Sahrawi, circondati dal muro dell’indifferenza

003  Sahrawi. Foto di Bruno ZanzotteraJPG

 

 

Il 31 maggio scorso è morto Mohamed Abdelaziz, presidente della Repubblica araba sahrawi democratica (Rasd), uno Stato che non c’è, costituito il 27 febbraio 1976, il giorno dopo il ritiro della Spagna dai territori del Sahara Occidentale. Da quarant'anni gran parte dei sahrawi vive nei campi profughi dell’Algeria. Questo reportage, rappresenta plasticamente la drammatica situazione di un popolo del tutto dipendente dagli aiuti umanitari. Pubblicato da Missione Oggi nell’aprile 2010, conserva tutta la sua attualità.

 

 

testo di Anna Pozzi – foto di Bruno Zanzottera/Parallelozero

 

 

«Non possiamo continuare così; siamo a un punto morto, dobbiamo reagire». Il comandante Mohamed Fadil è molto gentile e altrettanto fermo. Le sue parole pronunciate qui fanno un certo effetto. C’è voluto un giorno di viaggio per avvicinarsi, sferzati da un vento di sabbia che lasciava a malapena intuire la pista. Partenza all’alba da Smara, uno dei campi profughi sahrawi costruiti in fondo al deserto algerino. Arrivo in serata a Tifariti, nella cosiddetta zona «liberata», una striscia di deserto tra Marocco e Mauritania, con qualche presidio militare e pochi gruppi di beduini nomadi. E poi di nuovo in fuoristrada per raggiungere con il comandante Fadil, responsabile dell’osservazione e dello sminamento, quello che i sahrawi chiamano il «muro della vergogna»: 2.700 chilometri di pietre, terra e sabbia, che da quasi 35 anni divide una terra (il Sahara Occidentale) dal suo popolo (quello sahrawi). È l’esito di un pasticcio della decolonizzazione spagnola e di sedicenti rivendicazioni storiche marocchine. Ma è anche lo scenario di una delle tante «guerre dimenticate», che nasconde precisi interessi economici: nel caso del Sahara Occidentale, si chiamano principalmente fosfati (composti chimici con diverse applicazioni industriali, di cui il Marocco è il terzo produttore mondiale) e pesce (il suo mare è tra i più pescosi dell’Africa).

Vista dal muro, questa situazione stagnante sa di scandalo e di beffa. Lo scandalo dell’indifferenza della comunità internazionale, che somiglia sempre più alla presa in giro di un popolo che per tre decenni ha fatto e continua a fare un lungo esercizio di pazienza, avendo scelto la via della pace e della legalità. «Ma anche alla pazienza c’è un limite», commenta il comandante Fadil. «Ciò che noi vogliamo è liberare il nostro stesso paese».

 

 

143  Sahrawi. Foto di Bruno ZanzotteraJPG

 

 

Cumuli paralleli
Il muro è il segno più visibile e tangibile di questa libertà negata. È lì a testimoniare non solo la netta opposizione del Marocco all’indipendenza del Sahara Occidentale, ma anche il silenzio complice del resto del mondo, che sino a oggi non ha messo in campo le pressioni politiche necessarie per risolvere pacificamente la questione. E allora il muro della vergogna, che corre come una ferita nel deserto sahariano, è anche il simbolo più evidente di una sconfitta: della comunità internazionale, ma anche di una legittima causa di diritto, giustizia e libertà.

Il comandante Fadil ripercorre le molteplici fasi della costruzione del muro, negli anni Ottanta. E intanto mostra le diverse costruzioni. Quello del Sahara Occidentale è un «muro di muri»: quattro, cinque, talvolta sei cumuli di terra paralleli, alti poche spanne, ma invalicabili, disseminati come sono di più cinque milioni di mine antiuomo, e presidiati da almeno 160 mila militari marocchini.

