Rio, l’innocenza dei sensi

La baia di Rio vista dall'alto

 

Testo e foto di Paolo Pernigotti

 

Rio è una questione di punti di vista. Il quartiere fra il Pan di Zucchero e la baia è un quieto su e giù, viuzze alberate, ricami di balconi coloniali, cappelli di paglia e ombrellini. Un mondo sereno che non t’aspetti: forse per questo si chiama Urca. E, visto da qui, il Cristo del Corcovado, alto nel cielo di Rio, apre braccia generose e benedice protettivo. Ma il suo sguardo cade anche altrove: sui tetti di cartone delle favelas, sui meninos de rua che per ninna nanna hanno solo un barattolo di colla da sniffare, sui ragazzi di Copacabana che si fanno chiamare Lola dai turisti. E, viste da lì, le grandi braccia spalancate sembrano dire altro: fate quel che potete, figli miei.

Perché Rio de Janeiro è questo e quello. E altro ancora. Ma comunque – e dovunque – un sortilegio. E un inguaribile rimpianto per chi la lascerà dopo aver scoperto il suo vivere nel sole. La chiamano saudade: è anche nostalgia del proprio corpo libero, di energie che non conoscono il guinzaglio di una cravatta, di sfrontate e contagiose innocenze dei sensi. Non c’era posto peggiore per fondare una città. Non c’era proprio posto.

Grandi panettoni di roccia che spuntano ovunque come bitorzoli, una sottile striscia di spiaggia, il resto foresta e laguna. Ma il solito Vespucci, convinto di trovarsi alla foce di un fiume, piantò lì i suoi stendardi, nei primi giorni dell’anno di grazia 1501. E in quel posto, dove non c’era posto, nacque Rio de Janeiro, il Fiume di Gennaio, non solo una città ma un mito.

Copacabana, Ipanema… I suoi lungomare sono nomi scritti al neon, sanno di guancia a guancia e piano bar, di notti calde e profumi maliardi. Più a sud si stendono le nuove spiagge, arrivate troppo tardi per entrare nelle leggenda, ma già in sorpasso nei listini immobiliari. Si chiamano Leblon, São Corrado, Barra di Tijuca: ristoranti, alberghi, residence, terrazze sull’Atlantico, imbarcadero sotto casa, giardini di palme. E grandi magazzini, così grandi che un negozio di bussole avrebbe il suo perché.

 

Il lungomare di Copacabana

 

La ciabattina di gomma è stata inventata da queste parti: a piedi nudi la sabbia è un barbecue, sotto il sole dei Tropici. E per fare il bagno è una lunga traversata. Tutta sabbia che non c’era ai tempi del Vespucci: neppure per stendersi in poca brigata c’era posto. Ce l’hanno portata dopo, rubandola anche al mare, quando s’è visto che ne occorreva parecchia per sei milioni di abitanti dai gusti di lucertola. Insomma, le spiagge più famose del mondo sono finte.

 Fra chioschi di caipirinha e latte di cocco, in un patchwork di asciugamani stesi al sole, la spiaggia è una festa di corpi: belli e brutti, giovani e vecchi, che rosolano, corrono, ballano, si abbracciano. Tanta pelle e poca stoffa: bikinini e tanga calamitano le Nikon dei turisti. Gli italiani sono maestri: «Sorridi», dicono all’amico. E mettono a fuoco un po’ più in là.

Rio è una città di mare che ha i monti in centro e pareti da sesto grado a picco su qualche Avenida. Così sui vagoni della metropolitana, fra Bermuda e salvagenti, si scorgono ogni tanto corde e moschettoni. Si scende alla stessa stazione: di qua per un tuffo in mare, di là per una ferrata.  E il giardino di certe case è un ritaglio di foresta con tanto di scimmiette dalle orecchie pelose. Perché Rio contiene anche una foresta: i 120 chilometri quadrati di vegetazione pluviale che rappresentano la più grande foresta metropolitana del mondo: Tjiuca.

