Rwanda, il Paese delle mille colline punta in alto

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Alle sei di sera, mentre le strade iniziano ad affollarsi di taxi moto che portano la gente a casa, un alto funzionario del Ministero delle infrastrutture del Rwanda si siede alla sua scrivania con un grande termo di tè. Gli agenti di sicurezza all'ingresso sono probabilmente già partiti, ma al secondo piano diversi funzionari si trattengono per qualche ora di lavoro in più. Basta guardare ai loro obiettivi di produzione in termini di quantità di energia elettrica da produrre nel loro Paese (il doppio del livello attuale), e alle infrastrutture da costruire nelle città per ospitare una popolazione urbana in vertiginoso aumento (e tutto entro il 2018) per capire il motivo per cui sono ancora alle loro scrivanie.

Questo è un paese che va di fretta. Ventidue anni dopo l'inizio di una guerra civile genocida che ha ucciso circa un quinto della popolazione (e il 70% della minoranza Tutsi) e ha visto un terzo dei sopravvissuti in fuga attraverso i suoi confini, il Rwanda sta ancora rincorrendo la propria ricostruzione. E il sorvegliante severo di questa ricostruzione è il suo presidente, Paul Kagame, che dopo aver guidato le forze ribelli che hanno posto fine al genocidio, ha da allora plasmato il suo Paese.

 

 

Le Green Hills del Rwanda

 

 

Il Paese appena liberato aveva subito non solo un disastro umano inimmaginabile; era stato lasciato completamente distrutto dalla guerra civile. I soldati e le milizie fedeli al regime genocida Hutu avevano distrutto sistematicamente le centrali elettriche e le fabbriche mentre battevano in ritirata. Gli ospedali e le università erano state devastate, il loro personale massacrato o in esilio. «Abbiamo perso un sacco di scienziati», dice Gerardine Mukeshimana, ministro dell'agricoltura, per spiegare in modo laconico il motivo per cui il Paese ha solo una capacità limitata per la ricerca agricola.

 

 

Le nebbie che diedero il titolo a un famoso film

 

 

Le forze del precedente governo hanno attaccato a lungo (e ancora lo fanno sporadicamente) attraverso il confine, da basi nella Repubblica democratica del Congo, ad ovest, uccidendo civili e militari. «Le colline risuonavano dei colpi dei bazooka», ricorda Praveen Moman, un uomo d'affari britannico che gestisce una serie di eco-lodge nella regione, delle sue visite alla fine degli anni '90 (anni dopo chela guerra era ufficialmente finita). «Ora i visitatori scendono dall'aereo e pensano di essere arrivati ​​nella Svizzera d’Africa».

 

 

A 4401

 

 

Secondo quasi tutti gli indicatori di sviluppo sociali ed economici, il Rwanda ha dimostrato di essere il fiore all'occhiello del mondo in via di sviluppo. Il reddito pro capite è raddoppiato dal 2000 e, a differenza della maggior parte degli altri Paesi della regione, è riuscito non solo a crescere rapidamente ma anche a ridurre le disuguaglianze. Uno dei motivi è che il suo governo Tutsi (il quale contesterebbe questa definizione, poiché parlare di etnie è fermamente proibito) si muove in controtendenza rispetto a molti dei suoi vicini. Invece di praticare politiche volte a beneficiare la nomenclatura, molte delle sue risorse sono servite a migliorare la vita delle popolazioni povere delle aree rurali, che sono in gran parte Hutu. L'indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite dimostra inoltre che il Rwanda ha migliorato più di qualsiasi altro Paese nel corso degli ultimi 25 anni.

 

 

La visita ai gorilla di montagna, nel parco nazionali dei Vulcani è una delle principali attrattive turistiche del Rwanda

 

 

Questi risultati sono ancora più impressionanti se si pensa che il Rwanda è un Paese piccolo (grande più o meno quanto la Sicilia), collinare, sovrappopolato e senza sbocco sul mare. Eppure, con le sue poche risorse naturali a parte il suo terreno fertile e un paio di miniere, il Rwanda ha prodotto un a crescita media del 7,5% negli ultimi 10 anni. Gran parte del suo successo è dovuto a un governo di rara efficacia e che ha operato un giro di vite sulla corruzione: Transparency International, un'organizzazione con sede a Berlino, colloca il Rwanda al quarto posto nella classifica dei Paesi meno corrotti d'Africa, e ben al di sopra di Paesi come la Grecia e l’Italia.

 

 

Il Rwanda è ricco d'acqua

 

 

Il governo del Rwanda è inoltre particolarmente disciplinato e tecnocratico. Funzionari e ministri sono tenuti a lavorare sodo e sono ritenuti responsabili attraverso contratti legati al raggiungimento di obiettivi, che si estendono fino ai sindaci di piccoli centri e altri leader della comunità locali. Coloro che non riescono a raggiungere gli obiettivi (o che imbrogliano sui numeri) sono rapidamente licenziati.

 

 

Rwanda Gigawatt Project Drone  Gigawatt Project Rwanda Drone

 

 

Una terza ragione del successo del Rwanda è che ha abbracciato le politiche economiche più favorevoli agli investimenti, alla crescita e al commercio. Ciò è confermato dalla Banca Mondiale che valuta il Rwanda come il Paese dell'Africa continentale più idoneo per fare impresa. Molte delle sue politiche di sviluppo sono redatte come se fossero state scritte dal Fmi o da questo giornale (Economist, ndr). Prendete l'energia per esempio. Invece di cercare di aumentare gli investimenti pubblici in istituzioni di proprietà dello Stato, il governo ha incoraggiato al massimo gli investimenti privati. Ciò ha stimolato un'ondata di progetti tra cui l'estrazione di gas metano dal Lago Kivu «In Rwanda fare affari è un piacere assoluto in rispetto a molti altri Paesi in Africa», dice Paul Hinks, amministratore delegato di Symbion Power, un'azienda americana che sta costruendo un impianto per l’estrazione di gas.

