Scozia, signori in carrozza

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di Ivano Sartori

Da tempo desideravo riconciliarmi con le ferrovie. E così, alla fine dello scorso mese di giugno, dopo venticinque anni di quotidiane vessazioni inflittemi da Trenitalia, mi sono concesso un rigenerante viaggio in treno seguendo i principi dell'omeopatia: similia similibus curantur, i simili si curino con i simili.

Per curarmi ho raggiunto Edimburgo e lì, dal binario 11 della Waverley Station, sono salito a bordo del Royal Scotsman: nove carrozze, quattordici passeggeri e dodici persone di staff. Quasi uno a uno, marcati a vista.

Il Royal Scotsman attraversa le Highlands

Mi accolgono con salamelecchi e sorrisi, mi sfilano il bagaglio di mano, mi offrono il bicchiere del benvenuto. Mi sento leggermente a disagio. Senza che me ne sia reso conto, mi trovo insieme ai miei compagni d'avventura ad ascoltare gli struggenti miagolii che un omone, dal kilt svolazzante sulle gambe nude e un colbacco di pelo nero alto due spanne buone, cava dalla sua cornamusa gonfiando le gote purpuree. Il piper s'incammina verso il convoglio e noi dietro in processione sotto gli occhi ironici e incuriositi di viaggiatori e pendolari per i quali il treno è più tormento che estasi.

Che ci faccio qui, senza biglietto, mescolato a quei ricconi, perlopiù americani, dietro il suonatore di cornamusa? Sono un inviato o un invitato? Sono un bambino o un topo, incantato da questa riedizione del pifferaio di Hamelin, in marcia verso il baratro? Cadrò effettivamente in una voragine, qualche ora dopo, ma di un'altra favola. Non sprofondo in un abisso tedesco, mi risucchia il Paese delle meraviglie di Alice. Da quel momento nulla sarà più fuori posto. Neppure io. E il mio disagio si tramuterà in piacere senza pensieri.

 

Il treno in sosta durante la notte

 

Il paesaggio scozzese non ha bisogno di ricorrere al mostro di Loch Ness e ad altre trovate da baraccone per stupire i viaggiatori. È un film che agli effetti speciali da blockbuster predilige i giochi di luce, le campagne molli di rugiada, i cieli gonfi di nuvole, l'improvviso blackout in una giornata di sole abbagliante. È questa la pellicola sturm und drang, cime tempestose, proiettata sotto i nostri occhi al di là dei vetri maculati di gocce cristalline dell'observation car, la carrozza salotto dove trascorreremo gran parte delle nostre oziose giornate.

Quello è cinema, mentre all'interno, tra sofà e tavole imbandite, si fa teatro. Con bravura da metodo Stanislavskij recitiamo la convivialità, la conversazione discreta, la reciproca conoscenza, la voluttà delle confessioni intime. Proviamo sensazioni e sentimenti irripetibili al di fuori di quel palcoscenico. Mettiamo in scena l'impalpabile ed effimera delizia dei rapporti umani destinata a liquefarsi tra qualche giorno con la cerimonia degli addii.

Ogni viaggiatore è una storia. C'è la coppia americana di mezza età. Lui 50 anni, origini scozzesi, lei 46, sposati da 25. Lui ha cominciato a starle dietro quando lei ne aveva 16. E se l'aveste vista, vi sarebbe stato chiaro il perché. Stanno compiendo un giro di ricognizione per comprarsi un vero castello scozzese con diritto di caccia e pesca, ma senza diritto di visita per gli estranei. Lei, figlia unica di una facoltosa famiglia del Profondo Sud, è in pensiero perché non sa a chi lasciare i gioielli di famiglia. Non certo ai due figli maschi che in questo momento hanno 18 e 20 anni. Il marito spera che amino la caccia e la pesca, ma si è dimenticato di chiederglielo prima di partire.

 

Lo chiamano il ponte di Henry Potter

 

C'è l'ingegnere inglese con la moglie. Ha sconfitto il cancro dodici anni fa e da allora ha detto basta. Riassume la sua nuova filosofia di vita in una sola parola: relax. E il Royal Scotsman è per lui la quintessenza del relax. A Edimburgo, quando noi tutti scenderemo, lui e la moglie continueranno per altri quattro giorni. «Ho bisogno di relax», si giustifica. È il loro settimo viaggio sul Royal Scotsman. Non solo Scozia. Una volta ne hanno fatto uno di sette giorni attraverso il Regno Unito. Chissà che non figurino in qualche Guinness dei primati del relax ferroviario.

C'è la giovane vedova australiana, che ha scoperto il Royal Scotsman su Internet e se ne è innamorata per corrispondenza informatica. Ride parecchio e beve altrettanto. Si è presa cinque settimane di vacanza per distrarsi. Viaggia solo Orient Express e vola solo prima classe Emirates. Pare che questa sua medicina le costi sui 100 mila dollari. Non chiedetevi se siano australiani o statunitensi. Chiederselo, significa non poterselo permettere.

