Polesine, Veneto alle vongole

Boccasette, nel Parco del Delta del Po

 

di Diego Marani

Il sindaco di Rovigo dice che il Polesine è come la Mesopotamia, terra di fiumi, matrice di civiltà. Con Po e Adige al posto di Tigri ed Eufrate. Allora tutto quadra. Perché Bagdad corrisponde a Rovigo e Bassora a Adria. In fondo c’è il Golfo Persico o il Mare Adriatico. E in mezzo non c’è niente. O forse troppo: decine di paesini che sembrano tutti lo stesso, cento volte ricostruito e mai finito, che sfumano in casotti di lamiera con la damigiana sul tetto, in cortili dove seccano sui marciapiedi le cipolle, in tristi orti recintati con reti da letto ed altro ciarpame. Coperte da un telo, nelle rimesse abusive tirate su con pannelli prefabbricati riposano centoventotto color giallo ocra, stinte ma intatte, con due cuscini ricamati sui sedili posteriori e la vernice catramata che arriva fino all’orlo delle portiere. Solo qui miracolosamente sopravvivono e quando sul tetto non portano due bombole di metano, è perché nel baule nascondono una bombola di Gpl.

Ogni casa ha un vialetto di ghiaia che si ferma davanti alla porta da dove non entra mai nessuno, perché tutti passano da dietro, dalla cucina. Accanto c’è il giardinetto, con fontanella e angolo barbecue. E nei seminterrati, come un bunker antiatomico, trionfano lussuose tavernette di legno tipo chalet svizzero. In settimana ci si va a stirare e ci si mette la lettiera del gatto. Il sabato sera si invitano gli amici per friggere il pesce, ma il rubinetto della birra alla spina non funziona mai. Il Polesine è quel che avanza di qualcosa, quel che affiora quando le acque dei fiumi si ritirano, un resto di Veneto che i veneti rinnegano, troppo presto per essere Emilia, troppo tardi perché sia ancora credibile il leone di San Marco scolpito sulle facciate dei palazzi. È l’unica provincia veneta che non dà alpini alla patria, che non ha neppure un vino Doc.

 

La vecchia idrovora di Ca' Vendramin

 

Come i suoi fiumi, la gente del Polesine è straripata. E scesa con le piene nelle terre vicine, portandosi dietro un indelebile accento. Nel ferrarese li chiamano i «veneziani bugiardi», per i mantovani sono quelli che fanno la polenta bianca. Come se con tutta quell’acqua anche il granoturco laggiù si fosse stinto, insipidito. Rovigo è la capitale, ma Adria detesta il suo regno. Anche per una questione di santi. Adria, che in etrusco voleva dire oriente, fu scomunicata nel Medioevo e perse il patrono. Da allora deve fare con quello di Rovigo: San Bellino. E come si fa ad adorare San Bellino! Anche nei santi il Polesine è depresso. Ma per capire bene che cos’è il Polesine, bisogna attraversarlo tutto, da Badìa Polesine a Contarina, lungo la superstrada transpolesana, che è la Route 66 della Bassa veneta.

Sembrano piatti come lamiere i campi che scorrono fuori dal finestrino, eppure d’improvviso s’inclinano, diventano argini ripidi, precipitano dentro acque limacciose. Un gasdotto li attraversa come una vena che in prossimità dei fiumi s’inabissa sotto gli argini e spunta lucente sull’altra riva. D’inverno qui la nebbia non si dissolve mai. Sembra scaturire proprio dai solchi che i trattori con gli aratri tracciano nei campi, come se sotto le terra nera di torba fumasse un’acqua vulcanica. Una volta c’erano gli scariolanti per questo lavoro. Scavavano canali, tiravano su argini. Il paesaggio polesano l’hanno modellato loro, con i calli delle mani. Non avevano casa, gli scariolanti. Erano masse di uomini che dormivano nelle fattorie dove andavano a scavare. Possedevano solo la loro carriola di legno. A ogni alluvione erano i primi a diventare briganti o contrabbandieri di sale lungo il Po. Attorno a Rovigo spuntano come accampamenti indiani i capannoni delle officine, dei mobilifici, delle telerie.

