Qatar, la perla rovente del Golfo

Skyline notturna di Doha

 

di Ivano Sartori – foto di Kai-Henrik Barth

 

Vecchi ai tavoli di un caffè del porto di Doha. Le labbra serrate attorno al bocchino del narghilè. L’aria profuma di mela al forno e mango maturo. Gli aromi dei tabacchi. Gli avventori del locale giocano a carte, a domino, a tric trac, rifanno il mondo a chiacchiere, sbirciano golosi le conduttrici di al-Jazira. Uno le trova troppo scollate. Gli altri lo zittiscono. Tutti uomini, tutti vestiti di bianco, sotto la luce cruda dei neon.

All’improvviso scattano in piedi come telecomandati e s’infilano in una saletta attigua, srotolano i tappetini appoggiati alla parete e si prostrano. Pregano. I più vecchi di loro hanno conosciuto l’età delle perle, l’età dell’oro prima che cominciasse quella ancora più preziosa del gas. «Sono stato un tuffatore», ricorda Saad Ismail, 73 anni. «I più giovani tenevano la corda mentre noi andavamo giù, in apnea, alla ricerca delle ostriche». Saad si tuffa ancora, ma con le bombole. «All’epoca eravamo tutti amici, uniti dalla solidarietà, ma i tempi sono cambiati». In che senso? «Prima, quando si pregava perché piovesse, nel giro di due minuti pioveva. Oggi, si prega e non succede nulla».

Altro scenario. Il quartiere degli affari. Hussein al-Fardan, uno dei più potenti businessman del Qatar, ha un’unica passione. Le perle. Ne possiede 10 milioni e la sua collezione è una delle più preziose del mondo. Con gesti cauti tira fuori un sacchetto di velluto rosso dalla cassaforte e snocciola il contenuto. Prende le perle con affettata delicatezza, tra l’indice e il pollice della destra, tenendovi sotto la sinistra a mo’ di coppa, prima di riporle su un panno blu oltremare. Sono di un bianco rosato. «Il colore della pelle di una vergine». Similitudine sua. A un collier di sua creazione ha dedicato quarant’anni di cure e carezze. Ma la sua ultima creatura è un’isola artificiale costruita al largo di Doha per accogliervi i turisti più viziati. Non poteva che chiamarsi Pearl Island.

 

La spiaggia di Simaisma

 

Il Qatar non è più il Paese dei pescatori di perle, anche se la sua ricchezza proviene sempre dal profondo del mare. Zampilla dalle acque turchesi del Golfo, a qualche decina di chilometri a nord di Doha, nell’immenso giacimento di gas naturale di North Field. Terzo produttore al mondo di gas, dopo la Russia e l’Iran, il Qatar, ex protettorato britannico indipendente dal 1971, è il cocco e il monello della regione. Piace agli occidentali che con il suo emiro trattano affari colossali. Sconcerta i vicini per le sue caute aperture alla democrazia e all’Occidente.

Grande come mezza Toscana, il Qatar non appartiene né agli Emirati Arabi Uniti né all’Arabia Saudita, ma solo al suo emiro. Ha un milione di abitanti ma 200 mila appena sono gli autoctoni. Riconoscibili dalle fresche tuniche di cotone di un bianco abbacinante, mentre le donne se ne vanno in giro avvolte nell’abaya nera. Dentro quei sacchi di rayon si favoleggia di gonne mozzafiato, lingerie peccaminosa e ciglia ad ala di farfalla. Per forza che devono coprirsi. Per ogni cento donne i maschi sono 206. La caccia è spietata. Perlomeno qui le velate sono più privilegiate che in altri Paesi islamici: possono guidare, votare e dirigere società.

 

Un palazzo di Doha

 

La monarchia illuminata viene al mondo nel 1995, quando lo sceicco Hamad ben Khalifa al-Thani depone suo padre che aveva lasciato incustodito il trono per andarsene in vacanza in Svizzera. Per quanto wahhabita (il wahhabismo è la corrente più oltranzista e moralista dell’islam) come i vicini sauditi, l’emiro si distingue da loro per concessioni politiche e sociali che, banali in Europa, qui fanno figura di rivoluzioni. Non appena al potere, soppresse la censura e un anno dopo inaugurò la catena televisiva al-Jazira. «Una scatola di fiammiferi che potrebbe incendiare la regione», la definì Mubarak tra l’ammirato e lo sconcertato. Mouza, la seconda delle tre mogli dell’emiro, prima scandalizzò i custodi del bigottismo mostrandosi in televisione senza hidjab. Poi suggerì all’augusto sposo di nominare una donna ministro dell’Istruzione e un’altra presidente dell’università. E lui le diede retta.