Nella zona cosiddetta «liberata», è possibile raggiungere il muro e percorrerlo per qualche chilometro. I marocchini si sono ritirati sulle creste delle montagne poco distanti. Il comandante assicura che questa zona è stata completamente bonificata, ma il vento forte del giorno prima ha fatto riemergere due mine, ancora perfettamente funzionanti, che più tardi verranno fatte esplodere. Non è raro, ancora oggi, che i beduini del deserto incorrano in incidenti provocati da questi ordigni micidiali (molti dei quali prodotti in Italia). Lungo la pista vengono talvolta segnalati da cumuli di pietre. Tanti piccoli segni di un conflitto che, nonostante il cessate-il-fuoco, è lontano dall’essere risolto.

 

 

086  Sahrawi. Foto di Bruno Zanzottera

 

 

«Nel 1976», racconta il comandante Fadil, «sono scappato dall’occupazione marocchina, quand’ero ancora un ragazzo, e sono andato direttamente a combattere con i miei amici, nelle fila dell’esercito sahrawi». La sua famiglia sta nei campi, insieme a migliaia di altre persone, fuggite dai bombardamenti marocchini. Oggi riesce a vederla ogni due mesi. In passato poteva passare anche un anno. È la storia di molte famiglie, specialmente di quelle divise dal muro. L’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Acnur) cerca di favorire le visite familiari, che rappresentano ancora oggi un vero e proprio evento. Come in questa abitazione di Smara, il cui cortile è gremito di gente, specialmente donne, ricoperte dai loro veli coloratissimi. Il colpo d’occhio è allegro e festoso. Per l’occasione è stato ingaggiato un cantante, noleggiati generatore e casse, ma solo per un’ora, perché qui tutto costa troppo. La circostanza, però, è davvero speciale e merita tutti gli sforzi possibili: i due pezzi di famiglia non si incontravano dal 1976. Ci sono nuove generazioni che neppure si conoscevano. Molti sono nati nei campi, a pochi chilometri dalla città algerina di Tindouf.

In questa distesa di deserto, d’altronde, vive quasi la metà dei sahrawi, distribuiti in campi profughi che hanno preso il nome delle cittadine abbandonate nella zona occupata: El Aiun, Smara, Raboni, Auserd, Dakhla... Duecentomila persone circa, lasciate lì in mezzo al nulla, totalmente dipendenti dagli aiuti umanitari internazionali.

Il comandante Adb Hai, responsabile della seconda regione militare, ci accoglie nel suo ufficio, a circa un’ora di macchina dal muro. Ovviamente davanti a un tè, che qui rappresenta il rito imprescindibile di ogni incontro. Racconta di come la seconda regione militare sia stata la colonna vertebrale dell’esercito sahrawi durante la guerra.

Un conflitto cominciato nel 1976 e terminato nel 1991, con la firma dell’accordo di cessate-il- fuoco. «Ancora oggi», sintetizza l’ufficiale, «abbiamo duemila soldati in zona e molti altri pronti a unirsi a noi per combattere. Noi vogliamo una soluzione giusta e pacifica, ma siamo pronti anche a tornare alle armi».
Anche il comandante della scuola militare dove si addestrano le nuove reclute, Mohamed Salim Adbullah, è sicuro che non si possa andare avanti così: «È una situazione di stallo insostenibile: non c’è pace, non c’è guerra. E non c’è abbastanza pressione internazionale perché questa situazione si sblocchi. Noi non vogliamo la guerra, ma la prepariamo».

 

 

154  Sahrawi. Foto di Bruno ZanzotteraJPG

 

 

Risultati faticosi
Se l’opzione militare non è mai stata scartata del tutto, è certamente la via della pace e del negoziato quella che i sahrawi hanno perseguito in tutti questi anni. Omar Bouzid Mih, rappresentante della Repubblica sahrawi in Italia, tornato nei campi in occasione della Sahara Marathon dello scorso 22 febbraio, è più diplomatico. Sa bene che quella dei sahrawi è innanzitutto una causa di giustizia e legalità. Non solo: «Anche da un punto di vista geopolitico», spiega, «dovrebbe essere nell’interesse del mondo sostenere un esperimento democratico come quello della Repubblica sahrawi in una regione, come quella sahariana, a forte rischio di terrorismo. In tutti questi anni abbiamo dimostrato non solo di essere un popolo che ama la pace, ma anche di essere un movimento fatto di attivisti “laici” e di moltissime donne. Un’eccezione positiva, in un’area dove si sta imponendo il fondamentalismo islamico».