 

La Sacca degli Scardovari

 

Fra l’autostrada e la ferrovia si alzano i fumi di un’industriosa periferia. Le piazze del centro sono austere e nobili, quasi torinesi. Ma uscendo dalla città verso oriente sembra d’essere a Massaua o a Cagliari. Le case sono basse, hanno tetti piatti, coperti di fogli di catrame. Forse perché, dovesse venire la piena, ci si sta più comodi. A sud, lungo il Po, ribolle la fronda separatista dei comuni rivieraschi. Ché queste erano terre del ducato di Ferrara: la gente qui non mette la mostarda nei cappellacci di zucca e anche il dialetto non è più lo stesso. A Stienta, quando ancora le targhe portavano la sigla della provincia, molti andavano a comperare l’automobile nel ferrarese. Per girare almeno qualche mese targati Fe. Più nobile di quel patetico Ro, sinonimo di Prinz color bottiglia, di vecchi contadini con il maglione fatto a mano sotto la giacca di panno.

A Polesella fino a qualche anno fa c’era un ponte di barche. Allora il Po era come l’Amur, e attraversarlo era davvero varcare un confine. Soprattutto nelle sere d’inverno, quando solo una fila di lampadine segnalava il ponte sull’acqua nera. Da una garritta sudicia una figura imbacuccata chiedeva mille lire per il transito, poi sollevava la sbarra e si ritraeva, come a dire: «Adesso sono fatti vostri». I cavi stridevano tesi dalla corrente, le assi di legno crepitavano sotto le ruote e sembrava un miracolo arrivare dall’altra parte.

 

Polesella, il vecchio ponte di barche

 

Proseguendo lungo la transpolesana verso il delta la campagna si vuota, il Po si ramifica e si contorce. È qui, fra il Canal Bianco e l’isola di Ariano, che batte il cuore del Polesine profondo. L’isola di Ariano è un pezzo di nulla solcato da canali che portano per nome un numero, come le strade di New York, oppure prosaici epiteti, come Scolo Veneto. Qui ad ogni piena i vecchi si radunano in bicicletta sopra le golene e scrutano la corrente augurandosi segretamente che l’argine salti nel ferrarese. Perché i polesani nutrono per i loro dirimpettai un risentimento antico. Dall’altra parte gli è sempre andata bene. È nel Polesine che le piene hanno portato via le case, che interi paesi sono spariti nel fango e una volta ricostruiti la gente non ha più il coragggio di chiamarli con lo stesso nome.

Porto Tolle una volta si chiamava San Nicolò. L’ultima alluvione, quella del 1966, è ancora segnata con una tacca sui muri delle case. Di là, nel ferrarese, si scoperchiò soltanto qualche tetto. Ma come i loro antenati, è sul mare che i polesani e i ferraresi ingaggiano le battaglie più aspre. Nella stagione di raccolta delle vongole, i pescatori dell’Isola della Donzella, la notte scendono con le barche fino alla Sacca degli Scardovari e di lì risalgono il Po fino a Goro per andare a depredare gli allevamenti ferraresi. I «goranti» li aspettano con le fiocine, nascosti fra le canne. Qui le vongole hanno portato una disordinata ricchezza.

Dall’osteria appena fuori paese, i polesani di Gorino Veneto guardano con invidia, sull’altra riva, le ricche case dei ferraresi, le Mercedes 500 parcheggiate nella polvere. Per farveli amici, basta che chiediate loro di raccontarvi la barzelletta del ferrarese con la spia rossa accesa sulla fronte. Rideranno ancor prima di cominciare, versandovi un bicchiere di un vino rosso e aspro che qui non ha nome, ma dall’altra parte del fiume è un Doc dalla sontuosa etichetta.

 

Toponimo d'incerta origine e di maliziosa interpretazionejpg

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