Oman, un deserto in riva al mare

Deserto e mare in Oman

Testo e foto di Paolo Pernigotti

Un bagnino di Riccione ha fatto i conti e non voleva più andarsene: ci starebbero ventimilionisettecentododici ombrelloni. E non ce n’è nemmeno uno. È una spiaggia che si chiama Oman: un Paese di sabbia, un deserto in riva al mare. Ma se il deserto è grande, il mondo è piccolo: dall’Italia, solo il tempo di allacciare e slacciare le cinture, di un vassoio in bilico e di un film in cuffia. Lo scalo è Doha, la capitale del Quatar, dove vivono arabi che non verranno mai a lavarci i vetri al semaforo. Nei  nostri Fiumicino e Malpensa, fra le ruote dei Jumbo, sgusciano sgangherate Panda e minuscole Cinquecento, sulle piste di Doha i facchini vanno e vengono su Bmw serie 7: ottantamila euro senz’optional.

Da Doha a Muscat neanche il tempo del vassoio, e nella capitale dell’Oman ci dà il benvenuto una barba bianca che incontreremo spesso: appartiene al sultano Quaboos Bin Said, illuminato padrone del Paese. Così illuminato che non gli serve neppure del Parlamento. Decide tutto lui: da quando, nel ’70, ha deciso che il vecchio sultano, suo padre, poteva anche restarsene all’estero, dov’era in visita di Stato. Largo ai giovani. Il problema è che lui, il più longevo leader arabo, di giovani non ne lascia  – non si sa mai, i figli… – e gli omaniti cominciano a chiedersi con preoccupazione chi prenderà il suo posto, un giorno, negli autorevoli ritratti che campeggiano in ogni ufficio, ogni negozio, ogni bar. Perché l’Oman è ancora una rara isola di pace,  fra lo Yemen dei sequestri e l’Arabia Saudita del fondamentalismo. L’Afghanistan  e il suo inferno sembrano distanti mille  miglia, anche se Kabul è solo a un tiro di missile, ottocento chilometri su per giù. Ma sotto la sabbia scorre il petrolio e molti arabi hanno imparato che può essere la peggiore delle fortune. Lunga vita, quindi, al sultano e che Allah gliela mandi buona.

Alla grandezza di entrambi è dedicato il più bel monumento della capitale: la Grande Moschea, trionfo di marmo bianco, ricami di cupole e minareti aguzzi. Il candore è abbagliante e i marmi luccicano come specchi: schiere di inservienti vigilano con scopettoni e strofinacci sui passi impuri dei visitatori. Nella moschea c’è il tappeto persiano più grande del mondo. È nella sala delle preghiere e misura settanta metri per sessanta, è costato quattro anni di lavoro a più di seicento tessitrici. Muscat non offre molto altro: una visita al Palazzo del sultano e ai due forti cinquecenteschi che proteggono l’ingresso alla città dal mare, quattro passi con vista al Parco di Al-Riyam e una prova d’orientamento nel labirintico suq di Mutrah, la zona portuale, in cerca di pashmine. Il souvenir più tipico è però un oggetto misterioso: ha la forma ricurva di un bastone da passeggio, più sottile e flessibile di quello di Charlot. Non si sa a cosa serva. Ogni bancarella lo vende, costa un rial (poco più di due euro) e ogni turista lo compra, maledicendolo poi durante il viaggio perché non sa dove metterlo.

La bandiera omanita è un tricolore a incastri, un bianco rosso e verde che racconta la storia del Paese. Rosso perchè è stata rossa per tre secoli, fino al 1970, la bandiera del vecchio Sultanato. Bianco per l'intervallo di due anni, dal 1869 al 1870, in cui presero il potere gli imam. Che, forse presagi del loro rapido e inglorioso destino adottarono una bandiera tutta bianca come vessillo nazionale.  E il verde, il colore di ciò che qui è più prezioso: la terra, quella poca, dove non crescono solo sabbia, scorpioni e miraggi, l’Oman meridionale dei datteri e dell’incenso,  la fertile pianura costiera che dagli Emirati arabi arriva fino alla capitale. Lì è cresciuta la vita, e la ricchezza del Paese, il sistema sociale forse più evoluto dell’intero mondo arabo..