Ci sono due coppie della California. Uno dei due mariti è con la sua quinta moglie. C'è una Old Lady della Virginia, che va pazza per gli italiani perché ne ha sposato uno e s'ingegna a parlare un italiano che le riesce con inflessione siciliana. È pieno di storie, di sogni e di evasioni, il Royal Scotsman, e ce ne sarebbero da raccontare. Ma non possiamo ascoltarli tutti in soli tre giorni. Restano da sciogliere i misteri delle due amiche svizzere che confabulano soprattutto tra loro e della signora della Virginia che viaggia sola.

 

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E poi ci sono i nostri due anfitrioni: Mike, che ha qualifica di host, e Michael, train manager. Come i Dupont & Dupont di Tintin. Sono talmente calati nella parte di intrattenitori che fatichiamo a distinguerli dai colleghi di scampagnata. Chiacchierano con noi, ballano con noi, fanno bisboccia con noi, si confidano con noi. Attori perfetti. Pesci nell'acqua. Osiamo considerarli veri amici. Perlomeno fino a quando durerà questo strano viaggio preciso nello spazio quanto indefinito nel tempo.

È adesso ma potrebbe essere ottant'anni fa. Stesso décor, stessa etichetta. Non voglio dire epoca vittoriana, però di sicuro quella compresa tra Edoardo VII e Giorgio VI. Nessun cellulare, mp3 o iPod a turbare l'illusione. Nessuno che li abbia vietati, ci è venuto spontaneo spegnerli e dimenticarli, come togliersi il cappello in chiesa.

Gli spazi in cui viviamo sono tre: dentro, fuori e veramente fuori. La vita di bordo è presto detta: viaggiamo a settanta-ottanta all'ora sorseggiando single malt e sgranocchiando canapés al salmone. Ci concediamo qualche uscita sulla veranda, d'obbligo per chi fuma. Le nuvole e il sole sono in perenne braccio di ferro. Le nuvole vincono e sudano. Ne subiamo le conseguenze sotto forma di pioggerelle a punture di spillo. Ci ritiriamo nell'observation car perché non si annacquino i drinks e non si spengano le cigarettes. Parliamo così noi della High society on the rails.

Un provvido cameriere, che è di Tolone e ha fatto il legionario straniero, ma si camuffa con un nome inglese, ci allunga salviette calde per asciugarci i capelli bagnati di pioggia e brume scozzesi. Merci. La Scozia è così e nulla fa pensare che l'effetto serra possa cambiarle i connotati. Il tempo a bordo è scandito da tre pasti, una merenda, un aperitivo e svariati snacks. Tra le nostre prensili mani si alternano tè, cocktail, long drink, tramezzini, pasticcini, bicchierini e bicchieroni. Anche i ricchi mangiano. E di gusto.

 

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A Dumbarton, passiamo dalle Lowlands alle Highlands, dalle terre basse alle alte terre e la musica cambia. Più o meno all'altezza di Helensburgh ci viene addosso la Scozia dei loch, delle montagne e delle mucche dal pesante mantello e dalle lunghe corna. A fianco dei binari, tra le felci umide, esplodono fiori di colore viola. Infilandosi tra i pini della Caledonia, ci insegue il serpente tutta coda del Loch Lomond, il maggior bacino sorgivo della Scozia, dalle acque color piombo fuso. Le montagne in cui è insaccato soddisfano la libidine dei camminatori. Ma non credo che quei trekkers macinino più chilometri dei nostri steward in continuo avanti e indietro da una carrozza all'altra, sempre con un vassoio in mano per alleviarci le fatiche della contemplazione.

Sì, ora abbiamo più occhi per il fuori che lingua per il dentro. La dolce vita si concede un interminabile fermo immagine. Il tè si raffredda nelle tazze, l'ice si scioglie nei single malt, il paesaggio calamita gli sguardi. Oltre che farsi vedere, la natura comincia a farsi sentire. Rumorosamente. I rami di alberi non potati frustano il groppone dell'observation car. I rami meno elastici rifilano sonore randellate che fanno trasalire le signore. Niente è meglio di un gin tonic per riprendersi dallo spavento. E riprendere le chiacchiere.

 

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Saliamo di quota. La distanza tra noi e i loch aumenta. Tra un po' saremo convocati per la cena, ma prima dovremo cambiarci d'abito, metterci in black tie o in kilt per il formal dinner, ma non prima di passare sotto le forche caudine di un rapinoso aperitivo. Il nostro pensiero corre alla cena. Che cosa ci spetterà stasera? Sarà un Château Moulin la Gravière Lalande de Pomerol, annata 2008, che accompagna un Roast Fillet of Aberdeen Angus, o un Ripasso della Valpolicella Tommasi del 2010 accoppiato a un Roast Loin of Rannoch Moor Venizon?

Siamo nelle mani di chef e sommelier che sanno il fatto loro e come sorprenderci sia a pranzo che a cena. Con il risultato che quando ci ritireremo nelle nostre cabine (quattro per ogni carrozza) il cervello galleggerà come una bottiglia vuota nel mare, neanche un messaggio dentro, impossibile seguitare a scrivere. Parlo per me, sia chiaro.

