San Bonico, la Medjugorje sul Po

SB15Testo di Ivano Sartori - foto di Filippo Tosi

Arriviamo troppo presto. Tanto presto da riuscire a parcheggiare a due passi dalla Madonna. Lo spazio è esiguo, un anziano mi aiuta a ottimizzarlo. Vorrà la mancia? Macché. Non vuole proprio nulla. È il primo di una schiera di disinteressati. Posteggiatori, annunciatori di messaggi mariani, muezzin della preghiera e pure lui, il veggente dal programmatico nome di Celeste. All’apparenza, nessuno ricava un centesimo dalla Madonna della Notte, le cui seriali apparizioni vanno in onda ogni giovedì attorno alle 20,30, l’ora dei telegiornali, implacabili come puntate di una telenovela iniziata nel luglio 2004.

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Solo la Madonna vuole qualcosa e quel che vuole lo manda a dire nei suoi messaggi, biascicati dalla voce di Celeste che si accascia in trance dopo averli captati e si rialza sorretto da due giovanotti. Sembra un ottantenne quando risorge e gli ci vorrà mezz’ora per riacquistare il pieno possesso dei suoi cinquant’anni o giù di lì. I messaggi amplificati dagli altoparlanti, saranno poi ripetuti da una sua assistente con spiccato accento piacentino. Inevitabile, dato che lo psicodramma religioso va in scena a San Bonico, località tutt’altro che appariscente alle porti di Piacenza, là dove finiscono i capannoni delle lottizzazioni e cominciano i filari di gelsi, là dove ancora osano (ma fino a quando?) i trattori con gli aratri. Succede in un prato che, come il resto della terra attorno e la villa a due passi, appartiene ai Lodigiani.

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«Quelli delle dighe e dell’Acqua Marcia, sa? Oooh lui è morto da tempo, ma sua moglie è ancora viva e ha 103 anni, pensi un po’», dice uno del posto portandosi la mano al cappello per significare che qui non appena raschi il reale affiora il soprannaturale. Eh sì, è un vero miracolo che l’aratro tenga testa alla ruspa e la vedova Lodigiani resista alla Grande Falciatrice. Fin che la signora camperà, i discepoli di Celeste potranno starsene tranquilli in questo lembo di campagna incalzato dalla speculazione edilizia. Gli adoratori della Madonna che appare all’imbrunire potranno continuare a salmodiare al suo indirizzo con cantilena da mantra: «Ti chiedo perdono per coloro che non credono, che non ti adorano, non sperano e non ti amano». Con l’accento ben calcato sul «non». Con melodiosa vena polemica, come se i miscredenti, infrattati tra i fedeli, fossero in ascolto. Si sussurra di poliziotti in incognito, di spioni della Curia e dei soliti giornalisti.

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Un devoto con competenze contadine sta spiegando a un altro che bisognerà sfrondare il gelso-altare su cui troneggia la piccola statua della Madonna della Notte, con i rami bardati di immagini sacre, teche di cuori, ex voto, rosari, illuminato alla base del tronco da decine di ceri. Poteranno per arrestare la processionaria, che non è una sfilata devozionale ma un temibile parassita. La manutenzione del campo dei miracoli come la potatura del gelso sono opere di volontariato. «Ognuno di noi fa qualcosa», spiega il contadino. Gratis. Capita di rado di trovarsi in un ambiente di Chiesa dove la pecunia puzzi fino a tal punto e sia ancora considerata sterco del demonio. Scopriremo anche che non si accettano offerte e di rosari e di immagini votive se ne distribuiscono fin che ce n’è. Sempre gratis. Alla fine dell’operazione, che terminerà dieci minuti alle dieci, la severa conduttrice avvertirà per l’ennesima volta: «A chi vi dovesse chiedere soldi, mandateli a quel paese». Parole rustiche in guanto ruvido che potano come un secco colpo di cesoie il sospetto dell’ennesima vendita di indulgenze. Perlomeno qui e ora.

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È troppo presto, non abbiamo cenato per arrivare prima che diluvi la folla. Sul prato ci sono solo uno che recita il rosario al microfono e sparuti gruppi che gli fanno eco. Come band di supporto a un concerto, per scaldare il pubblico impaziente in attesa della star. Sono le sette e mezza e abbiamo fame. Non ci sono rivenditori di panini e camion con la porchetta né tutte quelle attrazioni da big carnival che ci aspettavamo e si aggrumano di solito attorno agli eventi, non importa se sacri o profani. E ciò va a onore della ferrea volontà di Celeste e del suo cerchio magico di tenere i mercanti lontano dal tempio, nonostante lui sia un venditore di fiori al mercato, e lo spirito separato dalle tentazioni. Comprese quelle per le carni commestibili. La fame va comunque placata. A stomaco pieno si è pure più inclini a credere all’incredibile.

