Parma: il piacere è tutto mio

Parma, vecchie case affacciate sul torrente Parma

 

di Paolo Pernigotti - foto di Gigi Montali

 

Ci mancava solo l’Unesco a montarle la testa. Già nel Mille si faceva chiamare Crisopoli, modestia a parte: la città d’oro. Poi Atene d’Italia sotto i Borboni, Petite capitale da Maria Luigia in poi, Regina della Food Valley ai giorni nostri. Ora ci mancava solo il titolo mondiale di «Città creativa per la gastronomia» per far sentire Parma una capitale sul serio.

Ma chissà, forse la è davvero: non di un Ducato che non c’è più, né di un’Europa che non c’è ancora, ma dello star bene al mondo. Di un bel vivere e di un bel godere – anche se questa non è musica del suo Verdi -, magari con pochi depositi in banca e ogni tanto qualche crack da prima pagina, ma le serate piene nei ristoranti e nei cinema, le vetrine sfolgoranti. Una città più cicala che formica, dove la corte non c’è più ma i cortigiani ci sono ancora. Dove impera il gusto di piacere - e di compiacere - come il piacere del gusto, fra cose belle e buone.

 

 
Parma, piazza Garibaldi

 

 

Lo specchio le dà ragione: in ogni classifica è fra le meglio del reame. E forse non è solo questione di maquillage, né di qualche alchimia regalatale da quel suo figlio prediletto orgogliosamente dettosi Parmigianino. Una città sazia - perché la carne è tenera – e una città peccatrice – perché la carne è debole. Ma non disperata. Dove sacro e profano si confondono e si perdonano. Dove il piacere dei sensi è il peccato più veniale che ci sia.

Sarà un’illusione ottica, ma persino i putti correggeschi della Camera di San Paolo sembrano più in carne di quanto una nuvoletta possa sorreggere, negli affreschi del cinquecentesco ex monastero delle benedettine. Ed è solo un caso che nella chiesa di San Giovanni Evangelista la tela che celebra il fondatore dell’abbazia rievochi – come sua più pregevole referenza - il miracolo della moltiplicazione dei brindisi fra i confratelli? Ma, subito dopo, in alto gli sguardi e i cuori: la cupola dell’Allegri è uno squarcio di cielo ardente. Cristo scende fra gli apostoli a prendere il vecchio San Giovanni morente, in una verticalità che è prodigiosa invenzione rinascimentale. Ed è una levitazione dello spirito, in quella vertigine da sotto in su. La carne e l’anima.

L’antica farmacia dei frati apre ancor oggi i suoi battenti a fianco della chiesa. Originaria del 1200, sulle sue scansie intarsiate si allineano vasi, boccali, alambicchi, mortai e, tutt’intorno, vigilano solenni barbe di sapienti incorniciate. Ma, evidentemente, non erano solo amare pozioni quelle che passava il convento, se una scritta all’ingresso della cantina avverte: «Hac ad cellam vinariam descensus cave ne incertus ascendas» («Di qui sceso in cantina, guarda di non risalire barcollante»). Lo spirito, il corpo, e altri spiriti: è Parma, bellezza.

Che non si vive – certamente qui - di sole preghiere ce lo ricorda anche l’Antelami nel marmo del suo calendario, sotto la volta di quel mirabile panettone ottagonale in marmo rosa che è il Battistero, eretto nel 1196 a sontuosa immagine e somiglianza del Sacro Sepolcro. Fra manzi e aragoste, salumi appesi e uva da pigiare, si snoda la serie dei mesi e delle stagioni in uno dei più pregevoli esempi di realismo plastico italiano. Sotto gli sguardi ieratici di santi, apostoli e profeti che un gusto bizantino ha allineato sui muri: maestosa summa teologica della cultura medioevale, armonioso equilibrio di forme e di colori.

 

 
Parma, la Cattedrale e il Battistero

 

 

Il Battistero si affaccia sull’acciottolato di una piazza fra le più belle d’Italia: su un lato il Palazzo dell’Arcivescovado (undicesimo secolo), sull’altro la Cattedrale, che proprio nel 2006 ha festeggiato i suoi nove secoli. Qui si spalanca un altro cielo strepitoso del Correggio, e se in San Giovanni Cristo scendeva, qui la Vergine sale, in un tripudio di luce, di incenso e di ovazioni, in un illusionismo prospettico che anticipa di un secolo il Barocco.

Torniamo a terra: sul quarto lato della piazza un ristorante. E a cinquanta metri, là dove c’erano i palazzi, un prato verde. Come una via Gluck che all’incontrario va. Si è discusso per decenni di come riempire il vuoto che, un po’ per volta, i Borboni, poi i francesi, poi le bombe alleate avevano creato davanti alla Pilotta, la maestosa reggia farnesiana che ospita la Galleria Nazionale, la Biblioteca Palatina, il museo archeologico, il museo Bodoni e il Teatro Farnese. Ventimila metri quadrati nel cuore della città, fra monumenti da capogiro, meritavano qualcosa di speciale. E cosa c’è di più speciale di un prato in centro, tanto più se firmato Mario Botta? Per prendere il sole nell’erba, abbracciarsi, fare merenda… Insomma, godersi la vita: ricordate dove siamo?

