Passaggio a Miami

L'ingresso del porto di Miami

 

 
Testo di Paolo Pernigotti

 

 

Come certe persone. Non sono belle, ma conquistano per quel certo non so ché. Ecco, Miami è un tipo. Dall'aeroporto alla nave, un quarto d'ora di strada a sei corsie. Il pensiero è già alle Bahamas, alla Giamaica o Cozumel, e i vetri del pulmino sono fumé. Quella luce che è solo qui, e fa di Miami il set dei fotografi di moda di mezz'America, si scopre solo dopo, affacciati ai piani alti del grand'hotel da crociera, mentre gli altoparlanti già annunciano minivolley sul ponte, mosca cieca e buffet, per riempire le ore in attesa di levare l'ancora. E allora viene voglia di farsi prendere dalla curiosità per quella luce, che fa capolino dietro lo steccato dei grattacieli bianchi affacciati sull'oceano, come un presagio di America diversa. Un pomeriggio può bastare per scoprirla: qualche ora per viverla da dentro, dal traffico delle sue avenue, fra le sue case, le sue facce, gli odori. Una boccata d’America, un’America che è solo qui. Come quella luce. Per i buffet ci sarà tempo.

La macchina a noleggio è corredata di cartina stradale rassicurante: grandi strade che si incrociano a scacchiera, come verticali e orizzontali in un cruciverba: le Avenue vanno da Nord a sud e viceversa, le Streets corrono perpendicolari. E numeri progressivi da scalare. Facile. Se proprio va male, basta guardare il cielo per orientarsi: la stella polare è un qualsiasi aereo che in qualsiasi momento sta decollando o atterrando. L'aeroporto fa da bussola, e da ogni dove si può scorgere il suo incessante traffico su e giù. Perché Miami è una città orizzontale, piana e distesa. La sua voglia di skyline si esaurisce in un grappolo di grattacieli tutto specchi che di notte si imbellettano di colori sfacciati, dal fucsia al blu di Prussia: è la downtown delle banche e degli alberghi d'affari. Il resto è tetti bassi, fra alberi e semafori.

 

 

Lo skyline dei grattacieli al tramonto

 

 

A Miami non c'è niente di speciale da vedere. C'è Miami: la più ispanica fra le grandi città degli States, dorato buen retiro e spumeggiante crocevia di nuove tendenze. La piantina stradale, per la verità, è anche accompagnata da istruzioni di guerra: vetri su, sicura alle portiere, non fermarsi neanche se vi tamponano. Ma non fidatevi. Fidatevi. Miami non è Pulp Fiction. Certo, niente Rolex penzoloni al finestrino, ma questo vale anche a Lugano.

Sui trafficati nastri a quattro, cinque, sei corsie si affaccia la città che lavora: grandi grandimagazzini sempre aperti, parate d'auto con il prezzo pitturato sul parabrezza come un saldo di fine stagione, distributori di benzina, pollo fritto e hamburger ventiquattr'ore su ventiquattro. Se ci si sveglia nel cuore della notte, qui non si apre il frigo: c'è sempre un MacDonald che veglia dietro l'angolo, e i bigodini sono ammessi.

Avenue e streets non sono strade per pedoni: chi cammina è sospetto - come pagare in contanti al supermarket - e di solito è un matto nero, che guarda il traffico con supponente distacco o agita le braccia al ritmo di una musica che sente solo lui. Matti bianchi non ce ne sono: forse li tengono in casa.

Ogni tanto uno slargo su un lato, fra le palme, come una piazza di paese: c’è il market, la lavanderia a gettone, il barbiere o il ferramenta, un ristorante. Se è italiano, non è una delle tante cucine esotiche sparse ovunque: lì ci si va alla sera, a mangiar bene. Magari con un abito che viene da Milano e la cravatta da Napoli. Perché, visto da ottomila chilometri, il nostro è ancora il Paese del viver bene.

