Russia, tra i dannati di Aquila Nera

Colonia 56

 

di Mark Franchetti

 

Nel cuore profondo della Russia, circondato da foreste impenetrabili più grandi della Germania, si trova una prigione che non ha uguali. La zona un tempo ospitava i famigerati gulag. Denominata Colonia 56 dalle autorità, tra i detenuti e i bassifondi criminali è conosciuta come Aquila Nera. È un carcere solo per assassini. Sono 260 uomini, i detenuti. Collettivamente, hanno ucciso oltre 800 persone, equivalente alla popolazione di un paesino russo. Dietro le sue mura ci sono terroristi, sadici, psicopatici, omicidi seriali, stupratori che hanno ammazzato le loro vittime, sicari della mafia russa, assassini di bambini, esponenti della malavita organizzata. Ci sono anche uomini che hanno ucciso in un raptus di follia o in preda all'alcol. Sono considerati i criminali tra i più pericolosi di tutto il paese. Per loro, Aquila Nera rappresenta la fine della corsa, un pozzo buio senza ritorno.

Le condizioni di vita, dietro le cinque recinzioni sormontate da filo spinato, le torrette di sorveglianza e le pattuglie dotate di cani poliziotto, sono le più repressive consentite dalle istituzioni penitenziarie, e il regime carcerario di Putin, come tante altre cose nel suo paese, non lascia scampo. Il senso di lontananza e di isolamento dal mondo esterno è drammatico e sconvolgente. Prima della costruzione di una nuova strada, qualche anno fa, la prigione si trovava a 14 ore di macchina dalla città più vicina, Yekaterinburg negli Urali. Ancora oggi occorrono otto ore di percorrenza. Se si proviene dalle regioni più lontane, si viaggia in treno per giorni.

La sensazione di lontananza è inasprita dal fatto che Aquila Nera è circondata interamente da foreste, un oceano verde che si estende per centinaia di chilometri in tutte le direzioni. Gli inverni freddissimi durano sette mesi l'anno. Le temperature scendono fino a 45 gradi sotto zero e la regione resta sepolta sotto 3 metri di neve, sprofondata nel buio e sferzata dalle bufere di vento che scendono dall'Artico. Le brevi estati sono soffocanti e infestate di zanzare.

 
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La prigione, un insieme di edifici fatiscenti risalenti all'era sovietica, non dispone ancora di fognature. I detenuti utilizzano dei secchi nelle loro celle, che poi svuotano all'esterno una volta al giorno. Una linea telefonica per il direttore è stata installata solo qualche anno fa. Nel fabbricato che ospita gli ergastolani, una fortezza di mattoni rossi a due piani, costruita negli anni Sessanta, i prigionieri sono costretti a restare nelle loro celle 23 ore al giorno. L'unica ora d'aria al giorno si trascorre in un minuscolo cortile, da soli o a coppie. Attraverso le maglie della recinzione metallica si vede solo il cielo. Ogni cortile si affaccia su un fossato, dove gli uomini vuotano i secchi di escrementi. La puzza è insopportabile.

Le celle degli ergastolani sono di dodici metri quadrati, da condividere in due, oppure quattro metri quadrati per una sola persona. Le celle più piccole sono talmente anguste che basta appoggiare la spalla a una parete e tendere un braccio per toccare la parete opposta. Essere rinchiusi là dentro anche solo per qualche istante dà la sensazione di essere sepolti vivi. Ai detenuti è consentito fare la doccia una sola volta alla settimana. Durante i primi dieci anni di carcerazione, gli ergastolani possono ricevere un piccolo pacco ogni 12 mesi e due visite all'anno, ciascuna per quattro ore al massimo, dietro un vetro spesso. Non è ammesso nessun contatto fisico.