Anche il Pan di Zucchero, simbolo di Rio e star di ogni cartolina, è una palestra di roccia dietro casa, sotto gli occhi – anzi sopra – di qualche automobilista fermo al semaforo. Ma per godersi uno fra i più bei panorami di Rio non è necessario essere arditi alpinisti. Ai suoi 394 metri si arriva con una cabina vetro e argento sospesa su tutto: città, mare, foresta.

Altri trecentosessanta gradi da non perdere, la vista dal Corcovado, da dove si affaccia il Cristo Redentore. Anche qui si sale comodi: con una ottuagenaria cremagliera che sfila lenta per tre chilometri e mezzo in un ripasso di botanica tropicale. Le piante hanno anche il loro cartellino per chi confondesse l’Abrico de Macaco con il Bumauma vulgaris. L’arrivo è  a 704 metri. Ancora un ascensore – o 260 gradini, per chi avesse qualche peccato grave da farsi perdonare -  e si è ai piedi del Redentore.

Tutta Rio ai suoi e ai vostri. È uno spettacolo fino all’ultima diottria. Se è vero, come dicono i Carioca, che Dio ha creato Rio solo il settimo giorno, dulcis in fundo, forse è lì che poi si è seduto soddisfatto. Dove ora sta il Figlio, 38 metri di pietra, 28 di braccia, 1150 tonnellate. La statua fu inaugurata il 12 ottobre 1931: l’interruttore che accese le luci, quella sera, lo schiacciò Guglielmo Marconi, da Genova.

  Il mare si apre e si chiude in infinite baie di ogni azzurro possibile, i panettoni di roccia più lontani svaporano nella foschia di una stampa giapponese, neri di roccia, verdi di foresta, sfrangiati di spume. E  la città si distende sotto come una mappa sterminata: il quartiere di Cinelandia con i suoi palazzi del primo Novecento, vecchi allori di quando Rio era capitale; il trafficato Largo da Carioca, con gli edifici coloniali di rua Gonçalves Dias, con la Catedral de São Sebastião, una piramide atzeca che può contenere ventimila persone, e l’antico acquedotto con i suoi archi alti fino a sessanta metri su cui oggi corre l’ultimo tram di Rio; più in là Santa Teresa, strade ripide, case d’artisti, bohème chic e favelas a due passi.

 

La spiaggia di Copacabana al tramonto

 

Verso nord, il catino dello stadio Maracanã, altra religione, altra cattedrale, qui ci stanno 170 mila fedeli; e poi la macchia azzurra del Rodrigo de Feitas, un lago in città, e quella verde del Giardino botanico; infine, da ogni parte, fin dove arriva lo sguardo, i quartieri moderni irti di grattacieli. Al di là della baia di Guanabara, di fronte a Rio, c’è Niteroi, collegata da 13 chilometri di ponte e da un viavai di traghetti. Ci abitano – anzi, ci dormono – mezzo milione di Carioca. È più bello che stare a Rio, dice qualcuno. Perché al mattino ci si affaccia alla finestra, e si vede Rio.

 

Copacabana

Onda su onda. E in sobrio bianco e nero, come s’addice a un’attempata dama. Pietruzze portoghesi che novant’anni di passi hanno lucidato a marmo, un mosaico lungo cinque chilometri, una serpentina che fa sbandare gli occhi. È il lungomare più famoso del mondo, il marciapiede di Copacabana: simbolo di un quartiere  che è simbolo di un mondo.

 

La spiaggia di Copacabana, in primo piano le «onde» del lungomare

 

Rio de Janeiro c’è da più di cinquecento anni, da quando Vespucci scambiò la sua bella baia per la foce di un fiume: era gennaio e, ormai a corto di nomi dopo tante scoperte, non trovò di meglio che chiamarla Fiume di Gennaio. Ma i suoi abitanti aspettarono fino a un secolo fa per scoprire che dietro un ripido bastione di roccia, chiuso agli estremi da due montagnole in riva al mare, c’era quel prodigio di spiaggia. Ci volle un tunnel, che nel 1820 collegò finalmente Copa, come la chiamano gli amici, alla città, e poi ci volle un albergo che sarebbe piaciuto a Fellini, il Copacabana Palace, bianco, solenne, tutto marmi, saloni e stucchi, per farla conoscere al mondo e trasformarla in un sogno di piacere, bellezza e trasgressione, per fare del suo nome una sfavillante scritta al neon.

