Nilo, il corso della Storia

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Testo e foto di Paolo Pernigotti

La terra dei faraoni si specchiava nel Cielo con meticolosa contabilità: un dio per ogni cosa, a ogni cosa il suo dio. Solo il fiume meritava una doppia aureola: era Api, lo spirito del Nilo, ventre prominente in segno d’abbondanza, ed era Khnum, sembianze da caprone, il nume che sovrintendeva alle provvidenziali piene del fiume. Perché ogni cosa nasceva in lui e ogni cosa viveva per lui. Lui, non esso.

Il suo corso è quello della Storia: tutto è accaduto sulle sue sponde, un bacino più vasto dell’intero Mediterraneo. E tutto si ritrova risalendo la corrente. Verde smagliante intorno: la barca va fra sbuffi di palme e foreste di papiro, placidi pascoli, presepi di fango. Per centinaia di chilometri, per giorni e notti. Ma è un Eden sottile, è un trucco: basta salire su un’altura, allungare lo sguardo in lontananza. Ed è subito Sahara. Oltre le quinte di verde, l’Africa è lì: l’aria che brucia tremula, l’infinita distesa di rocce e sabbia,  il piatto orizzonte senza vita.

Perché l’Egitto è un’oasi - lunga i mille chilometri del suo fiume divino - , un miracolo che attraversa l’inferno, un miraggio reale. E' una golena – la più fertile al mondo – in mezzo al deserto. L’Egitto è una benedizione, del vecchio Api, del caro Khnum.

Le navi da crociera, che fanno avanti e indietro, sono alberghi galleggianti: facciate di cinque, sei piani, balconi, insegne al neon, portineria, ascensori. Dahabeya, invece, è una barca a forma di barca. Ma da pascià. Nell’Ottocento lor signori non se ne servivano per navigare. Era un pied-à-terre sull’acqua. Imbarcavano l’allegra brigata di amici e baiadere e si ancoravano in mezzo al fiume, al riparo dal gossip. Dahabeya si traduce "barca dorata" e oggi ne sono state ricostruite sei: tutte legno, vele bianche e charme d’epoca; solo le odalische non sono nel pacchetto. Trentotto metri per sei di larghezza, sei cabine doppie formato suite, lenzuola di lino frusciante, velari di radica alle finestre, dodici d’equipaggio fra marinai, camerieri, cuochi. E un lento andare: sette giorni da Luxor ad Assuan. Anche il tempo di fare un bagno, mentre i bastimenti solcano imperterriti.

Luxor abita una sola sponda: la riva della vita. Lì sorge il sole e lì sono sorte, migliaia d’anni fa,  le prime case e i templi. Sull’altra sponda - la riva della notte -  venivano scavate le tombe, eretti i monumenti funerari: non era posto per i vivi. E non lo è mai diventato. Solo qualche contadino più povero degli altri va a raccoglierci il suo riso, solo qualche mucca ci pascola, più magra delle altre. Ma è sempre, ancora, la riva della morte. Gli arabi, che ne divennero padroni nel settimo secolo,  chiamarono la città  Al-Uqsor - i palazzi - ma il suo nome più antico appartiene al mito: Tebe. Fu capitale d’Egitto nei cinque secoli d’oro: il Regno Nuovo, fino al 1059 avanti Cristo. E la sua magnificenza porta la firma di Ramesse II, faraone superstar, il Re dei re.

Sulla sua corniche, il lungofiume dei grand hotel, le carrozzelle fanno la posta alle navi già all’alba, ma se pure la brezza del Nilo riesce a spingere qualche feluca, non un refolo arriva a terra: le visite ai templi è meglio farle con il sole calante. E ci guadagnano anche le foto.

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Al sito di Karnak sono dieci minuti di svogliato clop clop. Due file di sfingi dal muso d’ariete rendono gli onori e si entra, novelli Gulliver, in un mondo di giganti, nella scenografia della più fastosa Aida. Cento ettari di estensione, tre recinti sacri l’uno nell’altro, possenti mura, statue colossali, obelischi da capogiro. E nel centro della monumentale città sacra, in pietra color deserto, la grandiosa «Sala ipostila»: affollata da 134 colonne alte una ventina di metri, così larghe che ci vogliono dodici braccia per cingerle. Incisioni e pitture illustrano la gloria del Nuovo Regno: le storie si snodano come «strisce» dove ogni dettaglio è un capitolo, e gli archeologi hanno imparato a leggerle come affascinanti romanzi veri. Libri gialli, dove ogni mistero che si lascia scoprire ne apre di nuovi, più affascinanti.