 
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Aquila Nera è talmente isolata, e i parenti dei detenuti sono per la maggior parte talmente indigenti, che alcuni prigionieri qui non vedono un parente da 18 anni. I detenuti hanno a disposizione un televisore e qualche libro. Possono tenere con sé qualche effetto personale e spendere fino a 700 rubli (9 euro) al mese nello spaccio del carcere. Durante il giorno è vietato restare distesi sul letto, e tranne che per qualche raro privilegiato, non ci sono lavori da svolgere. Nessun carcerato è mai evaso da Aquila Nera e sono in pochissimi ad averci provato. «Solo i più tosti riescono a sopravvivere in queste condizioni, quelli che sono più forti mentalmente», mi dice Vladimir Eremeev, 64 anni, condannato per omicidio, che ha trascorso più di 40 anni nelle prigioni sovietiche e russe. «Un terzo degli ergastolani impazzisce. Tutti gli altri sanno che usciranno di qui solo nella cassa da morto».

Nel 2000 sono stato il primo giornalista straniero ad avere accesso ad Aquila Nera. Di recente, dopo oltre sei mesi di trattative per concordare un permesso dalle autorità della prigione, ho fatto ritorno in compagnia di Nick Read, un regista pluripremiato, e una troupe televisiva. Insieme, abbiamo trascorso 21 giorni all'interno del penitenziario per realizzare I Condannati, un documentario su alcuni dei prigionieri rinchiusi in quel mondo desolato. Nessuna troupe straniera ha mai ottenuto il permesso di restare così a lungo, e senza vincoli di sorta, in una prigione russa, tantomeno in una fortezza impenetrabile e remota come Aquila Nera.

Abbiamo intervistato oltre 50 detenuti sui loro delitti e castighi, e tra questi abbiamo selezionato sei prigionieri, ai quali abbiamo chiesto di raccontare la loro storia. Abbiamo provato a esplorare come cambiano la mente e l'animo di un uomo, quando resta segregato in una cella di quattro metri quadrati per 23 ore al giorno per decenni. Quale speranza resiste, quando ogni speranza è morta? A che cosa si aggrappa un uomo, quando viene spogliato di tutto? Esiste il pentimento, esiste la redenzione? E perché taluni carcerati sostengono che la pena di morte sarebbe una punizione più umana e misericordiosa della condanna a vivere a Aquila Nera?

 
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In Russia la pena capitale è rimasta in vigore fino al 1996, quando il presidente Boris Eltsin la revocò per consentire al paese l'ingresso nel Consiglio d'Europa. Nell'era sovietica, i criminali come quelli incarcerati ad Aquila Nera venivano giustiziati con un colpo alla nuca e seppelliti in segreto in tombe senza nome. Quando venne varata la moratoria, il governo fu costretto a decidere sul destino dei detenuti richiusi nel braccio della morte in attesa di esecuzione capitale. Scelse di risparmiar loro la vita e di commutare la sentenza a 25 anni di reclusione. Sono trascorsi 19 anni da allora e oggi restano solo 170, degli antichi condannati a morte, a scontare la loro pena in un carcere di massima sicurezza, e sono tutti rinchiusi ad Aquila Nera. Gli altri 90 prigionieri nella prigione sono stati condannati all'ergastolo per omicidio, dopo la sospensione della pena di morte.

Non tutti i detenuti nel braccio della morte hanno reagito con sollievo alla notizia che gli era stata risparmiata la vita, in cambio di 25 anni di carcere durissimo. Per alcuni, la prospettiva si è rivelata insopportabile. «Sono stato l'ultimo - dice Eremeev- ad avere la condanna commutata. Quando uno dei carcerati che era con me nel braccio della morte ha visto il decreto presidenziale che trasformava la pena di morte in 25 anni di reclusione... cinque minuti dopo si è impiccato. Un altro lo ha fatto tre giorni dopo, con le mutande. Il terzo si è conficcato un arnese nel cuore. Pensa che coraggio, trafiggersi a morte. Se mi avessero giustiziato, a dire il vero, mi avrebbero risparmiato tutta questa tortura e questa angoscia. Scontare 25 anni non è una sensazione piacevole, nemmeno per uno come me».

 
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Gli ergastolani condannati dopo la moratoria del 1996 sono rinchiusi in celle, mentre gli antichi condannati a morte, ai quali è stata risparmiata la pena capitale, vivono in comunità, in una vecchia caserma di legno, costruita in epoca sovietica, che assomiglia a un gulag. Gli "scampati", come vengono chiamati gli antichi condannati a morte, dormono in stanzoni sovraffollati, mangiano in mensa ma - soprattutto - hanno il permesso di passeggiare all'aperto e godersi un po' di sole e di aria fresca. I detenuti malati di tubercolosi sono isolati in un edificio a parte.