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Tre chilometri più in là avevamo avvistato una pizzeria con uno sterminio di tavoli. Ci andiamo. A servirci si alternano tre ragazze carine che alle nostre domande sulla Madonna ci guardano quasi di traverso. Fanno le evasive e dicono di averne solo sentito parlare. Non si sono mai prese la briga di coprire il breve tratto di strada che separa le fiamme del loro forno a legna dalle fiammelle ai piedi del gelso. La mancanza di curiosità è una gran brutta bestia, a volte persino peggio della credulità. Eppure, sul prato delle apparizioni, vedremo tanti giovani dai venti ai trenta, ragazzi e ragazze, facce normali, nessuno stravolto dal fanatismo. Venuti di loro spontanea volontà. Solo i bambini sono trascinati da nonni e genitori e non è uno spettacolo edificante vedere le superstizioni dei grandi ricadere sui piccoli.

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Frustrati dall’abulia delle pizzaiole, ripieghiamo sull’ordinazione: Due Margherite (4,50 euro l’una), due birre medie, due caffè, due sambuche con la mosca, cioè con il chicco di caffè, produrranno un esborso complessivo di 29 euro. Il posto è fuori mano, ma i prezzi sono da centro storico. Che sia uno straordinario afflusso di clienti provocato dalla vicinanza della Madonna della Notte a far lievitare i prezzi? Chiediamo se masse di pellegrini si riversino a quelle tavole apparecchiate. La domanda, si sa, fa lievitare i prezzi. «Mah, sì… qualcuno», è la laconica risposta. Non riusciamo a cavare di più dalle Tre Grazie fanciulle.

Torniamo sui nostri passi. La strada verso il luogo santo è ormai percorsa da colonne di credenti muniti di seggiolini da picnic. Dobbiamo parcheggiare l’auto molto più lontano di prima. Facciamo la strada insieme ai fedeli. Abbordo una biondina sui cinquanta e rotti. Insieme alla sorella, rossa di capelli e più paffuta, viene da un paese della bassa collina parmense. Ci chiedono conto della mia curiosità e della macchina fotografica di Filippo, arnesi da cui trapelerebbe il nostro scetticismo in materia di prodigi. «Se siete qui per fotografare la Madonna, sappiate che non è possibile». È vietato? «No, solo Celeste può vederla». Spunta un po’ di ironia. «Uno della sua età che non crede?», fa la biondina con rimprovero bonario. Ma sta al gioco della curiosità. Non risponde da invasata.

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La biondina dice cose sentite quarant’anni fa, da ragazzi che non lo sono più, da innocenti studenti di Gioventù studentesca diventati poi scafati adulti in Comunione e liberazione. Parla di ricerca di se stessi, di abbandono alla fede senza porsi domande troppo razionali, dice che ognuno di noi ha bisogno di qualcosa e che non c’è da vergognarsi a chiedere. Non oso domandarle quali siano i desiderata suoi e della sorella. Se spirituali o materiali. Se siano qui per ringraziare di aver ottenuto o se stiano tuttora invocando. C’è ancora troppa luce del giorno per rivolgere domande scabrose a una signora appena incontrata. Aspetto che la notte veli pensieri, illazioni e intuizioni.

Il prato è gremito di gente, quasi al culmine della sua capienza. Trecento persone almeno che saliranno nel giro di poco a quattro-cinquecento e ingombreranno anche la strada. Il rosario è un coro. Le preghiere sono scandite da invocazioni che fanno capire qualcosa dei sentimenti e delle aspettative degli oranti. Invocano una Chiesa con «santi sacerdoti» e la protezione di Padre Pio. Centinaia di Ave Maria, ma l’«ave», il saluto romano dell’incipit è stato rielaborato: «Ti saluto, ti amo e ti ringrazio, Maria piena di grazia, il Signore è con te eccetera».