Le ore del giorno picchiano forte sulla testa: meglio ozi da sultano sul ponte della dahabeya, all’ombra di tende bianche, lo sguardo a perdersi fra il verde e il blu. Al Tempio del Re Sole – l’altro gioiello di Luxor – si addice la sera, con i riflettori  a marcare d’ombre le gesta dei faraoni incise sulla pietra. Qui si racconta di Amenhotep III, dei suoi quarant’anni di regno smagliante, fra il 1390 e il 1352, e di Ramses II, conquistatore degli Ittiti: trionfi, fasti, il mondo ai piedi. Ma gloria mundi – lo sappiamo - transit, e oggi uno dei due obelischi che vantano le sue battaglie vittoriose sta a smistare il traffico su Place de la Concorde, a Parigi.

Verso il cielo stellato si alzano colossi imperturbabili: il regno dei faraoni non era solo di questo mondo, e alla loro natura divina appartiene quella compostezza che  il tempo ha reso più solenne e misteriosa. In un crescendo verso il piccolo, in un percorso che è sempre più raccolto, i templi egizi conducono al loro cuore più segreto: dove un tempo solo i sommi sacerdoti potevano accedere. E dove, troppo spesso hanno avuto accesso i tombaroli. Come a Luxor, dove la stanza dell'altare, in fondo al grande colonnato processionale, è vuota del dio Amon, cui il tempio era dedicato. È rimasto solo il basamento. E il contorno d'ombre che lo ha vegliato per millenni.

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Un breve tratto di barca, all’alba, e al di là del fiume è l’Aldilà dei faraoni. Si sale con un’ora di pulmann verso un deserto di colline rocciose. Caverne, in lontananza, annunciano le prime tombe sparse: ufficiali, dignitari, sacerdoti. Si sale e si sale di grado. Quattromila tombe in dieci chilometri quadrati: la Valle dei Re e la Valle delle Regine sono la più spettacolare necropoli al mondo. E dove il paesaggio si fa più torrido e scabro, fra anfratti che confondono il cammino e pareti più scoscese, si aprono le tombe dei grandi: i faraoni, i principi e le regine. Il loro sonno avrebbe dovuto essere protetto per l’eternità: le porte sono piccole e nascoste. Ma oltre la soglia si spalanca la magnificenza di stanze fastose e lunghi corridoi – la tomba di Sethi I penetra nella montagna per centoventi metri - dove ogni parete, ogni soffitto, ogni centimetro è dipinto. Sono istruzioni per l’Aldilà, il galateo, le regole per essere ben accolti dagli dei – ben trecentosessantacinque – che abitavano l’altro mondo. Cosa offrire a Iside per entrare nelle sue grazie? Come presentarsi a Osiride? E poi il curriculum, le referenze: ciò che il defunto ha fatto in vita per ben meritare. Quanti popoli ha fatto schiavi, per esempio. Quanti nemici ha ucciso. Ogni paradiso ha le sue credenziali.

Il regno dei morti ha colori vivissimi. Ma le folle di visitatori stanno modificando il clima all’interno dei sepolcri, cresce l’umidità e i dipinti cominciano a screpolarsi. Per ciò le tombe non sono tutte sempre aperte alle visite: chiudono a rotazione. Oggi riceve Tutankhamon, domani Ramses IV. Ma i re sono sessantadue, le regine ventotto. Qualcuno che tiene aperto c’è sempre.

La dahabeya risale silenziosa la corrente, il motore ronfa discreto e le vele gli danno una mano. Il paesaggio non annoia, fra sparsi isolotti di prato a pelo d’acqua con tanto di mucche – forse sono nate lì – e alte dune di sabbia che precipitano nel fiume,  grappoli di ragazzini sguazzanti che gridano «money!» a ogni barca di passaggio e schiere di donne velate che  stendono il bucato sulle rocce.

Da Alessandro Magno ai Tolomei, fino agli imperatori romani, l’antico Egitto ha sempre saputo conquistare i suoi conquistatori. L’imperatore Claudio si mostra orgoglioso in abiti da faraone e offre doni agli dei del posto, sui muri del tempio di Esna, cinquanta chilometri sotto Luxor. Ed è stato costruito proprio da un greco - Tolomeo XII, padre di Cleopatra - il meglio conservato fra i templi egizi: a Edfu, a metà strada per Assuan.  Due torri inclinate formano il monumentale ingresso, simile a un tronco di piramide, e all’interno, fra sale e cortili, si dipanano le intricate saghe familiari degli antichi numi: di Horus, dio della fertilità, figlio di Iside e di Osiride, nipote di Geb, ucciso da quel caino del fratello Seth.

Nel tempio di Kom Ombo – sulla rotta della dahabeya - si veneravano invece il dio-coccodrillo, Sobek, e Horus il Vecchio, dio-falco. Un tempio in condominio, due parti esattamente simmetriche, a scanso di fulmini e saette. Lo sfondo del Nilo è il giusto blu per l’ocra delle sue colonne alla luce del tramonto. Siamo a meno di cinquanta chilometri da Assuan, è già terra nubiana, e dalla collinetta del tempio si scorgono le facciate delle prime case dai colori vivaci, decorate a rilievo e arricchite da maioliche. La pelle della gente è più scura, le donne sono più spesso senza velo e si scopre quanto sono belle, cariche di balze, di argenti e di henné.

