India, e mi fissi con gli occhi di una capra

Callista di strada

 

di Giorgio Serafino

 

Il quaderno dove sto scrivendo l’ho preso in India e la puzza di muffa è quasi insopportabile. Meglio così, forse mi aiuterà a tenere viva la sensazione, il ricordo di ciò che è stato.

Esco velocemente dall’aereo con la voglia matta di una sigaretta. Ancora non so cosa ci sarà fuori, sono eccitato, è l’alba e siamo in India. Il paese delle contraddizioni. Il paese della povertà e il paese spirituale. Paese di Siddharta e del Nirvana, paese di turisti malmenati e ragazze, donne e bambine indiane stuprate. I Marò tornati e trattenuti in India e proprio qui a Delhi, truffe ovunque, aria irrespirabile per lo smog del traffico impressionante.
Questo e molto altro mi passa per la mente mentre percorro gli ultimi metri dell’aeroporto che mi separano dall’esterno.
Non so se mi piacerà. Si dice che le persone siano fantastiche.
Il doganiere se ne sta lì, lento, quasi fermo, imbalsamato, con l’aria di chi comanda e consapevole del suo ruolo.
Potrà anche essere incapace di fare uno più uno, come lascia intendere la sua faccia, ma ora, in questo momento ha il potere di mandare a casa chiunque.
Facciamo la fila circondati da sciami di zanzare che cercano almeno un millimetro di carne da poter succhiare.
Penso al fatto che questo è l’aeroporto internazionale. E’ tetro, almeno da questa parte, un po’ lugubre e squallido. Continuiamo a scacciare le zanzare anche mentre il doganiere ci fa qualche domanda prima di sbattere il timbro sui passaporti.
Passiamo davanti ad altri militari con il fucile, che a loro volta ci controllano il timbro.
Fuori non c’è quasi nessuno, neanche l’aria da aeroporto internazionale.

 

 

Donne accampate all'esterno dell'ambasciata americana

 

 

Attraversiamo la strada deserta, andiamo verso qualche taxi, dobbiamo fare solo pochi chilometri, una decina, forse anche meno, perché vogliamo andare nell’ufficio dello spedizioniere per vedere e sapere se il Generale, la nostra Vespa 50 Special, si trova lì, se sta bene e soprattutto se è libero. Entriamo in una vecchia macchina, è piena zeppa di zanzare, ce ne sono centinaia, come sospese senza gravità, e loro se ne stanno lì, l'autista e il suo compare intendo, come se niente fosse. Giuliana mi guarda, ci chiediamo perchè almeno non aprano i finistrini.
Appena la macchina parte nell'aria umida e calda della prima alba in India con un sole pallido che puoi guardare negli occhi, con un semplice gesto apriamo i finestrini a metà, e come per miracolo le zanzare vengono risucchiate fuori.
Sono passati pochi minuti, mi sento perso, non posso far altro che cercare di respirare e capire in qualche modo dove ci siamo catapultati, senza preavviso e senza consigli.
Il taxi prende contromano una via intoppata di traffico disordinato, puzzolente e chiassoso. Cerco senza trovarlo il fascino della strada, del viaggio e della novità quasi con il panico sul petto che spinge e graffia per poter entrare e sbranarmi il cuore. Perché?
Non c’è nessun motivo reale, solo tanto caos e io adoro finire in queste situazioni all’improvviso, ma qualcosa, come un animale colpito dalla rabbia, mi sta alle calcagna...
Dallo specchietto vedo gli occhi dell’autista diventare bianchi mentre si sforza di tenere le palpebre aperte e tutti suonano e si scansano e schivano qualsiasi altra cosa o animale... i suoi occhi sono ancora capovolti, praticamente sta guidando senza vedere e con la bocca aperta, come per esalare l’ultimo respiro.
Con in mano il foglio su cui ho scritto l’indirizzo, il compare scende dalla macchina per chiedere informazioni. Loro non lo sanno dov’è l’ufficio. Prendono un’altra via stretta dove rimaniamo incastrati, tutti suonano ma nessuno si muove. Nessuno può muoversi, possono solamente suonare, e nessuno urla o sbraita, sono passivi e rassegnati, ma la sensazione che avverto non è di civiltà o di bontà, anzi... Guardo come se tutto fosse irreale, e tutti quei corpi fossero dei robot o automi programmati per quello, senza un pensiero proprio, senza alcuna volontà.
Alla fine ci lasciano sotto gli uffici, c’è puzza di fogna e fa veramente caldo.