Il regime più mite accordato agli ex condannati a morte è semplicemente il risultato di incongruenze legali, scaturite dalle modifiche apportate al codice penale sovietico quando il paese si lasciò alle spalle il regime comunista. Le differenze non riflettono la convinzione, tra le autorità, che i detenuti «scampati» siano meno pericolosi degli ergastolani. «Sono tutti uguali, hanno commesso reati inenarrabili», dice Subkhan Dadashiov, direttore di Aquila Nera dal 1986. «Sono qui da 29 anni e non ho mai provato compassione per nessuno di loro. Francamente, preferivo la pena di morte. Se qualcuno non mi capisce, vuol dire che non ha mai guardato negli occhi uno di questi assassini. Per me la pena di morte è l'unica soluzione».

 
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Dadashiov, 53 anni, vive in una casetta di legno a poche centinaia di metri dal perimetro del penitenziario, in un paesino di meno di 200 abitanti, per la maggior parte guardie carcerarie. Dalla sua stanza da letto gli giunge il ronzio dei sensori del perimetro esterno. Insieme alla moglie ha allevato tre figlie in questo cupo isolamento e quando gli ho chiesto se, dopo quasi tre decenni, non fosse diventato anche lui un carcerato, ha sorriso, sfoggiando due incisivi d'oro. «Sono arrivato qui che avevo 24 anni, adesso ne ho 53, niente male. Perfino gli ex condannati a morte fanno solo 25 anni, io ne ho fatti 29. Buffo, no? Ci scherzo su, dicendo che loro sono arrivati con una condanna, io con un contratto. Quando siamo arrivati qui, all'inizio, mia moglie mi ha fatto una sola domanda mentre ci inoltravamo sempre più nella foresta: perché non ci sono macchine che viaggiano in direzione opposta?».

La prigione è talmente isolata che quando la sua vecchia Volga sovietica è in panne, Dadashiov non ha altra scelta che farsela aggiustare dagli ex condannati a morte nel cortile del carcere. Il direttore si fa tagliare i capelli dal barbiere del penitenziario, che in un raptus di gelosia ha ammazzato moglie e suocera. Si fa servire i pasti in ufficio dal suo «maggiordomo», un uomo sulla sessantina, pacato e cortese, che ha ammazzato sei persone e che mi ripete, in tono paterno, che non mangio a sufficienza.

 
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I detenuti si attengono a una severa gerarchia e a un insieme di tacite regole assai complesse. In fondo alla graduatoria ci sono gli «emarginati», ovvero coloro che hanno ucciso donne e bambini, oppure hanno commesso crimini a sfondo sessuale. Nella palazzina degli «scampati», costoro dormono in disparte e mangiano al loro tavolo, con i loro piatti e posate. Gli altri non si degnano di stringere loro la mano né di accettare alcunché da loro, nemmeno una sigaretta.

Uno degli emarginati è Andrei Lebedev, che nei primi anni Novanta ha stuprato e ucciso una ragazza e ha passato sei anni nel braccio della morte, per poi vedersi commutare la pena in 25 anni di carcere. Qualche anno fa la vittima di uno stupro gli ha scritto, nel tentativo di scavare nella mente di uno stupratore e assassino. I due hanno tenuto in vita una corrispondenza, dalla quale è nata un'amicizia che ha portato al loro matrimonio dietro le sbarre.

A differenza degli ergastolani di Aquila Nera, agli «scampati» sono concesse visite coniugali in una foresteria tenuta sotto chiave. Lebedev e la moglie hanno avuto anche due figli, un maschio che oggi ha nove anni e una femmina di sette. Il padre gli ha parlato per telefono, ma non li ha ancora incontrati di persona, poiché sono ritenuti troppo giovani per visitare la prigione. Non gli è stato ancora detto per quale motivo il loro padre si trova dietro le sbarre.