Un relitto sulla costa

Ma è altro che noi cerchiamo: vogliamo scoprire l’altra faccia della bandiera, il colore che non c’è. Ultime scorte d’ombra, quindi, e via verso sud. I primi chilometri corrono lungo il mare: qualche scogliera, frequenti villaggi, un accenno di colline ancora verdeggianti. Qui Marco Polo incontrò gli splendori della «città di corallo»: Qalhat. Era stata fondata 1300 anni prima di lui e a farla ricca era stato l’import-export con l’India: cavalli in cambio di spezie. A farla bella i coralli che vi abbondavano. Di quel tempo è rimasto solo un mausoleo, la tomba di Bibi Miriam. E sono rimaste le parole del grande Veneziano. Il cui sguardo si confonde col nostro, otto secoli dopo, e tanto basta a fare di quei sassi un’emozione.

Wadi significa letto di un torrente: Wadi Mahi, Wadi Shab, Wadi Bani Khalid, Wadi Hajar, Dohw, Sur, Kabbah… Scendono dalla cresta affilata dei monti Hajar, alla nostra sinistra, e scorrono in fondo a canyon scavati nei millenni dando vita a ombre d'oasi dove crescono villaggi di contadini e pescatori. Fra rocce verdi e rugginose si aprono pozze d’acqua dolce dove si può anche fare un tuffo rigenerante, ma il costume da bagno è fuori legge: la morale da queste parti impone calzoncini corti e maglietta.

Altri chilometri di costa e il mare si affolla via via di panciute barche a vela. Sono i dohw e sono nati qui, a Sur, una trentina di chilometri sotto Qalhat. Da secoli solcano i mari della Penisola Arabica e dell’Africa Orientale, un tempo per portare merci lontano, oggi per calare reti in queste acque pescose. E oggi come un tempo sono fatte a mano, da falegnami che è bello ammirare mentre addomesticano i legni con gesti d' antico sapere. Sulle spiagge i pescatori in circolo aprono le reti e le squassano come lenzuola di bucato, i pesci lampeggiano nell’aria, i più piccoli non ricadono, qualche gabbiano è stato più rapido nella sua picchiata. Poi la strada punta verso l’interno. Ed è subito sabbia. Il nastro d’asfalto taglia il nulla, lungo e diritto come l’orizzonte. Non è ancora deserto, ma è già deserto il paesaggio intorno. È Wahiba Sands, la terra dei beduini e degli abbacinanti laghi di sale. Si viaggia in carovana: l’unione fa la sopravvivenza dove la natura torna a dettar legge. Quattro o cinque fuoristrada supercilindrati, acqua cibo e benzina, la cuccia di una tenda e la voglia di provarci.

Pescatori scuotono le reti e raccolgono il bottino

Prime dune all’orizzonte. E non direte più color sabbia: scoprirete che può essere  grigia, gialla, rossa, nera, persino azzurra. Questa è bianca come la neve. Ma gli effetti speciali non finiscono lì: dietro il bianco c’è il blu. E non è un miraggio quel mare che nessuno si aspetterebbe di incontrare ancora, oltre una duna che sembra una montagna d’inverno. È la baia di Al Khaluf, forse la più bella di tutto l’Oman.

Poi ancora il piatto dell’orizzonte a 360 gradi. Si corre per più di cento chilometri a più di cento all’ora: a sinistra il mare, a destra il deserto. L’alta marea ha indurito la sabbia, la spiaggia è una pista. Un braccio che si leva a salutare, ogni tanto, l’ombra lunga di una tunica che svolazza senza vento. E intorno niente. Da dove venga e dove vada non è solo un dubbio filosofico.

Notte sull’isola di Masirah, a un’ora di traghetto dalla costa. Capanni sulla spiaggia, spuma di stelle sulla battigia. Ma non è un riflesso di cielo: è il planctom, che si rompe in un brillio di neon dove l’onda si stira sulla sabbia. Camminare sulla battigia lascia alle spalle una scia di lustrini, l’acqua pare accendersi di scintille d’argento dietro ai nostri passi scalzi. Saranno solo protozoi, ma in abito da sera fanno la loro figura.

