eunate, un piccolo tempio misterioso. A pianta ottagonale, circondato da una galleria porticata e dedicato a santa Maria, risale al XII secolo e forse è appartenuto ai Templari. C’è un ché di arabo nella sua architettura. Si dice che sotto il pavimento sgorghino una sorgente d’acqua e una misteriosa energia. Religione cristiana ed esoterismo qui si confondono: occhi chiusi, piedi scalzi, le braccia alzate al cielo, qualcuno prega un dio che è solo suo.

Lungo il Camino ci sono villaggi di una strada sola: i negozi, le case, le chiese, tutto in passato viveva dei pellegrini e del loro andare. Estella è un crocevia: lì il sentiero per Santiago incrocia una secolare via del commercio fra nord e sud, fra la Navarra della montagna e la Ribera. E i segni della passata ricchezza sono evidenti: nelle facciate degli antichi palazzi – in Plaza San Martin c’è il più antico della regione –  e nel chiostro dimezzato – solo due gallerie sono ancora in piedi – ma ricchissimo di statue della chiesa di San Pedro de la Rua.

Nord o sud, montagna o deserto, è solo il tempo di una scampagnata: da Pamplona un’ora d’auto o poco più. E nord vuol dire Pirenei, rocce scoscese e rotolar di fiumi, pecore al pascolo, case austere e balconi di geranio. I fiumi sono pazienti, il calcare dei Pirenei è fragile: ad Arbayùn, sul versante orientale, il corso del Romanzado ha scavato una gola profonda quattrocento metri e lunga sei chilometri: pareti a strapiombo sul fiume e nel cielo spirali d’avvoltoi, un freddo sotto pelle che non è solo il vento del canyon. E il nord della Navarra si chiude a Roncisvalle, percorsa la verde valle di Baztàn con le sue antiche case-fortezza, lasciata alle spalle  la quiete di Eugi e delle sue finestre spalancate sul lago.

Roncisvalle è un appuntamento con la storia, la leggenda e la poesia. Solo un monolito, eretto quarant’anni fa, ricorda la battaglia del 778, ma dal poggio di Ibaneta non sembrano alberi quelli in fondo alla valle. Guardando meglio, sono  soldati, le valorose schiere di Carlo Magno. C’è Orlando davanti a tutti. Come fanno a non vedere che stanno andando a morire? Che la montagna sta per piombare sopra le loro teste in un solo grido di battaglia? Basta tapparsi le orecchie per udirne ancora l’eco: è la Chanson de Roland, la musica dei suoi versi che credevamo dimenticati.

Mentre altre schiere avanzano: Roncisvalle è la prima tappa del Camino in terra di Spagna e la più famosa. Un monastero accoglie i pellegrini e una chiesa gotica del XIII secolo. Alla meta mancano ancora 750 chilometri: venticinque tappe. Per qualcuno il più è fatto.

 

Bardenas reales

 

Terra delle diversità? L’ultima è un parco – un parco nazionale - dove non cresce un albero. Si chiama Bardenas Reales: 40 mila ettari di niente ai confini meridionali con l’Aragona. È un deserto di calcare e arenaria che il vento ha disegnato e scolpito nel corso dei secoli: piccole gole con falesie striate di venature variopinte, piatte colline da sfondo western e distese che si perdono nel tremolio dell’orizzonte. Qualche ora per percorrerlo in auto, lungo l’unica pista esistente, e la possibilità di fare escursioni a piedi o in mountain-bike. In entrambi i casi – che sia benzina o acqua – meglio fare il pieno prima. Nel centro del deserto – e la pista gira tutt’intorno – c’è una base dell’aviazione militare: le Bardenas Reales sono un poligono di tiro per i caccia spagnoli. E in lontananza, qua e là, si vedono carcasse d’auto: sono bersagli per gli aerei – spiegano le guide – messi lì apposta. E i piloti hanno una buona mira.

Ma se sentite un tuono, accelerate. Può fare la differenza. O la diversidad.

 

Il Camino di Santiago de Compostela

 

Il Camino arriva a Santiago. E da dove parte? Dalla tua casa, ti rispondono quelli che sanno. E forse intendono: dal tuo cuore.

Perché sulla Credencial del peregrino – il passaporto di questo andare – c’è posto per quaranta timbri: uno ogni tappa, circa trenta chilometri ogni volta. E in tutto fanno già mille chilometri. Ma sono solo l’ultimo strappo, quelli in terra spagnola o portoghese. La Carta del pellegrino ha sul retro una mappa di antiche strade che copre tutta Europa, tappe di altri «cammini» che, come la Francigena, hanno fatto la storia del vecchio continente e che, dagli Urali, dal Baltico – e dal cuore – portano a Santiago.

Pellegrini in carne e ossa e il monumento dedicato ai viandanti sul passo di Roncisvalle

 

La Navarra è attraversata dal Camino «francese»: due rami fino a Puente de la Reina – ancora 670 chilometri a Santiago de Compostela – poi un' unica via verso La Roja e la Castiglia. Di gran lunga più frequentato è il ramo che dalla Francia, da Saint Jean de Pied-de-Port, passa per Roncisvalle e poi Pamplona. C’è più storia, più arte, più spettacolo di natura lungo questa strada. E i più fra i pellegrini non cercano solo dentro se stessi, ma anche intorno a loro.

Viene chiesto a tutti di compilare un formulario: cosa vi ha spinto a intraprendere il Camino?. Motivi culturali, è la risposta più frequente. Poi spirituali. Solo al terzo posto quelli espressamente religiosi, al quarto la voglia di mettere alla prova gambe e fiato.

La maggior parte a piedi, altri in bicicletta, qualcuno a cavallo. Ma nessun saio, croci sulle spalle, sospetti di cilicio. Il pellegrino ha scarpe grosse e sguardo limpido da ferrata. Il sesto grado è stare con se stessi, passo dopo passo. Non servono moschettoni, ma voglia di guardare lontano: all’orizzonte e dentro di sé.

Vent’anni fa i pellegrini che passavano da Roncisvalle ogni anno erano meno di tremila, oggi sono più di 70 mila. Poi ci sono gli anni del tutto esaurito: nel 1999 furono oltre 150 mila. Soprattutto motivi religiosi. Sui giornali qualcuno scriveva: mille e non più mille. Non si sa mai.

Spagnoli, francesi, olandesi. E gli italiani? Sono sempre di più – ma l’addetta ai timbri della «stazione» di Roncisvalle lo dice con un sospiro. Perché? Perché arrivano disinformati. E il suo sembra un eufemismo gentile. Non sanno – spiega – che per ottenere la «Compostela» - una specie di diploma del pellegrino che viene consegnato a Santiago, alla fine del viaggio - occorre aver percorso almeno gli ultimi cento chilometri a piedi, o trecento in bicicletta. Gli italiani – dice – spesso arrivano in macchina, magari in tre o quattro. Se il tempo è bello e il sentiero non «tira» troppo qualcuno scende e fa un po’ di chilometri a piedi, chi guida va avanti in auto e aspetta al fresco di un bar. Poi pretendono il timbro sulla Credencial, l’accesso ai ricoveri e alle mense di ogni tappa – dieci euro per mangiare e per un letto a castello - qualcuno chiede anche se può avere la «Compostela» senza arrivare fino a Santiago. Ché ormai un’idea se l’è fatta.

Ma l’impiegata sa riconoscere gli scarponi seri. E noi, che invece di marciare ci marciamo, ci facciamo riconoscere ancora una volta.

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