 

 

Cucina di strada
Aprono alle undici e sono appena le otto.
Siamo veramente distrutti, ci incamminiamo a caso per le vie. Tutto ci viene addosso, i clacson non la finiscono un attimo di suonare, gli autobus pieni all’inverosimile neanche si fermano per far salire ancora qualcuno, rallentano e le persone si aggrappano al volo.
Non c’è un posto per mettersi seduti. Lo smog, la puzza di fogna e di merda di mucca mi riempiono il cervello.
Non va affatto bene, un paio d’ore e già il “chi cazzo me l’ha fatto fare” echeggia nella mia testa. Camminiamo e camminiamo e c’è sempre qualcuno che mi sbatte o sulla sacca che porto a tracolla o sulle spalle o sulle braccia. Ci sediamo sulle scale esterne di un hotel e ci guardiamo intorno... Non può essere vero, non si può vivere in queste condizioni. Per me sarebbe impossibile, ho troppo bisogno di aria e di silenzio, morirei di sicuro in poco tempo.
Da ieri abbiamo dormito solo qualche ora e forse sono il sonno e la stanchezza che mi fanno ragionare male e vedere una realtà distorta.
Quale realtà poi?
Cos’è la realtà ?
Entro nell’hotel, giusto per chiedere il prezzo di una camera.
Millecinquecento rupie!
Troppe per noi.

 

 

Pausa pranzo

 

 

Il ragazzo dell’hotel viene da noi pochi minuti dopo, «potete sedervi sul divano della hall mentre aspettate anche se non prendete la camera». Ci mettiamo seduti un po’ più comodi. Ci addormentiamo anche, mentre lui e altri passano la scopa di paglia ovunque, alzando tutto lo sporco e la polvere. Tra cinque minuti sarà tutto nello stesso posto di prima.
Ci portano del tè con il latte, toast e burro. Prima di andare via il proprietario tira fuori una foto, ‹‹questo è mio figlio›› e inizia a piangere, ma il pianto sembra forzato e finto, dice che il figlio si è impiccato, poi invece è morto in un incidente stradale, e poi un’altra cosa che non ho capito. Lo dice con la faccetta ammucchiata e le labbra arricciate, come potrebbe fare un bambino che si sforza di piangere per ottenere qualcosa o dopo aver assaggiato un limone per la prima volta. In questo caso per ottenere i soldi della camera. Restiamo in piedi davanti a lui con le sacche a tracolla e tutte le maglie che ci siamo tolti nel frattempo. Siamo imbarazzati e non sappiamo come uscire da questa situazione, sto morendo di sonno, non sappiamo dove andare, e ora ci si mette pure lui. ‹‹L’ufficio ora è aperto›› dico per spezzare il silenzio e far tornare la sua faccia normale, e il teatrino di colpo finisce, nessuna lacrima , tutto torna come prima e ci salutiamo come se niente fosse stato detto. Tre computer in fila, un divano consumato all’ingresso, un corridoio stretto, una cucina con il pavimento di cemento grezzo. Tutti i muri scrostati e con la muffa, tre o quattro ragazzi che fanno avanti e indietro, senza fare niente, ma con l’aria di chi sta lavorando duro. Siamo negli uffici e chiediamo di Amit, il contatto che abbiamo avuto dal nostro amico Simone Fermi dall’Italia. Lui è in fondo alla stanza con una scrivania tutta per lui e un PC portatile. ‹‹Prego, sedetevi›› ci dice facendo il gesto con le mani scure e gli anelli d’oro, o forse solo color oro. Ha l’aria seria e professionale, di uno che comanda il mondo. Ordina al servo di portarci da bere. Non chiede, ordina. In India non si chiede, si ordina, con atteggiamento superiore, strafottente e con un certo gusto nel farlo.