Merito dei suoi amministratori relativamente competenti e del suo impegno per gli strati più poveri della popolazione, il Rwanda è diventato il beniamino dei governi occidentali e delle ong. Attualmente più di un terzo delle entrate pubbliche (e un decimo del Pil) provengono da fondi di cooperazione per lo sviluppo. Dai verdi terreni della sua capitale, Kigali, spuntano come funghi gli uffici delle agenzie di cooperazione.

 

 

Paul Kagame, presidente del Rwanda.

 

 

Il rovescio della medaglia
Tuttavia, coloro che si adoperano per aiutare economicamente il Rwanda si trovano di fronte a un dilemma. Per quanto il Rwanda abbia registrato progressi impressionanti sul fronte economico, il suo prestigio esce offuscato da un'analisi dei diritti umani. Gli oppositori interni del signor Kagame hanno la triste abitudine di venire o imprigionati o assassinati, anche una volta che sono fuggiti in esilio.

Un'altra macchia è stata la destabilizzazione operata dal Rwanda sulla Repubblica democratica del Congo (Rdc) alla fine del 1990 dopo che le truppe rwandesi hanno invaso il Congo per fermare le incursioni transfrontaliere da parte delle forze del precedente governo. La violenza che ne è seguita ha portato a più di cinque milioni di morti e ha contribuito alla disgregazione della Rdc. La paura di Paul Kagame corre così profonda che anche nelle bettole di periferia di Kigali le persone gettano uno sguardo a destra e a sinistra, e rilasciano le loro voci in un sussurro, quando osano esprimere un parere su di lui. Con quasi nessuna opposizione, e nessun successore credibile, il signor Kagame ha recentemente vinto in modo schiacciante ricevendo un mandato per modificare la costituzione che gli permetterà di correre per un terzo incarico nel 2017 (e altri due successivi cioè, potenzialmente, fino al 2034, quando avrà 76 anni).

Il dilemma di fronte al quale l'Occidente si confronta è se mantenere gli aiuti economici a un governo con derive autoritarie, con scarso riguardo per i diritti umani e un'adesione più che altro di facciata ai princìpi democratici. Tra gli operatori umanitari e di sviluppo a Kigali esiste un consenso diffuso che tali aiuti dovrebbero continuare; e questo perché in ben pochi altri paesi i fondi devoluti alla lotta alla povertà vengono effettivamente utilizzati così efficacemente come in Rwanda. Queste considerazioni sollevano anche dubbi sull'opportunità di premere su Paul Kagame perché non si presenti per le elezioni presidenziali del 2017.

Eppure, a parte le flosce dichiarazioni di disapprovazione (gli Stati Uniti si sono detti «delusi» dalla sua decisione) provenienti da alcuni Paesi, molti diplomatici si interrogano privatamente se qualcun altro al posto di Kagame sarebbe in grado di tenere insieme il paese. Gli stessi diplomatoci citano il suo vicino Burundi, che sta scivolando verso una guerra civile già segnata da massacri etnici. Senza la mano ferma del signor Kagame, sostengono, il miracolo operato in Rwanda potrebbe rapidamente convertirsi in un disastro.

 

 

La foto simbolo del genocidio
Un giovane hutu con le cicatrici delle ferite inferte a colpi di machete da miliziani della sua stessa etnia, che lo avevano sospettato di simpatizzare per il tutsi. La foto, scattata in un ospedale della Croce Rossa nel 1994, valse al suo autore, James Nachtwey, il World Press Photo Award.

 

Le armi del genocidio. I machete usati per il massacro dei tutsi. Foto di James Nachtwey, Rwanda 1994
 

 

Una lettera da Kigali
Il testo che avete appena letto, pubblicato dall'Economist lo scorso mese di marzo ci è stato inviato da Massimiliano Pedretti, che l'ha tradotto per noi. «È un articolo sensato ed equilibrato che ben descrive la situazione del Paese in cui vivo da ormai due anni», ci ha scritto nell'email che lo accompagnava.

Massimiliano, 51 anni, da 18 vive in Africa, dove ha iniziato a lavorare come cooperante per diverse ong fino a diventare funzionario dell'Unione europea. Dice di essere uno «sherpa», uno di quelli che preparano documenti discorsi e lettere ufficiali e si smazzano le discussioni interminabili con i funzionari governativi ma restano sempre dietro le quinte. Ma non è forse dal backstage che si vede e si capisce di più che dal palco? «Ho fatto tutta la trafila dalla prima linea. Ne ho viste di ogni, come molti che fanno questo lavoro. Ora me ne sto dietro una scrivania a fare quello che gli anglosassoni chiamano “paperwork" e riunioni interminabili: ho cominciato partecipando a piccoli progetti di sviluppo in villaggi remoti della Tanzania, poi nella Repubblica Centroafricana con incarichi sempre più impegnativi, poi consulenze nella Repubblica democratica del Congo, in diversi campi della cooperazione, poi breve esperienze in Marocco e Albania (gestione del ritorno degli immigrati clandestini) per approdare infine all'Unione Europea come parte del personale delle Delegazioni addetto alla gestione dei finanziamenti Ue per Paesi in via di sviluppo». Sono seguiti cinque anni in Sud Sudan dove Massimiliano si è occupato di sviluppo agricolo e sicurezza alimentare. In Rwanda si occupa dei finanziamenti per le infrastrutture e di energia. Abita a Kigali (Rwanda).

 

Massimiliano Pedretti

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