 

 
Traffico e grandi strade da un capo all'altro della città
 

 

Il traffico è una ferrea linea di montaggio: una lieve esitazione, gli stop che s’accendono, e incombe nello specchietto il muso quadrato da cagnone triste di un autotreno, più treno che auto, vetri scuri e minacciosi, cabina mansardata coast to coast, mentre vi riempie le orecchie la sirena di un piroscafo. Sulle macchine della polizia sfavillano luci impazzite, bianche rosse e blu. Un posto di blocco è un luna park, per un paraurti ammaccato arrivano anche i pompieri. Dall'auto esce di solito un armadio con pistola, sfollagente, manette e pinza da 200.000 volt. Se è bianco ringrazierete il cielo di non essere nero. Se è nero sfodererete il miglior sorriso da siamo tutti fratelli. Le strade di Miami sono un ciak dietro l'altro nella nostra memoria di cinefili. Alla colonna sonora provvede l’autoradio: c’è sempre una stazione che fa al caso.

Per cambiar genere - da “On the road” ad “American beauty” - basta imboccare una qualsiasi traversa. Da lì è solo quiete e verde, pratini rasi, stesi come moquette uno dopo l'altro e, su ogni pratino, una villetta. Le case sembrano appoggiate. Miami non ha radici. Forse è troppo giovane: quando Miss Julia De Forest Tuttle la fondò e le diede un nome era solo centovent'anni fa. E in questa America diversa anche la latitudine lascia il segno: una sorta di fatalità caraibica, che pare ispirare la sua gente e il suo modo di vivere. Anche le case, leggere e fragili, che ogni tanto un uragano incrocia sulla sua rotta e frulla via.

Senza gli infiniti fronzoli, le casette sembrerebbero baracche dormitorio di un cantiere, tutte uguali, fatte di cartone o compensato. Ma sono proprio i fronzoli a far la differenza, a far dire questa è mia: un timpano e quattro colonne da piccola Casa bianca, un vialetto di pietre colorate, una piscina da Barbie, due leoni di gesso a far la guardia. In una città grande come il Lazio e in mezzo a sei milioni d'abitanti, farsi riconoscere dal postino e darsi un briciolo d'identità significa esistere. E allora si può incontrare un Maggiolino con il cofano rivestito di pelouche, un incravattato completo grigio a piedi nudi, la massaia sui roller fra le scansie di un supermarket. Ogni tanto c'è chi porta in classe una pistola e spara, per distinguersi sulle pagine di mezzo mondo.

 

 

Uno dei tanti cottage di Miami avvolti dal verde

 

Miami è uno sconfinato giardino: lussuoso e lussureggiante nei quartieri ricchi, striminzito e spelacchiato nelle zone più povere. Ma il mito della Frontiera si realizza ovunque: ciascuno ha la sua terra, dove piantare una bandierina a stelle e strisce e far cigolare un dondolo al tramonto.

Ogni prato ha il suo albero: fa ombra e fa giardino. L'asfalto lambisce i prati, sulle strade passano rare auto, lente e silenziose, c'è la quiete di un grande parco ordinato. Sembrerebbe bello passeggiarci, ma nessuno lo fa. Per chi non è al lavoro, la vita è in casa: tuta extralarge, tv, patatine e Coca Cola. I due passi si fanno solo al supermarket. E la tuta è sempre più large.

Vi siete persi? Qui è più facile, questi infiniti vialetti non sono degni della più minuziosa carta geografica. Allora si guarda il cielo: dov’è l’aeroporto internazionale? Nella speranza che non siate finiti troppo su, perché allora la bussola impazzisce: a Opa-Locka c’è un altro aeroporto. Ma solo voli interni, non c’è un paio di aerei ogni momento nel suo cielo. La differenza si coglie. Di solito…

Il nord di Miami è nero, in ogni sua sfumatura. Al sud, nella zona elegante di Coral Gables, c’è invece pieno di messicani, ma sono i giardinieri delle ville moresche abitate dai bianchi. Non vale. E al centro c'è la Cuba di chi è fuggito dalla Revolucion: si varcano i confini di Little Avana quando cominciano i sigari in bocca, le partite a domino nei giardinetti pubblici, Chicarrones e Ron sui menù dei ristoranti. Ma c'è anche una Little Haiti, una Little San Juan, sono tanti i piccoli mondi: Miami è infinite varietà di colori e di lingue, il sessanta per cento della popolazione è ispanico, solo il trenta per cento parla inglese, il resto è una macedonia di idiomi, dal creolo al portoghese, dal russo all'ebraico, all'italiano, e un arcipelago di comunità. Pochi chilometri possono coprire grandi distanze in questa metropoli.