 

 

Lavoratori in attesa d'ingaggio

 

 

Arrivano tre bicchieri d’acqua, il servo è serio e impassibile, anche se gli sorrido non fa una piega. Se ne resta in piedi a fissare la scrivania, con le braccia lungo i fianchi, immobile e con gli occhi socchiusi, è alto e magro e indossa vestiti molto più grandi della sua taglia.Mentre beviamo, Amit continua a lavorare al PC, e a dare ordini.
Mi sembra impossibile che in un ufficio così riescano a lavorare, a fare qualcosa di concreto.
Dopo un po’, Amit ordina di portare via i bicchieri d’acqua e di portarci altre cose da bere.
Arrivano tre bibite.
«Bevete» ci dice, sempre con il solito gesto della mano, come a mostrare diamanti su una tovaglia di velluto. Non ce la facciamo più, abbiamo un sonno indescrivibile e lui che non fa neanche un accenno riguardo alla Vespa.
Riformulo le domande che ho fatto appena seduto: «La Vespa è arrivata? È tutto ok? Quando possiamo prenderla?»
«Si, è arrivata! Domani o dopodomani avrò i documenti e potrete partire».
Mentre lo dice sembra un Papa che annuncia qualcosa d’importante ai suoi fedeli.
«Venite dopodomani!»
Ci stringe la mano e noi andiamo.
Saliamo su un taxi che sbaglia strada...
Ci dirigiamo verso la vecchia Delhi dove le guest house sono più economiche. La testa spesso mi cade pesante per il sonno facendomi svegliare con il cuore a mille. Giuliana dorme da un pezzo.

 

 

Scaricatori in pausa

 

 

Veniamo scaricati in una via dove il traffico, le mucche, la merda e la puzza di piscio sono mischiati insieme in un infuso insopportabile.
Le vie laterali si aprono come ferite in un caos malato, è caldissimo e l’umidità mi fa appiccicare la maglia e i pantaloni.
Ci sono corpi ammucchiati ovunque e alcuni mangiano per terra vicino alla fogna maleodorante a cielo aperto, che ribolle sofferenza e malattia e morte... mi sembra di percorrere la via dell’inferno e forse è proprio così. Negozi di pochi metri vendono merce di poco valore, tutta sporca, l’indiano che ci vive dentro è sporco e vestito solo di stracci. Un ragazzo mi passa accanto con la bicicletta alta, snella e nera come lui. Ha una canottiera che mette in evidenza la pelle scura sudata e tutti i nervi delle braccia e le ossa spigolose. Trasporta un’enorme bombola di gas.
Un altro è disteso per terra in mezzo alla merda. Si accuccia lì come fosse la cosa più normale del mondo. Si aggiusta la camicia larga e i pantaloni, entrambi lerci e strappati, sembra addormentarsi in questa giornata infernale. I muri delle case decadenti e ammucchiate sembrano volersi sgretolare da un momento all’altro. Tutto si muove, topi, fogne, mucche, mezzi, uomini, animali e insetti, tutto in movimento fermo a prima del medioevo.
La plastica è ovunque, insieme alla spazzatura. Ecco altre persone che strisciano e un vecchio sta addirittura cacando. Oh Cristo! I ratti grossi come cani gli passano sotto il culo e migliaia di occhi neri ci fissano.
Seguono ogni nostro movimento.
Un muro sul marciapiede è il pisciatoio, non si respira, è caos. Tutto è solo caos! Spero di prendere la Vespa il prima possibile e andare, andare, andare. Anche se non ho la più pallida idea di dove e come.