Oggi qualche lampadina si è spenta, forse è bruciata, altri quartieri impazzano e mandano al cielo i loro volt e decibel, ma la vecchia signora ha, ancora, qualcosa in più: forse proprio le sue rughe, e la storia che nasconde sotto la cipria un po’ammaccata.

 

Sculture di sabbia sulla spiaggia di Copacabana

 

La Vergine - una delle poche in zona - che diede il nome a questo quartiere di bagordi veniva dal Portogallo: le costruirono una chiesetta, all’estremo sud della spiaggia: era il 1776. Pensò bene di andarsene circa un secolo fa: non era aria. La religione di Copacabana è il corpo, la carne. Sul lungomare si corre e si suda a ogni ora e a ogni età. Sulla spiaggia i corpi si incontrano e bruciano insieme, il sole aiuta. Addosso basta poco, nessun abito è mai di rigore nel quartiere, neppure nel più esclusivo locale, nell’ufficio più austero. Non ci sono cabine in spiaggia, nessun angolo dove cambiarsi: mezzo chilometro verso l’interno c’è una stazione della Metropolitana, la più prossima al mare di tutta Rio, lucida di piastrelle azzurre, un po’ acquario un po’ Diurno d’una volta: il treno che porta lì è già una festa di corpi seminudi, non importa che arrivi dalla più lontana periferia. La spiaggia di Copacabana inizia appena usciti di casa, è nella voglia di esserci. Alle prime luci molti già fanno jogging sul lungomare, poi una doccia e via in ufficio. All’ora di pranzo, toast e latte di cocco ancora in spiaggia, in un chiosco. Si torna in ufficio e, finito il lavoro, un bagno in mare. Gli intervalli sono alla scrivania, la vita è in spiaggia.

Gli stranieri si riconoscono per come si vestono. O come si svestono: anche il corpo c’è modo e modo d’indossarlo. Ma s’impara in fretta, e al ritorno la cravatta è un davvero nodo alla gola. Costumi da bagno ultima moda si trovano in un negozio piccolo e nascosto di Avenida Nostra Senora de Copacabana: Cariùcha, al 195. La proprietaria, sguardo maliardo e pose da sciantosa, è anche la modella dei suoi modelli. C’è lei in catalogo: tante foto da sfogliare e, per scegliere, basta mettersi nei suoi succinti panni, inutile perdere tempo in camerino.

Nel curvo abbraccio del lungomare, bianchi e impettiti, i palazzi dei ricchi fanno  a gara a chi è più alto: balconi come palchi di proscenio, vetrate che all’imbrunire si soffondono di abatjour. È la cartolina di Copacabana. Dietro è la vita vera, fra  delicate palazzine liberty e palazzoni da dieci in tre stanze, le strade alberate e ombrose, i tavolini dei  ristoranti a filo d’auto, portieri assonnati, portoni Art Déco, lotterie clandestine e partite a domino, curve da Playboy e riccioluti sciuscià. Una leggerezza nell’aria, nei passi della gente, che qualche nota di bossa nova, fuori da un bar, non basta a spiegare. Sulla fiancata di un autobus c’è scritto «Ser carioca è una maravilha». Forse la spiegazione è lì.