Altra spiaggia all’alba, altro effetto speciale. È la spiaggia delle tartarughe. Sono decine e decine: grandi, solenni, affaticate. Arrancano fuori dall’acqua, scavano un buco nella sabbia e lì lasciano le uova. Vengono da lontano, anche da tremila chilometri, e ripartiranno a missione compiuta. Della loro prole non sapranno più nulla: né se il calore della sabbia un giorno schiuderà le uova, né se arriverà prima il becco di una cicogna a farne colazione. Nelle tracce di cingolati, profonde, umide, che si lasciano dietro c’è tutto il peso della loro fatale avventura. Ogni anno sulle spiagge di Masirah ne approdano oltre trentamila. Altre migliaia scelgono le rade di Ras al-Jinz e Ras al-Hadd, a nord e a sud di Sur. Tornano dove sono nate, a prezzo di qualsiasi distanza. Spiaggiano nel cuore della notte, sperano forse di non trovare le Reflex e i flash dei turisti in agguato. Invano.

Senza pubblico sono riuscite solo ad accoppiarsi, ma hanno dovuto farlo al largo. Poi depongono le uova un po’ per volta: di solito in tre occasioni, a distanza di un paio di settimane l’una dall’altra. «Turtle beach» è la spiaggia più frequentata dalle tartarughe, sulla punta nord-occidentale dell’isola. Molto frequentata anche dai cercatori di conchiglie: la star di Masirah è la preziosa e rara Eloise, guscio tondo e quadrettato a sbalzo. Ma è inutile raccoglierla: al metal detector non passa.

Una tartaruga torna in mare dopo aver deposto le uova

Sul traghetto di ritorno, un imponente Suv luccicante domina il parcheggio. È nero, i vetri neri. Una sola portiera si apre, e scende l’uomo al volante. Restano le donne all’interno, i finestrini chiusi, la sicura inserita, neri e spessi anche i veli che le nascondono. Solo gli occhi scoperti. Ma quegli occhi forano i vetri. Quell’uomo non lo sa.

Su un carretto vicino smaniano aragoste senza chele, come si pescano da queste parti, e luccicano sardine essiccate al sole. Accovacciati in un angolo quattro marinai affondano a turno la mano destra in una grande ciotola di rame e si riempiono la bocca di riso e pezzetti di squalo fritto. Meglio non guardarli: potrebbero offrire.

Ma addio blu: un altro oceano ci aspetta. Gli ultimi grappoli di baracche sono un avamposto che sarebbe piaciuto a Dino Buzzati: un’officina, una bibita in frigo che diventerà una nostalgia, tanti bambini intorno. Alla sera, probabilmente, non c’è molto da fare da queste parti. Gli autisti riempiono le taniche all’orlo, il negoziante stringe la mano con la forza di un augurio. Ora ci siamo solo noi: anche i pali della luce si fermano. L’illuminato sultano non illumina oltre. Questo è il regno di altre «esse»: sole, sabbia, solitudine.

È Rub Al-Khali, per estensione il secondo deserto di sabbia del pianeta. Il Quarto Vuoto, l’hanno chiamata i beduini: la terra del nulla e dell’assoluto, dell’infinito e del silenzio, un mondo in gran parte inesplorato che occupa oltre un quarto della Penisola Arabica. Patetiche linee che solo la carta geografica conosce tracciano i confini, qui dove niente pare avere fine, fra l’Oman, lo Yemen, gli Emirati Arabi e l’Arabia Saudita. Sono 655 mila chilometri quadrati di sabbia, notti sotto zero e più sessanta sotto il sole. Una sabbia che sa essere dura come roccia e soffice come cipria. Si spiana fino a perdersi in tremuli miraggi, si gonfia in spume di duna. Il deserto ha mille facce. E ogni faccia è diversa nei colori del giorno.

Le dune, alte fino a trecento metri, sono  montagne russe per la carovana di jeep: la china si divora con rabbia, poi è un tuffo a precipizio. Un’esitazione e le ruote affondano. Per questo si viaggia insieme: quattro scivoli sotto le ruote, una fune, uno strattone e il viaggio può riprendere. Stella cometa è un satellite a tu per tu: dà la posizione alle Toyota, indirizza il timone. Ma è il capocarovana  a indovinare  i su e giù per le dune, gli zig e gli zag dove  la stazza delle jeep sappia restare a galla.