Tuttavia, di questo incessante e minuzioso lavoro politico e diplomatico si faticano a vedere i risultati. Lo ammette lo stesso numero due della missione delle Nazioni Unite per l’organizzazione di un referendum nel Sahara Occidentale (Minurso), Jacky Allavena, di stanza a Tindouf, nell’ufficio di collegamento. «È un processo fatto di piccoli passi in avanti, a volte impercettibili, ma che non vanno ignorati. Poi, è vero, talvolta ci sono anche dei passi indietro. Ma l’importante è che le due parti continuino a discutere, e noi siamo qui per cercare di favorire questo dialogo».

Di per sé la missione Onu avrebbe anche lo scopo specifico di organizzare il referendum per permettere ai sahrawi di decidere del proprio futuro e di quello della propria terra. Ma su questo punto il Marocco continua a tergiversare. Intanto, però, il governo sahrawi chiede al Consiglio di sicurezza Onu – che a fine aprile dovrà rinnovare per l’ennesima volta il mandato della Minurso – di inserire tra i suoi compiti, oltre al monitoraggio del cessate-il-fuoco, anche la sorveglianza del rispetto dei diritti umani nelle regioni «occupate». Una questione «sensibile» per il Marocco, «cruciale» per i sahrawi. Il recente sciopero della fame dell’attivista Haminatou Haidar ha portato all’attenzione dei media occidentali i frequenti casi di violenze, arresti e torture nel Sahara Occidentale. Un piccolo spiraglio di attenzione, nel grande nulla del silenzio internazionale.

 

 

014  Sahrawi. Foto di Bruno Zanzottera

 

 

Tortura, pratica abituale
Bouamoud viene dalla città di El Aiun, nella zona «occupata». Racconta che, da parte della polizia marocchina, le retate, la soppressione violenta delle manifestazioni di protesta dei sahrawi, gli arresti e le violenze sono pratiche frequenti e comuni. Lui stesso ne è un esempio. Ora si trova nel campo di Raboni, dopo essersi fatto curare in Algeria, ospite dell’Associazione delle famiglie dei presunti spariti sahrawi. Secondo il suo presidente, Abdeslam Omar Lahsen, ci sarebbero ancora oggi almeno 500 casi di persone scomparse. Bouamoud ha rischiato di fare la stessa fine. «In seguito a una manifestazione di protesta dei sahrawi», racconta, «polizia, esercito e altre forze dell’ordine marocchine hanno fatto irruzione in diverse abitazioni. Anche in quella della mia famiglia».

Bouamoud abbassa gli occhi, ma non smette di raccontare: parla dello stupro, davanti a lui, della madre e della sorella. Parla delle violenze e delle torture che gli sono state inflitte, legato mani e piedi e sospeso in aria. E poi, con gli occhi lucidi di lacrime, della violenza sessuale che lui stesso ha subìto, ripetutamente, con un bastone, prima di essere sbattuto nella cosiddetta «prigione nera», di cui ci mostra le foto: una specie di girone infernale, dove le persone sono ammassate l’una sopra all’altra.

Ora aspetta di stare un po’ meglio, per tornare dalla zona «liberata» nel Sahara Occidentale. «So che rischio di finire di nuovo in prigione», ammette, «ma devo tornare, perché sono il figlio maggiore e ho delle responsabilità nei confronti della mia famiglia. Non posso negare, però, che temo per quanto potrebbe capitarmi di nuovo». Bouamoud si prepara a compiere un lungo viaggio per tornare a El Aiun. Il muro lo costringe a passare per la Mauritania e a risalire lungo la costa. Ma oggi questa barriera non rappresenta solo un luogo fisico di divisione di una terra dalla sua gente. È anche il «muro dell’indifferenza»: quella del resto del mondo per le sorti del piccolo popolo sahrawi.

 

 

Mohamed Abdelaziz, presidente della Repubblica araba saharawi, con la sua scorta. Foto di Bruno Zanzottera.