 

 

Giocatori di domino

 

John Kennedy, Julia Tuttle e MacArthur Causeway: tre grandi strade che portano altrove. Si impennano, scavalcano acrobaticamente la laguna e lì comincia un altro film: la Dolce vita versione americana. E’ Miami Beach, la cartolina più rinomata della Florida. Quinte del set, la schiera di condomini bianchi, alti e impettiti, allineati sulla spiaggia. Cuore dello spettacolo, Ocean Drive, la strada dello struscio, in auto o a piedi, del guardare e farsi guardare, con i tavoli all’aperto dove mangiar male ma sentirsi un po’ star, i bar della Miami da bere che servono Mojito e decibel alla moda, la villa ex Versace con la coda di giapponesi a farsi un selfie, già pregustando il brivido degli amici. C’è anche chi si stende a terra e fa il morto ammazzato. Ma ci sta: è un grande palcoscenico, tutto è permesso. Passerella di illuse bellezze e viale di sofferti tramonti, vetrina di starlettes e di marchette, sagra di ogni eccesso pur di elemosinare uno sguardo. A far da sfondo lo stile più complice: il Deco, che ha dato il nome al District e ne ha fatto uno dei quartieri famosi al mondo.

 

 

Ocean Drive, a Miami Beach

 

 

Poi sono solo grattacieli, in fila sulla spiaggia per chilometri, decine di chilometri verso nord, finché Miami cambia nome e anche oltre. Bianchi, un po’ ospedalieri, sono alberghi a tante stelle e condomini dai nomi esotici. Sono mondi fatti a scale, benché vivano d’ascensori: chi più conta più sta in alto. L’attico al quarantesimo piano con prua di cristallo affacciata sull’Oceano, è l’estremo posto al sole di una carriera arrembante. Man mano che si scende, s’incontrano: buoni affari andati in porto, una generosa liquidazione, una vincita insperata, i risparmi di una vita. Uguale per tutti i condomini è il pomposo atrio porticato che ogni condominio fa a gara a riempire di palme nane e valletti servizievoli. Ma al momento di lasciare auto e chiavi, l’inchino è differente: questione di gradi…

Lo status symbol di chi può si chiama “water front”, vista sull’acqua: nella vetrina di un’agenzia immobiliare può far la differenza di qualche milione di dollari. E se proprio non è l’Atlantico, può esserci la consolazione di un canale in laguna: magari con Bentley al cancello e yacht parcheggiato sul retro, all’ancora fra le mangrovie.

La grande spiaggia è di tutti, ma si tratta di trovarla. Ci sono pochi varchi, stretti e nascosti in mezzo ai palazzi, per fortuna ogni tanto c’è un giardinetto pubblico che si apre fra la strada e la spiaggia. Di solito sa di salsicce alla griglia. I parchi sono il regno dei barboni, accampati qua e là con i carrelli della spesa che custodiscono i loro stracci, la loro vita a rimorchio. Fra i più anziani c’è chi ha perso in Vietnam la voglia di combattere, fra i più giovani c’è chi ha lasciato un braccio o una gamba in Afghanistan, chi ha lasciato tutto a Wall Street. In mezzo alle panchine e ai tavolini il Comune ha messo un po’ di barbecue. Quando, alla domenica, arrivano le famiglie, un barbone è il più prezioso consulente sui tempi di cottura. Al condimento pensa l’aria di mare.

Il profilo più indimenticabile di Miami si ha dalla Rickenbacker Causeway, tornando verso ovest, poi si prende a sinistra, si attraversa la piccola manhattan della grande finanza, e i cartelli stradali già indicano Key Biscayne, l’isola delle ville milionarie, dove si paga anche solo per entrare. Poco oltre, le piccole gallerie d’arte, i negozi di moda alternativa, gli studenti della Miami University, le birrerie e i piccoli bar affacciati sui moli. E’ Coconut Grove, il posto giusto per un aperitivo e sgranchirsi finalmente le gambe.

Ma si è fatto tardi, la nave aspetta. Addio Miami. Anzi arrivederci. Perchè la strada per restituire l’auto porta dritti dritti verso un tramonto così bello che è subito nostalgia. Qualcuno, sul ponte più alto della nave, vi dirà poi che gran spettacolo era, visto da lì. Noi c’eravamo dentro.

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