Sentirsi il primo uomo è compreso nel pacchetto. Basta alzarsi all’alba, quando le altre tende dormono ancora. E bastano pochi passi: oltre la prima duna siete soltanto voi. Tutto, intorno, è immobile, nuovo, immacolato. Non c’era prima, non ci sarà domani. Un vento volubile gioca ogni notte con la sabbia: questi sono i suoi castelli. La luce radente  increspa le ultime rughe, il silenzio ha l’eco di un diapason in una nota senza fine. E non serve chiudersi le orecchie. Rompiamo il tappeto ai nostri piedi, tigrato di manganese, quarzo e gesso, affondiamo nella sabbia le nostre orme di conquistatori. E a essa ci arrendiamo: è bello perdervisi. Non c’è più nord, non c’è sud: dovremmo aver paura. È invece solo pace. Il deserto è anche lezione di solitudine: prima o poi arriverà, tanto vale allenarsi.

Il deserto all'alba

Verso il confine con l’Arabia Saudita un presidio militare sta di guardia alla sabbia. I soldati hanno con sé le famiglie e nel forte non risuonano ordini imperiosi ma strilli di bambini. Ci accolgono senza neppure chiederci chi siamo. Qui nessuno aspetta i tartari. Solo il rifornimento di caffè, che tarda ad arrivare.

Qualche cammello solitario e sdegnoso, la tenda di un pastore beduino. Dopo cinque giorni di solo noi, il deserto incomincia a affollarsi. Un cartello stradale, e la scritta in arabo sembra lo skyline di una moschea, i caratteri sono cupole e minareti. Qualsiasi cosa significhi, dice che il deserto è finito. E per non lasciar dubbi, il paesaggio ci riserva un gioco di prestigio: sulla strada per Salalah, Salalah, capoluogo del Dhofar, la provincia più meridionale del Paese,  come per magia ecco i Tropici. Banani, manghi, papaye, palme da cocco: una valle lussureggiante, attraversata da un torrentello gorgogliante, tutt’intorno montagne verdi. Fra i cammelli al pascolo c’è persino qualche mucca. Perché questa è terra di monsoni: da metà giugno a metà settembre i suoi giorni hanno solo cieli nordici e veli di pioggia. Ma tre ore fa non eravamo nel deserto?

Forse è l’incenso che ci dà alla testa. D’altronde nasce qui. Boswellia sacra si chiama la pianta ed è a perdita d’occhio sui pendii delle colline, i tronchi feriti dalle lame dei coltelli, la resina che sgorga bavosa. Anticamente il suo commercio aveva reso ricchissima questa regione. Le navi partivano da Sumhurum, l’antica Abyssopolis dei romani - nelle stive anche spezie, perle, avorio, gusci di tartaruga - e arrivavano fin dove arrivava il mondo. I migliori templi si servivano qui. Altri alberi sudano mirra. E allora torna in mente il presepe da bambini: ecco da dove arrivavano quei re sulla scia di una cometa.

Se vi aggirate fra i ruderi affacciati sul mare, forse sentirete parlare in toscano. Non è un miraggio postumo: sono gli archeologi che stanno riportando alla luce la città, e vengono  dall’università di Pisa. Sono lì dal 1997. E intanto le guide spiegano che lì ha vissuto la regina di Saba. Le date non tornano, ma ci crediamo lo stesso. Forse è effetto dell’incenso.

Il viaggio è stato organizzato dal tour operator I viaggi di Maurizio Levi

Ufficio turistico dell'Oman: omantourism.gov.om

1 response

  1. Ciao Paolo, ho letto il tuo articolo per turismo Oman. Sono contento dopo leggerlo. Questa e' verita di Oman che e' un tesero di Sultano e vari tipi di destinasione da vedere. Io orgogliosa di me che vivo in questo paese. Grazie per scrive a noi in nostra pagina di Facebook Turismo Oman. info@smartomantour.com

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