È il quinto giorno di navigazione, la corrente si fa più lenta, le onde sono sonnolente e pastose, si infittiscono gli isolotti in mezzo al fiume, il Nilo sembra una laguna.  È la diga che si avvicina.

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Non ha niente di spettacolare: nessuna parete a perpendicolo, nessun affaccio da vertigini. Solo le cifre sono da capogiro: dieci anni e un miliardo di dollari per costruirla, 111 metri d’altezza, un bacino – il Lago Nasser – lungo 480 chilometri, 90 mila abitanti sfrattati perché non finissero a mollo. Le sue turbine danno la luce a mezzo Egitto. Se la diga crollasse si allagherebbe mezzo Egitto – non è chiaro se la stessa metà. E fra ottant’anni, quando il lago verrà prosciugato da un’altra diga prevista ai confini col Sudan, i suoi fondali, inzuppati di limo, saranno la terra più fertile del mondo. Ma intanto il limo ha smesso di scendere a valle copioso come un tempo. E molti contadini oggi accendono la luce ma non hanno un granché da illuminare sulla tavola.

Ad Assuan la dahabeya ha un suo ormeggio defilato, via dalla folla e dai rumori della città, sulla riva di un isolotto che diventa il suo giardino privato per un barbecue a lume di candela. E per chi abbia voglia di quattro passi nel suq, a far incetta di papiri, profumi e patacche, c’è un gozzo colorato per tender. O una feluca, se spira mezzo nodo di brezza.

Qui il Nilo è un lago quieto, intrecciato di barche variopinte che fanno la spola fra un isolotto e l’altro. Il suo skyline è una corona di colline rosa, sulla più alta il mausoleo arabeggiante di re Faruk.

File è uno dei quattro posti al mondo per cui varrebbe la pena di vivere in eterno, scriveva Richard Robert Madden nel 1827. Certo vale un tramonto. A otto chilometri da Luxor,  il grande tempio tolemaico sorgeva su un isolotto e già dopo la costruzione della prima diga di Assuan, nell’Ottocento, le acque del Nilo cominciarono a sommergerlo con le loro piene. Stava sotto sei mesi all’anno, per la gioia dei turisti che – ancora trent’anni fa – dalla barca potevano rimirare sott’acqua la novella Atlantide. Ma con la nuova diga i sei mesi a mollo sarebbero diventati tutto l’anno, e allora l’Unesco decise che qualcosa bisognava escogitare. Smontiamo, spostiamo e rimontiamo tutto su un altro isolotto, propose un ingegnere svedese. E per fortuna non gli diedero del matto, così oggi si entra nelle sale consacrate a Iside e nel chiosco di Traiano, si alzano gli occhi ai soffitti color cielo, anche senza maschere e pinne.

Se File fu un supertrasloco, Abu Simbel - a un’ora di volo, scavalcando un deserto allagato dove le dune sbucano dall’acqua come isolotti glabri e rossastri – Abu Simbel fu un supetrapianto. Il tempio di Ramses II e quello dedicato dal faraone innamorato alla moglie Nefertari, erano scavati in profondità nella montagna: non bastava tagliarli a fette, li si dovette estrarre pezzo per pezzo dalla roccia e rimpiantarli cento metri più in alto, sotto una collina di riporto. Potenza e dolcezza insieme: un’impresa leggendaria, un’attrattiva in più.

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Di fronte a quel lago in mezzo al deserto che sembra un mare, i due templi sono uno accanto all’altro: di guardia a quello di Ramses II quattro colossi d’arenaria, le sculture più grandi di tutto l’Egitto; di guardia al tempo della moglie, il faraone stesso, raffigurato solenne e maestoso in altre quattro sculture gigantesche. Oltre l’ingresso del primo, il più grande e fastoso, ci si addentra lungo un corridoio profondo sessanta metri, sui lati si aprono vestiboli e magazzini dalle pareti fittamente dipinte. Otto statue del Re dei re scortano il visitatore verso il sacrario, nel cuore più profondo del tempio, nelle viscere della collina. E là, in fondo in fondo - dove Ramses, faraone e dio, siede solenne accanto alle statue di altri tre dei - due volte l’anno, solo due volte l’anno, penetravano i raggi dell’alba a illuminare quel segreto Olimpo, infilandosi come per miracolo lungo il corridoio. Avveniva il 22 febbraio, il giorno della nascita, e il 22 ottobre, quello dell’incoronazione. Una magia che si ripete ancor oggi, dopo il trasferimento del tempio: ogni anno, di fronte a turisti da tutto il mondo. Ma sempre con un giorno d’anticipo: gli ingegneri del XX secolo sono stati bravi, ma non come i loro colleghi di quattromila anni fa.

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Viaggio organizzato da Hotelplan in collaborazione con la compagnia aerea Egyptair

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