Oggi lo Stato impartisce corsi di comportamento civico ai poliziotti e ai doganieri perché si abituino al nuovo corso e facciano buona impressione sugli stranieri. Accetta la presenza di una commissione locale dei diritti dell’uomo, mediocremente rispettati nella regione. A Doha si incontrano palestinesi e israeliani per discutere di pace. Gli ebrei possono tenere la kippah in testa. Si fermano per brevi soggiorni anche fondamentalisti algerini e l’ambasciatore itinerante di Hamas. A poche centinaia di chilometri dai luoghi santi della Mecca e della Medina, donne bionde in gonnellino giocano a tennis e uomini d’affari occidentali bevono birra insieme ai qatarioti nei grandi alberghi. Persino gli imperialisti americani hanno la loro quota: un campo logistico e la base militare con la pista aerea più lunga della regione. Una catapulta verso l’Iran, in caso di incendio.

 

Case tradizionali

 

L’emiro, che in una riunione privata ha ammesso di voler riformare il wahhabismo, è tollerante in materia religiosa. Nel 2002 ha allacciato rapporti diplomatici con la Santa Sede e nel 2008 ha permesso la costruzione di una chiesa cattolica alla periferia di Doha. E altre chiese cristiane sono in programma.

Nel Paese dell’islam di ferro in guanto di velluto, l’unico peccato ammesso è lo shopping. Anche di venerdì. Per quanto si sgoli, il muezzin non può farci niente. Sanya e suo marito Hamad, musulmani osservanti e praticanti timorati di Dio, oggi diserteranno l’abituale preghiera del venerdì in moschea per accorrere al Villaggio, centro commerciale di Doha nuovo fiammante che tiene aperto senza tenere conto degli orari di Allah. Come migliaia di altri qatarioti con i soldi che gli traboccano dalle tasche, Sanya e Hamad non possono mancare all’appuntamento, allo struscio lungo le gallerie in marmo del nuovo tempio delle merci. Nonostante sia interamente ricoperta da un’abaya nera, la donna minuta è attratta dalla vetrina di H&M, dai suoi jeans ultra aderenti, dalle sue audaci minigonne, mentre il marito si toglie gli occhiali da sole RayBan per estasiarsi meglio davanti al canale veneziano che solca il complesso commerciale e su quale, in un miscuglio di chic e kitsch, galleggia un’incongrua gondola. Con le sue artificiose decorazioni di gesso dorato e le sue gallerie larghe come viali, il Villaggio si ispira agli shopping malls di Las Vegas. Stesso gigantismo e stesso gusto.

 

Gru e minareti, si continua a costruire

 

A differenza di Dubai e Abu Dhabi, il Qatar non brucia la sua montagna di denaro solo nei consumi. Prima fa star bene i suoi sudditi. Poi cerca di stupire il mondo trasformando la sabbia in scienza, il petrolio in ospedali, il gas in strutture sportive e tutti i miliardi che avanzano in cultura. I 200 mila autoctoni sono ricchi dalla nascita. Dispongono di un conto in banca fin dal primo vagito e per il resto della loro vita non dovranno pagare né acqua, né luce, né gas, né cure mediche, né istruzione, né telefono.

L’unica contropartita imposta dall’Altissimo è quella di adattarsi a vivere su sabbie abbrustolite dal sole metà dell’anno. Inconvenienti cui si può far fronte con l’aria gelida dei grandi alberghi e degli shopping mall e pattinando sulle piste ghiacciate dei centri commerciali. E la sera si può catturare la brezza del mare passeggiando lungo la Corniche. Jogging no, quella è una degenerazione degli immigrati di classe agiata, i manager e i tecnici che dirigono una moltitudine di 800 mila lavoratori residenti, emigrati dal Pakistan, dal Nepal, dal Bangladesh. Sono loro a far funzionare i cantieri, gli alberghi e le regge dei signori.

 

Operai immigrati

 

Lo sport è un lusso che si compra ma non si fa. I ricchi giovanotti con la barba rasa, l’anello al mignolo e lo sguardo altero non hanno intenzione di gualcirsi la candida disdasha. Fanno eccezione i figli dell’emiro: Jassim, fanatico di calcio, e Tamim, nuovo emiro dal 25 giugno 2013, appassionato di equitazione. I due fratelli si danno un gran daffare a organizzare eventi sportivi come il Tour ciclistico del Qatar o gare in moto con Valentino Rossi e Max Biaggi. E hanno assunto vecchie glorie olimpioniche come allenatori. Mark Spitz per i nuotatori e Eddy Merckx per i corridori. Gli ingaggi sono da favola. Pochi e distratti gli spettatori. È più facile tirare su grattacieli che tifosi. L’unico record detenuto dai sudditi dell’emiro è quello del tasso di colesterolo. Varcare i cancelli di uno stadio costa fatica. La ola fa versare litri di sudore.