 

 

Venditori

 

 

Un vecchio trasandato e senza denti ci si avvicina con la foto di una camera. ‹‹Camera, camera, hotel, hotel›› dice insistente. ‹‹Ok fammi vedere il posto›› rispondo.
Non abbiamo niente da perdere e la stanza almeno in foto non sembra male.
Si trova alla fine di un labirinto fatto di negozi e bettole. Ho sonno, è questo il motivo per cui la puzza ha braccia e gambe e il caos è un gigante che vuole schiacciarmi e gli indiani sembrano dei sudditi, senza cuore né volontà.
Mi butto sul letto e mi addormento all’istante, in mutande, con l’afa e il caldo a cullarmi. Mi sveglio a mezzanotte con Giuliana che sta parlando con la nostra amica Giada su skype, “ma allora siamo nel futuro?” penso, ma poi canti e suoni di tamburo esplodono proprio sotto la finestra. La maggior parte sono sedute per terra e battono le mani a ritmo. Mi accendo una sigaretta e la fumo appoggiato al davanzale mentre penso, e mi godo la scena. Sui tetti vedo centinaia di teli colorati stesi ad asciugare.
Guardo nella camera e vedo e sento il «futuro», fuori c’è il medioevo, dove sono realmente? Probabilmente proprio nel mezzo!
Sto bene ora!
Mi viene dato un caffè nero da portare via in un sacchetto di plastica nera chiuso con un bel nodo.
Fa proprio senso berlo così, e poi non è neanche caffè cazzo, è tè!
Torno nella bettola per cambiarlo.
Nell’attesa mi metto seduto, guardo l’India passarmi davanti come un film.

I cani con la rogna mi fanno veramente pena, hanno la pelle come gli elefanti, se va bene, altrimenti sono una putrida piaga aperta, spesso vengono presi a calci, così senza motivo, e i ragazzi o uomini che lo fanno poi ridono, si ammazzano dalle risate quando sentono il povero animale piangere e cercare di scappare con la coda tra le gambe. L’aria pesante mi schiaccia, ma non è il sole, è il peso che esce dagli occhi, migliaia di occhi che mi fissano neri e vuoti.
Non vedo anima, l’India, la mia India non ha anima, è vuota, profonda e nera come una caverna che porta ad un freddo infinito nulla e mi spinge insistente e violenta verso tutto quello di cui ho paura e che odio.
La sensazione è che non ne uscirò vivo!
Una ragazza nel centro di Delhi si butta a terra. In mano ha il cestino per le offerte e sulla pancia una ferita aperta. Si vede che è profonda e larga e da dentro escono le mosche.
Nessuna possibilità di salvezza, nessuno che si ferma per aiutarla, compresi noi. Tutti le passiamo accanto senza fare niente.
Le cure costano troppo? Oppure è giusto che stia lì e soffra? E’ un modo per fare soldi?
Sta scontando qualcosa che ha commesso nella vita precedente, questo mi viene detto da qualcuno. È la via per la salvezza.

 

 

Cani randagi e scooter sono ovunque

 

 