Tra il cenare e il mare c'è di mezzo l'intrattenimento. Una sera è un'arpista dalle dita delicate. Un'altra, una violinista e un chitarrista. Un'altra ancora, una fisarmonica e una chitarra indiavolate che ci fanno ballare sulla banchine nella stazione deserta di Vemyss Bay. La regia combinata di John Ford e Federico Fellini non avrebbe potuto pensare una scena più bella. Gioiosa, patetica, indimenticabile.

Miliardari che ballano una sorta di saltarello sotto le arcate di una stazione dove passeremo la notte e ci sveglieremo il mattino successivo per mescolarci ai pendolari che prendono il traghetto per l'isola di Bute, dove noi andremo a visitare Mount Stuart. È questo che intendo quando dico «veramente fuori». E cioè scendere dal treno, salire su una nave, raggiungere un'isola, fare un'escursione. Una vacanza nella vacanza. Tre giorni, tre escursioni. Da copione, la visita alla distilleria con degustazione.

 

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Anche i castelli sono prevedibili. Ma i due scelti hanno il pregio di legare le antiche pietre e le vecchie storie ai nuovi miti. Mount Stuart House (qui sopra) non è solo il magnifico delirio architettonico fatto costruire nella seconda metà dell'Ottocento da John Patrick Crichton-Stuart, terzo marchese di Bute, discendente diretto di Roberto I di Scozia (Robert Bruce). Non è solo un'orgia di marmi italiani che si arrampicano verso il cielo blu notte della hall, alta venticinque metri, con il soffitto trapuntato di stelle dorate.

Non è solo il più bel palazzo neogotico di Scozia e il primo che fu dotato di corrente elettrica, riscaldamento centralizzato e una piscina d'acqua calda. Non è solo un tabernacolo di stranezze dettate dalla religione e dall'astrologia, a cominciare dalla lussuosa camera da letto dell'oroscopo il cui soffitto rappresenta la posizione delle stelle e dei pianeti al momento della nascita del marchese, il 12 settembre 1847.

Per chi non si accontenta di queste bizzarre curiosità, c'è la Marble Chapel, una piccola cappella interamente costruita in candido marmo di Carrara la cui cupola è illuminata da un anello di vetrate istoriate di colore rosso rubino che creano un effetto spettacolare e, a mezzogiorno del solstizio d'estate, un raggio di luce color rosso sangue risplende direttamente sull'altare. Ma non è neppure questa magia il punto. Il clou della faccenda è che il 30 agosto 2003 in questa cappella si è sposata la stilista Stella McCartney, seconda figlia di sir Paul. E tanto basta per sposare il neogotico a un dinosauro vintage. E tanto è bastato per apparire sulla guida Lonely Planet.

 

Duart_Castle

 

Non è altrettanto sfarzoso Duart Castle, sull'isola di Mull (qui sopra), ma vanta trascorsi cinematografici al punto che nella brochure si fregia di un famoso slogan hollywoodiano: «Where Eagles Dare». Fu qui infatti che Alistair McLean, regista dei Cannoni di Navarone e di Dove osano le aquile, girò nel 1998 alcune scene di Entrapment con Sean Connery e Catherine Zeta-Jones e nel 1969 vi aveva ambientato Ora zero: operazione oro, interpretato da Nathalie Delon e un acerbo Anthony Hopkins.

Il castello, la cui fondazione risale all'undicesimo secolo, è stato ricostruito sui suoi mozziconi all'inizio del Novecento. Non so se il risultato sia filologicamente corretto, come direbbero i sapientoni. Di certo ha il fascino di una rustica e solida semplicità. Che si riflette anche negli oggetti in mostra, con i ritratti degli antenati dipinti da mani un po' così e i rampolli consegnati a foto che scolorano e si accartocciano. Ma è il loro bello. Come lo sono certi cimeli, tra cui spiccano i dirks, i lunghi pugnali tipici delle Highlands, le uniformi e le bandiere. Si respira un'aria un po' polverosa ma affascinante di trovarobato, di guardaroba teatrale, di soffitta antiquaria. E curiosando tra le teche e le vetrinette non provo quella soggezione che mi aveva sbigottito a Mount Stuart, cattedrale travestita da magione privata con le guide officianti come sommi sacerdoti.

Sostiamo sotto il sorbo selvatico, piantato nel cortile interno nel 1936. È una pianta che porta bene. Ci poniamo sotto la sua protezione. Mancano poche ore alla fine della nostra avventura. Ancora una cena, una notte e poi la compagnia di giro si scioglierà. Il giorno dopo sulla banchina della stazione di Edimburgo ci ritroveremo un po' più estranei e frettolosi, diretti a taxi, aerei e alberghi. È la cerimonia degli addii. Che la Old Lady della Virginia renderà meno mesta aggiungendovi un italianissimo «arrivederci». Seguito da un sorriso. Chi lo sa, forse ci rivedremo. Finché c'è gita, c'è speranza. So long, ladies and gentlemen.

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