Gli indirizzi della spiaggia sono le torri d’avvistamento dei bagnini: Copacabana va dal Posto Dos al Posto Ses. Il Posto Sei è il mercatino dei pescatori: tirano a riva le barche e scaricano ceste ribollenti di guizzi e lampi. Al Posto Quattro, sotto due bianchi tendoni da circo, massaggi e benessere: offre Tam, la compagnia aerea brasiliana. È in cielo e in terra: biglietto da visita nel mondo e preziosa istituzione nel Paese. Al Posto Due si scopre dove finisce il miglior pesce del Posto Ses: da Marius, un gusto da pirati frou frou nell’arredamento, un gusto a cinque stelle nel cucinare spigole e aragoste. Dai due piccoli promontori affacciati sul mare che chiudono la baia, a nord dividendola dal quartiere di Leme e a sud da Ipanema, si godono le cartoline più belle, una all’alba, l’altra al tramonto. Ché a Copa c’è poco da vedere, se è poco un panorama unico al mondo.  Il resto è da vivere, da respirare, ascoltare, gustare. Cercare di possedere, esserne posseduti.

È il quartiere più popoloso di Rio: in pochi chilometri quadrati quattrocentomila abitanti di ogni colore e sfumatura. Per tutti  le stesse strade, gli stessi negozi, la stessa spiaggia, gli stessi chioschi sul mare. Per tutti la stessa storia. Copacabana – dicono a Rio – è anche il quartiere più democratico del mondo: non ha un passato, non ha sussiegosi pedigree. I colori si mischiano come le lingue. Cognomi italiani su molti campanelli, su qualche insegna di barbiere, sui soliti ristoranti tricolori, su un night che promette cose turche ma si chiama italianamente Cicciolina. È italiano lo chef del celebrato ristorante Cipriani, al Copacabana Palace: Francesco Carli. Lo è un suo fedelissimo cliente: Antonio Rosellini, scopritore per anni di talenti calcistici brasiliani da spedire alle squadre di casa nostra e poi scopritore di quanto si possa star bene a Copa: ci vive da trent’anni. Da ancora più tempo ci sta Pasquau, come lo chiamano i suoi clienti. Da cinquantasette anni ha un’edicola nel bel mezzo del quartiere, in Avenida Repubblica do Peru. Lui ne ha qualcuno di più e sei figli cresciuti qui. Si chiama Pasquale Garretano, è calabrese come tanti nel quartiere. Per chi cerca un giornale italiano, la sua edicola è il posto giusto. Per chi vuole sapere tutto su  Copacabana, è ancora meglio.

 

Copacabana, il celebre lungomare

 

Un tempo Pasquau teneva aperto fino a notte, poi lo hanno rapinato due volte e ha deciso di starsene a casa a giocare a carte. Allora è pericolosa Copacabana? Ci guarda con un sorrisetto furbo. I giornali dall’Italia non li vende soltanto, li legge pure. Certo, l’orologio d’oro meglio lasciarlo in albergo: alle spalle di Copa ci sono due piccole favelas e lì con un Rolex si può tirare a campare qualche mese. O morire di colla più in fretta. Per il resto, sul lungomare ci sono più poliziotti che borseggiatori. E in spiaggia, di notte, c’è più luce che di giorno. La chiamano «collana di perle»: sono i riflettori da stadio che ne disegnano il contorno, da nord a sud, e illuminano ogni gioco che si possa fare con un pallone sulla sabbia. D’altronde il calcio da spiaggia è stato inventato proprio lì nel 1910, il tennis da spiaggia c’è nato negli anni ’40 e il foot-volley nei ’70. I diversi colori delle magliette, i differenti colori della pelle, nel bianco abbacinante delle lampade  risaltano saturi e artificiosi come in una foto fuori scala, e la spiaggia sembra polvere di latte. Solo all’alba tutto ritroverà la sua consolante verità.

Nel quartiere vivono molti anziani. Che vivono da giovani. C’è un elisir di lunga vitalità nell’aria. E se s’incontrano le targhe di qualche ambulatorio geriatrico, molte di più sono quelle di chirurghi estetici. E parrucchieri: il casco non serve, ci si asciuga fuori, su una panca, bigodini fra i capelli, a raccontarsi il futuro.