I campionati di calcio si svolgono in cattedrali high-tech le cui poltroncine sono dipinte con trompe-l’oeil per dare l’illusione della folla alle quattordici telecamere di al-Jazira Sport. Nebulizzatori nascosti nei soffitti delle tribune irrorano di una nebbiolina rosata le gradinate deserte. Le centinaia di supporter che urlano a ogni incontro sono figuranti pagati dai club. Una sola eccezione: la finale della Coppa dell’emiro, all’inizio di giugno. Quel giorno, l’International Stadium di Doha si riempie fino all’inverosimile di spettatori indiani e pakistani. Ma sono lì per la supertombola. Un anno gli organizzatori hanno fatto l’errore di far vincere le tre vetture in palio prima che cominciasse la partita. Quando i giocatori sono usciti dal tunnel, neanche un cane sugli spalti.

 

La passione dei giovani qatarini è quella di scorrazzare per il deserto

 

Scarse soddisfazioni anche nel settore femminile. Lontano dai giochi climatizzati, la palestra Khalifa, alla periferia di Doha, sembra uscita da un altro secolo. È una sala da ginnastica all’antica, dai muri scrostati e con i tappeti consumati dalle piroette di un pugno di bambine in body dai colori aciduli. Hanno tra i nove e i dieci anni, traversano l’aria arcuate come danzatrici con sussiego da étoiles, sotto gli sguardi fieri e commossi delle madri velate. Un balletto di uccellini non abbastanza alti da arrivare alla sbarra, dove le issa a forza di braccia l’istruttrice. Quando le hanno iscritte, i genitori hanno firmato l’accettazione della tenuta ginnica. Nel Paese dell’islam wahhabita e della sharia, la severa legge coranica, qualcuna si ostina a compiere le acrobazie con il corpo avviluppato nell’abaya nera lunga fino alle caviglie. Nessuno glielo impedisce. Alle sedute successive sarà lei stessa a disfarsene.

L’insegnante, che è pure direttrice tecnica della federazione qatariota di educazione ginnica, la belga Jacqueline Herbrand, non ha mai dimenticato il suo arrivo a Doha, alla fine degli anni Settanta. «Il mattino, sono andata a correre sul lungomare, in tuta sportiva, giacca a vento e cappuccio in testa. Il primo tipo che ho incrociato mi ha urlato in faccia: “Qui, il posto delle vacche è la stalla”». Trent’anni dopo, alle finali di ginnastica dei Giochi asiatici, ripensa a quell’incontro. Una delle sue allieve, Shijoon, 17 anni, si è qualificata per le finali nelle sbarre asimmetriche. È l’ora della gloria. L’ora della rivincita. O quasi. Il mese successivo, al ritorno da un soggiorno di studi in Europa, il fratello di Shijoon sviuluppa l'idea delle vacche e della stalla. Non ha niente contro sua sorella, né contro lo sport. Però ce l'ha con la ginnastica e le sue canottiere troppo scollate. «Le ha imposto di indossare abiti più castigati o di darsi alla scherma», racconta amareggiata Jacqueline Herbrand. Da quel giorno, la piccola campionessa non ha mai più rimesso piede nella palestra Khalifa. Da allora, a casa di Shijoon, il telefono squilla a vuoto.

 

Un'altra passione dei giovani è scorrazzzare per il deserto con i fuoristrada

 

Ai qatarioti piacciono le corse dei cavalli, ma soprattutto quelle dei cammelli. Per nessuna ragione al mondo rinuncerebbero al cammellodromo d’Ash Shahaniyah, a 50 chilometri da Doha. Qui, il dromedario saudita Shuba, per due volte vincitore della Spada d’oro dell’emiro del Qatar, trofeo equivalente a quello del Palio di Siena, è una star che non vale meno di un purosangue arabo: 3,5 milioni di euro. Tuttavia, da qualche anno, sulla sua groppa, come su quella dei rivali, non salgono più fantini ma robot. Una rivoluzione introdotta dalla sceicca Mouza dopo la morte per caduta di un fantino minorenne nel 2002. Fino a quel dramma, i ricchi beduini affidavano le loro cavalcature a bambini, perlopiù sudanesi, di meno di otto anni e che non pesassero più di venti chili. Pagati un pugno di riyals, gettati nella strada quando non avevano più i requisiti della leggerezza e dell’età.