 

 

Totale dipendenza dalla solidarietà internazionale
Il nostro popolo vive una situazione di sofferenza e oppressione, ovunque esso sia. Attualmente una parte si trova nei campi profughi, un’altra vive all’estero, un’altra ancora è rimasta nella zona occupata». Mohamed Abdelaziz, 63 anni, è presidente del- la Repubblica araba sahrawi democratica (Rasd), fondata il 27 febbraio 1976, il giorno dopo il ritiro della Spagna dai territori del Sahara Occidentale. Ma la fine del dominio coloniale spagnolo ha coinciso con l’occupazione marocchina, che ha invaso il territorio sahrawi, considerato storicamente e geograficamente parte del grande Maghreb. Di
fatto oggi il Sahara Occidentale è l’ultimo territorio del continente africano ancora in attesa di decolonizzazione.

E così la Repubblica saharawi è nata in esilio, dov’è tuttora. Un governo senza stato, un popolo senza terra. Il presidente Abdelaziz (tra i fondatori del Movimento nazionale di liberazione sahrawi e quindi del Fronte Polisario, di cui è segretario generale) vive da profugo nel campo di Raboni, come gran parte del suo popolo. Ma nonostante le difficoltà e le sofferenze, continua a sostenere la via diplomatica e non violenta. «L’ultimo incontro informale di negoziati, che si è tenuto vicino a New York il 10-11 febbraio, è stato complessivamente positivo. E i negoziati ufficiali proseguono: la cosa fondamentale è che si continui a parlare con franchezza, anche delle questioni più spinose, come il consolidamento del muro da parte del Marocco, il referendum o la violazione dei diritti umani nelle zone occupate...».

 

 

Mohamed Abdelaziz. Non si conosce l'autore della foto

 

 

La privazione più grande
Intanto, però, anche la situazione nei campi non è delle più facili. Nonostante strutture e infrastrutture siano notevolmente migliorate nel corso degli anni, qui manca tutto. Specialmente l’acqua. Circa 200 mila persone sono quasi totalmente dipendenti dagli aiuti internazionali, a meno che le famiglie non abbiano parenti in Europa che inviano loro qualcosa. Ci sono un ospedale nazionale, uno regionale, vari consultori. Ma sono disponibili complessivamente solo otto medici e pochissime attrezzature. La mortalità infantile è ancora molto alta, così come molto diffusi sono i problemi legati alla gravidanza e al parto. Per non parlare della malnutrizione (o della cattiva nutrizione) specialmente infantile, dovuta a una dieta monotona e non equilibrata. La lista degli alimenti distribuiti dall’Acnur è sostanzialmente sempre la stessa da molti anni; solo grazie al baratto e all’apertura di alcuni negozietti la gente riesce a variare un po’. Ma frutta e verdura restano un privilegio: ciò che viene coltivato negli orti regionali è sostanzialmente destinato agli ospedali o alle famiglie più vulnerabili.

«Viviamo in una situazione di grave privazione», riepiloga il presidente. «Siamo costretti a vivere in condizioni molto difficili, dipendendo dagli aiuti umanitari. Ma la privazione più grande è quella della nostra libertà: libertà di vivere nella nostra terra e di scegliere il nostro destino. Scopo fondamentale della nostra lotta è la riconquista di questa libertà».

A questo proposito l’obiettivo che rimane sullo sfondo, drammaticamente disatteso sinora, è il referendum per l’autodeterminazione del Sahara Occidentale. Referendum per il quale è stata creata un’apposita missione Onu, ma che per il momento sembra un’ipotesi molto lontana. Eppure, anche l’annoso problema delle liste degli aventi diritto al voto dovrebbe essere risolto. Le liste ci sono, dicono alla Minurso, ciò che manca è la volontà politica – specialmente del Marocco e di tutti i suoi alleati, Francia in testa – di realizzarlo.

«Chiediamo da anni un referendum giusto e trasparente», conclude il presidente. «Questo permetterebbe al popolo sahrawi di esprimersi liberamente. Lo abbiamo fatto in modo pacifico. E continueremo a farlo. Anche se l’opzione armata non è stata del tutto abbandonata. Confidiamo, però, nel sostegno della comunità internazionale, perché quella dei sahrawi è una causa giusta, di libertà e legalità».

 

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