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La scena buia ha un che di pagano. Senza didascalia, potrebbe essere la foto di un celebrante neo-druido attorniato dai fedeli. Con i gelsi al posto dei menhir. Sulle chiome degli alberi si alza una luna perfettamente rotonda e rosea. La serata si avvicina al climax. Le preghiere si fanno più intense. Penso a Wittgenstein: «Pregare è pensare al senso della vita». A che cosa staranno pensando gli accoliti di Celeste? Penso a Kierkegaard: «Gli antichi dicevano che pregare è respirare. È evidente quanto sia sciocco voler parlare di un “perché”. Perché io respiro? Perché altrimenti morrei. Così con la preghiera».

I flash dei cellulari, il baluginare dei display, i registratori infilati nelle trombe dell’altoparlante mi fanno ripiombare su pensieri più terra terra. Celeste sembra infastidito da tanto superficiale materialismo, dalla pretesa predatoria di portarsi a casa il souvenir dell’apparizione: «La luce è scesa su di noi, siamo tutti illuminati perché siamo tutti avvolti dal bagliore della Madonna, se ci fossero anche un po’ meno flash… grazie». Filippo non userà mai il flash e non inquadrerà mai Celeste. In materia di rispetto delle credenze altrui, l’agnostico non ha nulla da imparare e sa dove arrestarsi. Le abitudini apprese dalla moda kitsch di certe cerimonie mondane, dai matrimoni ai funerali, contagia invece il santo raduno. «Un bell’applauso alla Madonna», esorterà la conduttrice di turno alla fine dell’apparizione. E il battimani sciaguratamente scroscerà.

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Bazzico gli immediati dintorni del gelso per raccogliere testimonianze. Parlo con un signore anziano che pare il custode del luogo e mi racconta di un suo incidente in macchina. Pauroso. Avrebbe potuto essere mortale, ma lui e la figlia ne sono usciti indenni. «E stato un miracolo», gli ha detto uno dei soccorritori. E quelle parole sono state per lui una rivelazione. Mi snocciola molti altri miracoli accaduti nella zona. Molti i bambini inspiegabilmente guariti da malattie implacabili. Uno persino da un tumore. Le solite ingiustizie divine, azzarda la metà atea del mio cervello, guarigioni come estrazioni del lotto. Tiro via in cerca di miracoli meno impegnativi. Più che un miracolo trovo una richiesta non ancora esaudita. Due donne e una bimba a una spanna dal sacro tronco. Mamma, figlia e nipotina. Diciamo dai cinquanta ai dieci passando per i trenta. La nonna stringe un incartamento tra le dita nervose. Confabula con la figlia. «Bisognerebbe appenderlo a testa in giù», dice quest’ultima indicando un ramo dell’albero. L’altra ridacchia. Scatta la domanda. Chi volete impiccare. «Un certo giudice». Mi dicono anche il nome. Quella che la bella e magra signora tormenta con le sue affusolate mani, in busta di plastica trasparente uso ufficio, è copia di una «vergognosa» sentenza che la riguarda. Sento odore di toghe atee. Urge indagare.

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Per che cosa è stata condannata, signora? «Io e mia sorella abbiamo ereditato una casa, lei ha comprato anche la mia parte, le spese per il rogito sarebbero toccate a lei, ma il giudice ha deciso che pagassimo entrambe: tremila euro a testa». E non è giusto? «No che non lo è, è sempre chi compra a dover pagare». Che cosa potrà fare per lei la madonna della Notte? «Aiutarmi nel ricorso». Ma stiamo parlando male di sua sorella, davanti alla Madre di Dio, non le sembra poco cristiano? Lei fa una smorfia. È dura conciliare la giustizia terrena con quella divina. E la figlia, oltre a sostenere la sua battaglia, perché è qui? Soffre pene d’amore. Ci sono di mezzo due uomini. E lei non sa scegliere? «No, sono loro che devono decidersi». Sarà per via dell’atmosfera, ma mi viene di buttare lì un consiglio: li lasci perdere entrambi, sta perdendo tempo, si guardi attorno, magari tra tutta questa gente con cui ha affinità elettive potrebbe trovare la sua anima gemella. Il suo sorriso di rimando vale un «perché no?». Ci stringiamo le mani. Io ho la mia storia, loro hanno incassato un augurio. Alla piccina non ho chiesto nulla, neanche della scuola e dei voti. Se no avrei dovuto dirle, aiutati che il ciel ti aiuta, studia e ti troverai contenta.