Camminiamo tutto il santo giorno per Delhi in un altro quartiere, per cercare un’altra camera, giusto per fare qualcosa. Per strada ci si affianca un uomo. Ha l’aria di chi sa tutto e ogni tanto tira fuori il pettinino dalla tasca. Si pettina i capelli su quella testa a forma di enorme triangolo. Ci sta appiccicato come una zecca!
‹‹Da dove venite? Roma? Milano? Genova?›› Come se l’Italia fosse solo queste tre città!
‹‹Se vi serve una guida io lavoro per il centro difesa delle donne, guardate ho anche la spilla.
In quest’ufficio danno le mappe dell’India e della città gratuite.
Venite è gratis!
Io non sono uno di quelli che vi danno consigli o vi accompagnano nei posti e poi vi chiedono soldi, oggi sono in ferie e posso aiutare la gente.
Venite è gratis››.
“Lavora per la difesa delle donne e vuole farci da guida?”
Appena entriamo ci fanno accomodare, tutti sembrano gentili, ma i modi sono sempre autoritari e iniziano a dirci che tipo di viaggio secondo loro dobbiamo fare.
‹‹Vi diamo treni, aerei, hotel, vi prenotiamo tutto noi, questo pacchetto è perfetto per una coppia››.
Gli ripeto che vogliamo solo una mappa.
E questo continua e continua, e l’altro, mentre si pettina, annuisce come se quella fosse la verità assoluta.
‹‹Noi stiamo aspettando la Vespa e poi viaggeremo da soli›› gli dico.
‹‹Come? Viaggiate in India da soli via terra?››
‹‹Eh si! ci proviamo almeno››.
‹‹Perfetto allora vi posso prenotare i treni per caricarla nei lunghi spostamenti!››
‹‹No, io voglio viaggiare libero come mi pare e su due ruote. Ho spedito la Vespa fino a qui, non voglio caricarla su un treno››.
‹‹Benissimo, allora posso prenotarvi gli alberghi, potete fare questo tragitto›› e sta per iniziare con il suo itinerario ideale e il suo viaggio ideale quando lo fermo.
‹‹No, non so dove andremo o quando o se ci arriveremo, quindi tranne la mappa che quel signore ci ha detto che regalate perché lavorate per il governo, non ci serve niente››.
Si alza di scatto, e se ne va senza neanche salutare, incazzato e offeso.
Testa a triangolo ci segue fin sotto la guest house, si pettina e dice:
«Ora una doccia, relax per dieci minuti e poi scendete, io vi aspetto qui così andiamo in giro e vi faccio vedere Delhi».
«No grazie», rispondo io, «non voglio vedere Delhi, non mi piacciono le città e poi andremo in giro da soli qui intorno, a caso».
Lui mi guarda con una faccia da imbecille, ‹‹ok›› dice, tira fuori il cellulare e scrive quattrocento.
«Che cos’è?» Domando io.
«Quattrocento rupie per avervi accompagnati qui».
«Ma come, non avevi detto che tu non chiedi soldi, che lavori per la tutela delle donne, e dobbiamo stare attenti perché in India tutti chiedono soldi invece tu lo fai per piacere?»
«Yes, but just for the first time, not after!»
Io lo fulmino con lo sguardo.
Giuliana mi passa dieci rupie, gliele do anche se non avrei voluto, giusto per togliermelo di torno.

 

 

La forza dei colori

 

 

Saliamo le scale strette e un uomo dall’aria spettrale ci dà le chiavi della camera.L’uomo ha le sembianze e soprattutto i colori di un cadavere, ma parla e si muove, con i capelli di un giallo sbiadito che fanno risaltare ancora di più la carnagione olivastra misto avorio, e tutte le vene azzurre e nere e rosse ovunque, le unghie lunghe, nere, i denti marci da far rabbrividire.
La stanza è un forno, fa veramente schifo ma è la migliore tra quelle che abbiamo visto.
Il ventilatore gira veloce spostando anche la puzza.
Il bagno lurido è ancora più caldo e pieno di zanzare, ci buttiamo sotto la doccia anche se l’acqua è marrone e andiamo a farci un giro.
Il traffico è qualcosa di impressionante, un vero concentrato di lamiere, animali e biciclette, tutto si sposta come può e dove può senza regole e senza un apparente senso logico. Tutto è come capita e qualsiasi centimetro libero è un ottimo posto dove infilarsi.