Co-pa-ca-ba-na. C’è già un ritmo invitante nel suo nome. Sa di tamburelli, di gambe che non stanno ferme. In Rua Barata Riberiros è cresciuto, e continua a crescere, un posto dove la musica si fa, si ascolta e si vende: Modern Sound, uno dei migliori negozi di dischi del mondo, con annesso bistrot dove artisti di qualità si esibiscono ogni giorno dalle cinque alle nove di sera. È bossa nova, samba, jazz. È choro, la più antica e popolare musica brasiliana, spunto di acrobatiche improvvisazioni.

Se altri quartieri di Rio – Lapa, Leblon, Tijuca – fanno a gara a chi offre le notti più trendy,  Copa non si scompone: le mode passano, lei resta. E resta l’Help, la discoteca più famosa della città. Ci stanno duemila persone. Anche tremila: dipende da quanto ci si stringe. Ci vanno le più belle ragazze di Rio. Per qualcuno viene prima del Pan di Zucchero e del Cristo del Corcovado, fra le mete da non mancare. Sulla stessa Avenida Atlantica, il Dolce Vita Club, su Rua Francisco Otaviano il più recente Penelope e in Avenida Nossa Senhora de Copacabana il Mariuzzin, due livelli di pista e la Rio-bene a farsi di hip hop e caipirinha.

A Copacabana la notte è importante, e la notte più importante dell’anno tutta Rio è lì a festeggiare: lo scorso Capodanno erano in tre milioni, vestiti di bianco, sulla spiaggia e sull’Avenida Atlantica, fra fuochi d’artificio, balli e baci. Lì, proprio lì, perché per quattro secoli la città non sapeva di avere quella baia. Poi l’ha scoperta. E ha scoperto che lì era la sua anima, lì la vera maravilha.

 

Copacabana Palace 

Quando lo costruirono, il Copacabana Palace era sul mare. Poi non hanno spostato l’albergo, hanno spostato il mare. Il più bell’albergo del Brasile meritava la spiaggia più bella, allora gliel’hanno conquistata spingendo le onde qualche centinaio di metri più in là, giorno dopo giorno, una falange di instancabili ruspe, guadagnando tanta terra da far posto anche alla  più teatrale promenade che si affacci su un oceano.

 

Lo storico hotel Copacabana Palace

 

L’albergo fu il sogno senza limiti di uno stravagante miliardario brasiliano. Per costruirlo, Octavio Guinle si rovinò felicemente. Erano gli anni dei grandi Gatsby. Furono gli anni di Copacabana. E il Palace è fedele museo di quelle glorie: un suo corridoio è la galleria di chi c’è stato, in fila ci sono foto e autografi di un secolo smagliante: re del cinema, della moda, del gossip. E re, semplicemente re. Hollywood lì era di casa, e il Palace fu di casa a Hollywood: in uno studio di Los Angeles l’albergo fu persino ricostruito, nel 1933, per fare da sfondo a un film con Fred Astaire e Ginger Rogers, The Carioca.

La finestra da cui un Orson Welles geloso lanciò due sedie in piscina è ancora lì, come il teatrino sul retro dell’albergo dove Marlène Dietrich si portò un secchiello di sabbia per farci pipì nei cambi di scena senza doversi togliere l’attillatissimo abito, come il muro che si prese il proiettile destinato a un presidente brasiliano dalla sua focosa amante: reliquie di un gossip che è Storia del Novecento. Ma sono solo indiscrezioni, nessuno ve le confermerà: fra i servizi del Palace la riservatezza è al primo posto. Per nascondere Lady Diana ai paparazzi  fecero costruire una piscina solo per lei, all’ultimo piano. La principessa era ospite prediletta. E a Carlo, che qualche mese fa voleva prenotare con Camilla, hanno fatto sapere che non era il caso.L'hotel è della società Belmond - nuovo nome della mitica Orient Express - una compagnia che non vuol dire solo treni e crociere di fascino. I suoi alberghi per il mondo hanno tante stelle da riempire mezzo cielo.

 

Il viaggio è stato organizzato da Embratur, l'Ufficio brasiliano del turismo, e dalla compagnia aerea brasiliana Tam

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