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Terminata la messinscena dell’apparizione propriamente detta, iniziano le cerimonie di congedo e la lettura dei comunicati della Madonna. L’annunciatrice legge il numero 476 del 22 agosto (nel frattempo è uscito il 477), quello di questa sera, e fa sapere che dal 19 agosto Celeste può chiamare direttamente la Madonna una volta al mese. Proprio quel giorno ha inaugurato la linea diretta da Teruzzi, località vicino a Morfasso, montagna piacentina. La speaker precisa che la Madonna gli è apparsa accompagnata dai «tre soliti angeli». Chi vuol saperne di più, può leggersi  i testi integrali riportati alla fine di questo reportage e ripresi dal sito della Madonna della Notte. Anche i presenti sono invitati a visitare il sito.

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Le udienze di Celeste post-apparizione sono molto spicce, devoti e postulanti vengono sbrigati in fretta, sia perché sono tanti sia perché il veggente manifesta segni di stanchezza. C’è chi lo abbraccia e basta, chi gli sussurra ringraziamenti o implorazioni all’orecchio. Come un disk jockey di una radio, che si ricorda solo di qualcuno ma che tutti conoscono, lui tira via in fretta e sta sul generico: «Ah, sì, certo, com’è andata poi?». «Mah, ha fatto i raggi, pare stia meglio». «Ah, bene, bene, ciao ciao…». «Benedicimi». «Non sono nessuno, sono solo un tramite…». «Ma no, tu sei un sant’uomo». «Dai, dai…». Un trenta-quarantenne, uno che era già lì alle 19,30, tutto il tempo appoggiato alla canna della sua bici con il rosario made in China tra le mani, gli fa la domanda da un milione di euro: «Ce la faremo?». A vincere l’ostilità della Chiesa, intende. «Vedremo, ci proviamo, bisogna resistere». Le Curie di Piacenza e Parma hanno invitato i fedeli a non partecipare alle notturne adunate di Celeste.

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Anche se fa mostra di non vedermi e non mi rivolge sguardo, il veggente deve essersi accorto della mia presenza. Gli altri lo salutano, lo abbracciano, lo baciano e tolgono il disturbo, io gli gironzolo attorno, me ne sto lì a rasentargli la schiena e ad annusarlo senza profferire verbo al suo indirizzo. Chi sono, dunque? Lui non può abbassarsi a chiedermelo, i suoi pretoriani sono troppo timidi per farlo al posto suo. Celeste non conosce tutti i suoi, ma li riconosce al fiuto. Parlano il suo linguaggio, mentre questo qui che non lo abbraccia, non lo saluta, non gli chiede nulla, che gli sta alle costole con orecchie da Dumbo è di sicuro un intruso. In fondo non deve dispiacergli questa attenzione spicciola che fa lievitare l’interesse dei media. «Più i giornali parlano di noi, più il nostro numero cresce», mi spiega una habituée. Naturale. È perché ho letto Roberto Longoni sulla Gazzetta di Parma che sono qui. «Più i vescovi dicono di non venire e più i fedeli aumentano». E questo è già meno naturale. Ma i seguaci hanno la risposta pronta. «Ci vuole tempo perché gli alti prelati si accorgano dei loro errori». Uno cala l’asso. «È come con Padre Pio, l’hanno perseguitato per una vita, gli hanno impedito di celebrare messa e poi alla fine hanno dovuto farlo santo». Vuol dire che Celeste un giorno sarà innalzato alla gloria degli altari? Il furbo evita il trabocchetto: «Pensi a Bernadette, ai tre pastorelli di Fatima, neppure a loro volevano credere, ma il tempo e la fede gli hanno dato ragione». Come dire: noi teniamo duro, tireremo dritto, ma senza scontrarci con la Chiesa. Si dice che a Celeste, lo scorso dicembre, sia apparsa in una mano un’ostia dal nulla. Quella sera a San Bonico la devozione popolare ha avuto un’impennata.

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Sulla strada di casa ci fermiamo alla solita pizzeria per un bicchier d’acqua. Più per vedere se costa una cifra che per la sete. Arrivano anche la biondina e sua sorella. Due chiacchiere. Non si fa un passo avanti nei reciproci tentativi di conversione. E poi loro hanno fame, non tempo da perdere. C’è un tempo per pregare e un tempo per mangiare. Ci salutiamo. Saranno le sole a fermarsi su cinquecento pellegrini. Capisco perché le tre pizzaiole non impazziscano per la Madonna della Notte. Hanno mai pensato di intitolarle il locale? Né Celeste né le Curie potrebbero impedirlo. A questo punto mi pare sacrilego aggiungere, ma debbo farlo per dovere di cronaca, che il prezzo dell’acqua non è stato da capogiro. Ma era acqua in bottiglietta, da asporto, niente coperto.

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