La notte in camera fa troppo caldo e le pale sul soffitto girano vorticosamente ma senza alcun risultato. Guardo verso la finestra, ha una rete metallica per impedire l’ingresso alle scimmie. ‹‹Immagina cosa sarebbe svegliarsi con una scimmia in camera›› dico a Giuliana, poi mentre guardo mi accorgo del condizionatore. Veramente non è proprio un condizionatore, ma una cassa di alluminio per metà piena d’acqua con una grande e potente ventola che aspira l’aria da fuori e che si raffredda grazie all’acqua. Vado ad accenderla. Cerco il cavo elettrico, è tutto rovinato con punti in cui si vede anche il rame all’interno, arriva giusto alla presa malmessa sul muro. Inserisco la spina e la ventola parte con la potenza di un reattore, come il motore di un aereo, solamente che mi ritrovo faccia e corpo ricoperti di piume e sporcizia varia e c’è addirittura un piccione spiaccicato sulla rete metallica che cerca di liberarsi dal “tornado”. La potenza del ventilatore ha tirato via il nido, le piume, lo sporco e il piccione stesso. Giuliana stacca subito la spina e dopo un paio di secondi che ci servono per capire cosa sia successo, scoppiamo in una risata mentre continuo a sputare le piume.

 

 

Le immancabili spezie

 

 

Libero?

Lasciamo la camera e con tutti i bagagli torniamo all’uffcio per prendere finalmente il Generale.
Non ne posso più di stare in questa città, non posso fermarmi un attimo che arriva sempre qualcuno che vuole vendermi qualcosa o accompagnarmi in un posto.
Tutti sono guide turistiche che vogliono rifilarmi treni, autobus, visite guidate, taxi, risciò, caffè, tè, ristoranti, camere, e sono odiosi e invadenti.
Rientriamo nel tetro ufficio, il servo ci fa segno con la mano: possiamo andare da Amit.
E tutto ricomincia:
‹‹Sedetevi››, ordina l’acqua, poi le bibite, mentre continua a lavorare al PC.
Passano un paio di minuti di silenzio, come se fossimo andati lì per guardarlo seduto a spostare il mondo.
‹‹Possiamo prendere la Vespa?›› Gli chiedo.
‹‹E’ all’aeroporto, domani sarà qui e potrete prenderla››.
E torna a lavorare.
‹‹Ma ci avevi detto di tornare oggi che sarebbe stato tutto pronto!››
‹‹Il mio collaboratore è in aeroporto e sta cercando di fare tutto il possibile, ci sono state le feste e non c’è l’uomo che deve mettere i timbri››.
‹‹Potevi anche farmelo sapere senza farci attraversare tutta Delhi››.
Non possiamo fare altro che tornare in centro e aspettare.
In città il tempo passa lento, molto lento, e a piedi mi sento perso.
Lo sporco e la povertà restano fuori dalle belle vetrine dei negozi all’ultima moda e dai ristoranti e dai tanti fast-food americani. Sempre pieni di clienti, tutti indiani!
Torniamo ad essere assaliti ad ogni accenno di sosta.
Prendiamo la metro e andiamo nella zona di Chandni Chowk per vedere il Red Fort, giusto per fare qualcosa.
Appena scendiamo, un altro mondo, ancora più caos. Non più boutique, ma mercato e bancarelle e negozi di ogni tipo di stoffa e di ogni tipo di merce. Sembra un campo profughi in zona di guerra, anche qui pieno di corpi, braccia su braccia, piedi su piedi, stracci su stracci, un’infinita attesa per qualcosa che non arriverà mai. Tutti allungano la mano per avere qualche spicciolo. Saliamo sul marciapiede e cerchiamo di attraversare la strada. Passiamo sotto un’impalcatura fatta di bambù e corde. Sopra corpi neri sudati che lavorano sotto il caldo opprimente. In India, i servi e le serve fanno i lavori peggiori, si spaccano la schiena come non ho mai visto fare prima. Il tutto con gentile sottomissione e quasi compostezza.
Forse sì, gli unici composti e gentili sono i servi, e gli Intoccabili. Rassegnati a quella condizione disumana.