 

Il robot, di concezione svizzera, imita alla perfezione la postura e i gesti dei piccoli fantini. A bordo di un fuoristrada, i concorrenti dirigono le manovre con il telecomando. Se le performance non sono all’’altezza delle aspettative non hanno da prendersela che con se stessi. Del resto, i dromedari non superano mai la velocità dei 50 chilometri l’ora. Nessun scommettitore si lamenta. Anche perché in Qatar il gioco d’azzardo è proibito. Nel Paese che snobba il calcio, l’emiro ce l'ha fatta ad assicurarsi l'edizione 2022 del campionato del mondo. Comprandolo si è detto. Ma questa è un'altra storia, facile da credere, difficile da dimostrare. Neppure a lui frega molto del calcio, però sa che ospitare un Mondiale è come essere ammessi nel club ristretto dei Paesi democratici. «È più importante essere nel Comitato olimpico internazionale che all’Onu: tutto il mondo rispetta le decisioni del Cio», ha detto il vecchio emiro dimostrando di aver capito tutto. L'avrà capito anche il suo successore, patito di purosangue arabi?

 

Falconeria, passione nazionale. A Doha esiste l'ospedale per i falchi

 

Museo d’arte islamica, la civiltà degli arabeschi

Il museo d’arte islamica (Mia) è un edificio di bellezza pura. I suoi circa 35 mila metri quadrati, distribuiti su cinque piani, ne fanno uno dei più grandi del mondo islamico. Comprende 5 mila metri quadrati di esposizioni, di vaste sale dedicate all’insegnamento e alla conservazione, una biblioteca, un ristorante e un negozio. Vista dall’esterno, la costruzione somiglia a una fortezza. I suoi muri bianchi scintillano sotto il sole del deserto e si riflettono nelle acque tranquille della baia. Le sue linee sono un’ode al trionfo della geometria, arte nella quale gli arabi un tempo eccellevano.

 

Il museo di Arte islamica

 

Il museo sorge su un’isola artificiale a una sessantina di metri dal lungomare di Doha, L’architetto, l’americano di origine cinese Ieoh Ming Pei, lo stesso della piramide del Louvre, dice di essersi ispirato alla grande moschea del nono secolo d’Ahmad Ibn Tulun al Cairo. Il visitatore, accolto da una hall alta quanto l’edificio, si sente di botto minuscolo. Il titanico atrio è sormontato da una cupola che poggia su volte angolari asimmetriche, più basse sul lato dell’entrata, più alte verso il mare, visibile attraverso un bow window alto 45 metri, senz’altro uno dei più imponenti del mondo. Tutte le sale sono cieche, la luce naturale entra solo attraverso la cupola. La penombra valorizza in maniera teatrale i gioielli esposti nelle sobrie teche di cristallo e contribuisce alla loro conservazione. Un legno scuro del Brasile, il louro faya, si alterna al porfido dell’Argentina.

Nella semioscurità brillano non meno di tredici secoli d’arte islamica. Capolavori realizzati in ceramica, metallo, vetro, avorio, tessuti e pietre preziose. Provenienti da tutti i Paesi conquistati dal Corano e dalla sciabola dell’islam, dal Nordafrica alla Persia, dalla Turchia alla penisola iberica, dal subcontinente indiano al Sudest asiatico. Tra le tante reliquie, spiccano un superbo cavallo di bronzo della Spagna del decimo secolo, rarissimi tappeti iraniani e tantissimi gioielli indiani. Nella collezione della raffinata arte araba della calligrafia, tra i numerosi manoscritti, si distingue un decreto imperiale ottomano del sedicesimo secolo con lo stemma di Solimano il Magnifico.

 

Interno del museo di Arte islamica

 

La missione del museo è quella di riflettere il dinamismo, la complessità e la ricchezza delle arti del mondo islamico. La collezione espone un raro astrolabio del decimo secolo insieme a scrigni tempestati di pietre preziose; un kashkul (ciotola dei dervisci) proveniente dall’Iran del Cinquecento con incisa un’invocazione sciita accanto a lampade di una moschea mamelucca e tessuti indiani ricamati con figure di uccelli. Sono più di ottocento oggetti di arte e artigianato che, a detta dello sceicco Al-Mayassa Hamad Al-Thani, presidente dell’Autorità dei musei del Qatar, «devono far risaltare i valori della civiltà musulmana e il ruolo che essa ha avuto nell’avvicinamento tra le culture e i valori umani». E nel dirlo indica un amuleto indiano di giada bianca levigata che risale al 1631-1632 dopo Cristo. Si presume abbia un effetto tranquillizzante sul cuore di chi lo porta. Fu fabbricato qualche mese dopo la morte di Mumtaz Mahal, la moglie di Shah Jahan. L’imperatore inconsolabile che per rendere immortale l’amore per la sua sposa fece costruire il mausoleo Taj Mahal.

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