 
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Nel fabbricato degli ergastolani, dove i detenuti possono vedere un congiunto per un totale di otto ore all'anno (le visite qui sono ancor più rare che nel settore degli «scampati»), abbiamo filmato due riunioni. La prima tra Maxim Kiselev e sua madre. Un sociopatico, Kiselev si ricorda soltanto di essersi ubriacato, di aver iniziato una rissa e di essersi svegliato con un coltello in mano e sei persone stese a terra, tra le quali anche una donna e un bambino di dieci anni. La donna non vedeva il figlio da cinque anni e aveva percorso ottomila chilometri, tra andata e ritorno, per potergli parlare per quattro ore dietro un divisorio di vetro spesso. In lacrime, dice che sarà l'ultima volta che vedrà suo figlio, perché non ha i soldi per rifare il viaggio.

 
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«Se tu fossi rimesso in libertà, saresti un pericolo per la società?» chiedo a Kiselev, 33 anni, che preferisce restare chiuso in una cella singola da quattro metri quadrati, dove sopravvive sepolto in un suo mondo immaginario. «Certo che lo sarei», mi risponde senza esitare. «Vedrei la gente che si gode la bella vita e vorrei farlo anch'io. Ma io non ho mai lavorato. Allora mi metterei a rubare, a ubriacarmi e ad ammazzare di nuovo. Perché se hai ucciso una volta, ucciderai ancora». Prova delle aberrazioni mentali generate nella mente di taluni reclusi dall'estremo isolamento di Aquila Nera, Kiselev, che una volta per protesta si è cucito la bocca e tagliato le vene, dice che non si accorge più del trascorrere delle settimane, dei mesi e degli anni.

Per molti detenuti di Aquila Nera, i giorni passati dalla troupe a filmare il documentario hanno rappresentato un evento eccezionale, l'unico svago da anni a questa parte. Non tutti hanno voluto parlare con noi, ma per la maggior parte erano incuriositi dalla nostra presenza. Uno solo ci ha mostrato ostilità, un detenuto che, quando la pesante porta metallica della sua cella si è aperta, mi ha riconosciuto subito dalla mia prima visita nel 2000. Molti detenuti mi hanno chiesto piccoli favori, che sono stato costretto a respingere educatamente per non violare il regolamento severo del carcere.

Un gruppetto di loro adesso mi spedisce gli auguri di compleanno e di Natale. Scrivono lettere regolarmente e chiamano da un telefono a pagamento che solo gli «scampati» possono usare. Un sicario della criminalità organizzata, rinchiuso nel fabbricato degli ergastolani, mi ha regalato il suo rosario, un gesto carico di significato in un luogo dove ai detenuti è concesso tenere con sé pochissimi oggetti personali.

 
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Ogni tanto scherzo se dico di non aver mai conosciuto un branco di assassini così simpatici. Ma ho imparato ad apprezzare l'onestà brutale con la quale si sono aperti a me per parlare dei loro reati, rimpianti, redenzione, mancanza di rimorsi, libertà e famiglia, pazzia e speranza. «Io ho ucciso, come faccio a pentirmi?», dice Eremeev, il vecchio detenuto con più di 40 anni di carcere sulle spalle. «Che senso ha parlare di pentimento? Come fanno assassini e sadici come noi a chiedere perdono? Un uomo che ha ammazzato tre o quattro persone, che ha ammazzato donne e bambini - che senso ha il pentimento? Nessuno cambia. Una volta tornato libero, un uomo potrebbe anche non commettere più reati e condurre una vita normale, ma quello non è pentimento. Se vuoi davvero pentirti, vai a spararti oppure prendi una corda e impiccati. Quello sì che sarebbe pentimento per i tuoi peccati. È solo davanti a Dio che ci pentiremo. Nell'altro mondo». (Corriere della Sera - La Lettura, 13 settembre 2015)

 

Il reportage
Corrispondente da Mosca del «Sunday Times», il giornalista Mark Franchetti aveva visitato la prigione russa Aquila Nera nel 2000. Un anno fa vi è tornato e si è fermato per tre settimane per girare un documentario, The condemned. Oltre a Franchetti, produttore, hanno lavorato al documentario anche il regista e direttore della fotografia Nick Read, l'editor Jay Taylor, i compositori Smith & Elms e il fotografo Dmitry Bellakov, autore delle immagini qui pubblicate. Nel sito www.thecondemneddoc.com, il trailer del documentario, le parole e i volti dei detenuti menzionati nell'articolo.

 
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