 

 

Red Fort, luogo simbolico dell'indipendenza indiana

 

 

Prima di arrivare al forte c’è un tempio fuori dal quale una folla di poveracci sembra essere accampata lì da millenni.
Storpi, barboni, donne e bambini, quasi uno sopra l’altro, tutti sofferenti senza lamenti.
All’entrata due cisterne d’acqua appoggiate al muro e due uomini che riempiono i bicchieri infilandoci dentro tutta la mano e li passano a quelli che entrano.
Tutti bevono dallo stesso bicchiere. Sembrano tutti malandati e malati.
Al forte se sei indiano paghi venti rupie, se straniero duecento rupie.
Tutto in India sembra strutturato per sottrarre soldi agli stranieri, ogni mezzo è lecito e le bugie che raccontano sono tra le più articolate e diversificate.
È venerdì, ‹‹Il Generale è libero!›› Mi dice Amit, sempre dopo l’acqua e le bibite.
Poi chiama un altro servo, ‹‹lui vi accompagnerà a prenderlo››.
Saliamo su un auto risciò e usciamo dalla città, l’autista si insinua tra le vie, non si ferma agli incroci e ci perdiamo tra le strade sterrate, perché nessuno sa esattamente dove si trova. Ma dove cavolo l’hanno portato!
Si ferma spesso per chiedere alla gente. La maggior parte delle persone interpellate scuote la testa e se ne va, altre parlano velocemente e per un sacco di tempo. Non ho la minima idea di quello che stiano dicendo. Il servo telefona spesso, forse parla con il capo.
Ad un certo punto fa fermare il mezzo in aperta campagna, scende, si guarda intorno con lo sguardo perso mentre continua a ricevere indicazioni dal cellulare. Risale, facciamo ancora un po’ di strada e ci fermiamo davanti a una casa, il servo scende e bussa alla porta.
Apre un uomo, dalla faccia si direbbe che stesse dormendo, poi ci fa segno di scendere. Parla solo indi, quindi noi comunichiamo a gesti.
L’uomo apre una grande porta di ferro. Nella casa di questo tipo in una stradina di terra ai margini di Delhi c’è la cassa col Generale.
Togliamo il cartone già mezzo aperto, la cassa di ferro è piegata al centro, la Vespa è libera di muoversi senza neanche più una cinghia a tenerla. Senza neanche il cavalletto, ma miracolosamente senza danni.
Voglio solo accenderla per levarmi dalle palle questa città.
La porto fuori, parte non appena la miscela inizia a scorrerle dentro.
Ho il cuore a mille, chissà se riuscirò a guidare nel traffico indiano. Prima, seconda, terza, quarta, e’ tutto ok. Ora anche il mio sangue inizia a scorrere come si deve. Faccio salire Giuliana mentre una decina di uomini ci fissano da un edificio in costruzione; sotto di loro, in uno spiazzo di terra, alcune donne vestite dei colori più belli del mondo stanno impastando e trasportando cemento. Lo fanno con una tale eleganza e dignità che starei ore a guardarle. Caricano il cemento sulla testa in ciotole di ferro, sono magnifiche e sembrano dirigere un’orchestra con i loro movimenti. Partiamo seguendo l’auto risciò con dentro la cassa. Torniamo agli uffici per i documenti. Pochi chilometri e già tutto è diverso, l’aria calda che entra dalle maniche corte ora è estasi.
Il traffico almeno per ora è una gincana divertente, sopra due ruote il mondo cambia e si spalanca. Ora posso respirare.
Avevo una guerra dentro senza soldati, una guerra di pensieri e sensazioni contrastanti. Non so da quale male sia affetto, ma mi sento meglio solo mentre riesco ad andare via, una direzione vale l’altra. Basta andare e sopra a due ruote è il modo migliore per farlo. Purtroppo però non è ora!
Amit ci dà le fotocopie del carnet e del libretto, lo guardo e dico:
‹‹Ma come le fotocopie? A me servono gli originali con il timbro di entrata della dogana, se mi fermano non sono in regola. Non posso partire senza documenti e senza timbri››. Mi chiedo come cavolo abbia fatto a prendere la Vespa dall’aeroporto senza passare in dogana.
‹‹Puoi andare, se ti fermano gli dai il mio numero di telefono e ci parlo io››.