Da sempre la città prende sul serio le sue occasioni di baldoria. In Anna Karenina Tolstoi la definiva celebre per i suoi bagordi. E poiché, nel 1617, Ranuccio I si aspettava una visita del futuro consuocero, Cosimo de’ Medici, si chiese: come festeggiarlo? Così fece costruire il Teatro Farnese. Archi, colonne e gradinate, tutto in legno, scagliola invece del marmo per le statue e cartoni dipinti al posto degli affreschi per far prima. Per la prima volta scene mobili, così da farne un prototipo dei teatri moderni, punto di passaggio fra la cultura classica del Rinascimento e quella fantastica del Barocco. Poi Cosimo non venne, ebbe altri impegni, ma le occasioni di festa non mancarono nella storia del teatro, né della città: i parmigiani lo riempirono persino d’acqua per giocarci alla battaglia navale. Durante l’ultima guerra tutto quel legno andò in fumo, ma nel 1956 il teatro è stato ricostruito esattamente com’era. Caso mai Cosimo ci ripensasse.

 

 
Parma, il golfo mistico del Teatro Regio

 

 

Ha resistito invece alle bombe, e persino alle intemperanze del suo loggione, il Teatro Regio, battistero di ogni carriera lirica che si rispetti, temutissima prova del fuoco per i cantanti di mezzo mondo. E se oggi, forse, i parmigiani non hanno più l’orecchio di una volta, il palato è rimasto lo stesso, come l’abitudine a culatello e bollicine nei retropalchi agli intervalli. Che anzi, per molti, gli intervalli sono i do di petto fra uno spuntino e l’altro. Perché la prima all’opera è anche un ballo a corte, in una città dove l’apparenza vale spesso più della sostanza, esserci più che essere. Dove tre persone sono già un club, un circolo, un salotto: per specchiarsi negli altri, sapere di esistere.

Peppino Verdi, il più amato dai parmigiani, si prende del maiale come massimo complimento: anche della sua musica non c’è niente da buttare. Lieti calici, torta fritta e prosciutto tanto per cominciare: alla Corale Verdi le romanze sono comprese nel menu. Un palcoscenico si affaccia fra i tavoli e al Va’ pensiero non si sa più se gli occhi sono lucidi di commozione o di Malvasia. Per sgranchirsi gambe e orecchie basta infilare una porticina e si è nel Parco Ducale, il Giardino della città. Risale ai Farnese, ma fu il Petitot, nel 1749, a farne una piccola Versailles. Lo abitano antichi dei scolpiti dal Boudard nella seconda metà del ‘700, propiziatori del buon vivere al tempo degli etruschi. È un giardino consacrato all’ozio, quand’era il padre di tutte le virtù: un piccolo lago al centro, un Tempietto d’Arcadia, passi leggeri fra le siepi di mirto, un sontuoso palazzo - opera del Vignola e mille volte rimaneggiato - che racconta nelle sue stanze di dame e cavalieri, armi ed amori.

 

 
Parma, il laghetto del Parco Ducale

 

 

Qui le muse sono più di sette: ogni passione diventa arte. E anche di Parma i parmigiani non buttano via niente. Tutto ha un museo, un tempio a celebrarlo: dal Bodoni, principe dei tipografi ai burattini, da Maria Luigia a Toscanini. E poi la Casa della Musica, qui dove la musica è di casa, primo museo italiano del melodramma e archivio storico del Teatro Regio. E fuori porta un’antica e suggestiva abbazia cistercense, la Certosa di Paradigna, che celebra Parma non per il suo passato, ma per la sua capacità di richiamare tesori d’arte: ospita, infatti, il Centro studi archivio della comunicazione dell’Università e racconta, attraverso le sue collezioni, il nostro tempo consacrato all’immagine.

La Parma del Duemila è cresciuta in periferia. Dove c’era Barilla – lo stabilimento si è trasferito nella prima campagna – c’è un centro commerciale, con albergo e cinema multisala. Lì ha sede l’Academia Barilla: una scuola di cucina per chef di tutto il mondo che vogliano imparare la cottura giusta degli spaghetti e il vero made in Italy. Ma anche per chi voglia stupire gli amici: tre giorni, il tempo di un weekend, e la cucina parmigiana non avrà più segreti.

Lì si faceva la pasta. A due passi, al centro di un nuovo giardino pubblico, si faceva lo zucchero. Sono rimasti i muri portanti e la ciminiera, ma Renzo Piano ne ha fatto un Auditorium. Ora si fa musica: sempre un dolce piacere. Siamo a Parma.

 

 
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  1. Mi sono veramente deliziata con la lettura di questo reportage. Acutissime osservazioni accompagnano la capacità di osservare, riflettere e scrivere con un gusto piacevolmente ironico

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