 

 

Indian selfie davanti al Forte Rosso

 

 

Resto in silenzio come un deficiente, mi passano per la mente un sacco di cose, tipo l’autobus per tornare in centro, il traffico, la camera nella bettola, testa a triangolo e i diecimila colleghi sempre in agguato, guardo Giuliana e dico:
‹‹Partiamo ugualmente, chi se ne frega, io non ce la faccio più. Altri due giorni qui e posso anche morire››.
‹‹Ok Amit, dammi le fotocopie e speriamo bene››. Amit mi dà tutto, ma non sembra più molto convinto. Come se per giustificare la mancanza dei documenti si fosse inventato la storia che tanto non serviranno. Resta un attimo perplesso e quando vede che stiamo partendo veramente ci richiama.
‹‹Forse è meglio che faccia mettere i timbri e vi dia i documenti originali››.
Non ci posso credere! Torniamo a Delhi sapendo che fino a lunedì non potremo fare niente.
Andiamo negli uffici doganali vicino all’aeroporto, viene anche un uomo che ha chiamato Amit, ha un sorriso stampato in faccia e guida una macchina nuova fiammante, non so chi sia, ma deve essere il guru del carnet, perché in un’ora riesce ad avere tutti i timbri, nonostante i corridoi con la puzza di urina siano pieni di persone con ceste di fogli. (Quel che avete appena letto sono i primi due capitoli del libro di Giorgio Serafino India E mi fissi con gli occhi di una capra)

 

 

copertina_ok

 

 

Il Libro

L’inespressività dei volti e dei corpi martoriati dalla fame non suscitano in me nessun
sentimento.
L’unica cosa che ho in mente è di non riuscire
a tornare a casa.
Quello che provo e sento è solo terrore,
le notti in India sono per me senza stelle e senza luna...

Con questi versi si apre il racconto, violento e spesso psichedelico, di un viaggio attraverso
un'India lontana dallo stereotipo di terra incantata e spirituale dove ritrovare se stessi.
L'autore viene attirato da un mondo ammaliante fatto di città antiche, templi, danze e rituali, per poi essere divorato, pezzo dopo pezzo, lungo un viaggio che diviene quasi uno strisciare, in mezzo a sguardi ambigui e minacciosi, immerso totalmente nella crudeltà umana. Da Delhi all'infuocato Rajasthan, tra sequestro, richieste di denaro e donne magiche, per «volare» poi verso l'Himalaya, all'estremo nord del paese, tra templi buddisti, strade a strapiombo e preghiere appese nel vento.

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Giorgio, Giuliana e il Generale

 

 

L'autore
Giorgio Serafino, nato nel 1975, è originario di Civitanova Marche ( Macerata). Ha viaggiato in Europa, Brasile, Marocco, Canada (dove ha ottenuto la cittadinanza). Dal 2010, insieme a sua moglie Giuliana, ha iniziato a viaggiare in sella ad una vespa 50 special del 1978 (il Generale) percorrendo: la Route 66 da Chicago a Los Angeles (2010), Thailandia, Laos e Cambogia (2011), Italia (2011), Sud Africa, Namibia e Botswana (2012),India (2013), Argentina e Cile (2014), Italia, Francia, Spagna e Portogallo (2014).

Ha pubblicato:
L'America in vespa da Chicago a Los Angeles sulla Route 66 ( Mursia editore 2011)
vincitore del premio nazionale di letteratura di viaggio «Il viaggiautore»
Paradiso di Polvere, nel cuore di Thailandia, Laos e Cambogia (Mursia editore 2013)
America by Vespa, e-book tradotto in inglese con l'introduzione del poeta americano Jack Hirschman.

 

Per saperne di più su Giorgio Serafino, visita il suo sito

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