Sognando ancora la California

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Testo e foto di Paolo Pernigotti

Ma dovevano costruirla proprio lì? Su quel saliscendi di colline che le case hanno bisogno di una suoletta per stare in piedi? Su quel ribollire di viscere, sotto terra, che un giorno o l'altro – si sa – esploderà mandando tutto all'aria? Su uno sfilaccio di costa che ha bisogno di due ponti da Meccano per non sentirsi un'isola, e che passa lunghe mattine in una nebbia da Valpadana? No, avrebbero potuto costruirla in qualsiasi altra parte d'America, ma sarebbe stata una qualunque Springfield, Minneapolis, Cincinnati. Non sarebbe stata l'incanto di San Francisco. Forse non sarebbe stata neppure - senza la sua vita in bilico - la patria di ogni nuova libertà. Il mito si paga.

Facce bianche, gialle, nere, facce perse, facce prese, facce sfaccendate, facce sfacciate: i suoi marciapiedi sono un affollato palcoscenico dove va in scena la diversità. No, va in scena la tolleranza, perché qui non c’è differenza che muova curiosità, tantomeno scalpore. Nel quartiere di Castro, una città nella città, è nato l’orgoglio gay quando in altri Stati c’era ancora il carcere per gli amori diversi; i cinesi erano ovunque musi gialli quando qui cresceva in pace la prima e più grande Chinatown del mondo; e in Columbus avenue, in una libreria (la City Lights Bookstore di Lawrence Ferlinghetti, ndr) che non ha mai perso la sua aria carbonara, è nata la Beat generation: la strada di Kerouac partiva da qui.

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I contrasti sono la sua anima: la più celebre prigione del mondo – Alcatraz – domina dal centro della baia la città più libera del mondo, casette vittoriane tutte legno e fronzoli hanno per sfondo un futuribile skyline di grattacieli aguzzi. Mondi diversi. Il tramonto non arriva ovunque alla stessa ora in questa città di montagne russe, strade sparate contro il cielo e poi giù, in picchiate da bruciare i freni: il sole splende ancora in cima alla collina e, due isolati più sotto, i lampioni già bucano la sera. Tenderloin, i marciapiedi di chi non ha niente, è appena dietro l’angolo dello shopping più sfavillante. Al 244 di Ellis street c’è la coda per un piatto di minestra: qualcuno ha un nastrino sulla giacca e una carrozzina al posto delle gambe, la conta delle rughe dice se è stata una bomba vietcong o una mina irachena. In mezzo, c'è qualche altro reduce: da Wall Street. Qui è la colazione, Tiffany cento metri più in là.

Da Union Square, cuore elegante e indaffarato della città, parte la funicolare di ogni film su San Francisco. Un giro in giostra che porta ai moli del Pier 39, ai suoi ristorantini di granchi alla brace e alla paccottiglia del Golden Bridge sotto la neve. Poi tre chilometri di ponte in bicicletta, per fermarsi a rimirarlo naso in su da Fort Point e sentirsi un po' James Stewart o Kim Novak in Vertigo; i tornanti di Lombard street, la strada più tortuosa e ripida del mondo, aggrappati al volante della Hertz giapponese; Haight, il quartiere degli hippies, da solcare a passi ciondolanti fra zaffate di marijuana, strimpelli di chitarra, e facciate vittoriane insolentite di lilla e d’azzurro. È la San Francisco più risaputa e obbligata, come le gallerie d’arte di Geary street, le strade italiane di North Beach, i murales di Mission, i grandi fotografi del Moma di qui – il Soma -,  le sette celeberrime case vittoriane di Alamo square, e le colline di Twin Peaks da cui godersi la cartolina della città, nebbia compresa. Ma c'è anche tutto ciò che si può incontrare a zonzo. Perché San Francisco, città da scarpe comode e bagaglio leggero, si svela e sorprende passo dopo passo, si rinnova così in fretta che non c’è guida turistica capace di starle alle costole.

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Oggi, ma forse è già ieri, un nuovo museo richiama i visitatori. È l’Accademia delle Scienze, nel Golden Gate Park, inaugurata alla fine del 2008 e firmata Renzo Piano. Per tetto ha un prato ondoso, costellato di oblò come l’astronave di Et e affollato di uccelli come una voliera. Una galleria trasparente fa da batiscafo in un acquario che è un pezzo di mare. È stato definito il museo più ecologico del mondo, un miracolo di ecosostenibilità. Sessantamila cellule fotovoltaiche lo fanno vivere di energia pulita, non richiede altra acqua che una pioggia ogni tanto, riscaldamento e illuminazione sono rigorosamente fai-da-te. Anche questa è libertà, libertà dai bisogni che stanno consumando il pianeta, e non meraviglia che una città come San Francisco abbia già fatto di questo edificio un suo nuovo simbolo.

Al suo interno ci sono un planetario, un museo di storia naturale e un acquario sul cui fondo si passeggia, in un tunnel di vetro come un grande batiscafo, circondati da coralli, squali e anguille giardiniere. Sorprende che uno non possa anche farci una nuotata, perché qui tutto è interattivo. E didattico. Molto americano. C’è una bacheca dove uno può lasciare le sue idee per salvare il mondo, e c'è un addetto a leggerle, non si sa mai. C'è una lavagna elettronica che vi fa i conti nel serbatoio e spiega che da San Francisco a Los Angeles consuma più benzina un Suv che un Jumbo. L’ideale sarebbe il cavallo, precisa. Una mensa imbandita ha la sorpresa sotto il piatto, come la poesia di Natale: si solleva la porzione di patatine fritte ed ecco stampato il verdetto calorico, ci si riprova con l’hot dog, e si va via sconsolati.

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Ancora più fresco di vernissage, il Walt Disney Family Museum, inaugurato nell’ottobre scorso negli spazi di una vecchia caserma (il quartiere-giardino si chiama Presidio) a mezz’ora di jogging dal Golden Bridge. L’ingresso sembra vietato ai minori di sessant’anni. I bambini non sono più di tre o quattro, i grandi tutti a caccia di ricordi nostalgici. E ce n’è anche per i più anziani: qui si parte da quando Topolino aveva le braghette corte ed era macilento come l'America di allora. Ma il museo è dedicato più a Walt Disney che alla sua allegra tribù di stelle a strisce. Racconta un uomo che si è fatto da sé: anche questo è molto americano. E didattico. All'uscita dal museo c'è un bar con torte da Nonna Papera e un mercatino di ninnoli da fiaba. Con pochi dollari si può comprare una tazzina rosa ornata di rose rosa: l'ultima meraviglia di Alice. Lo Stregatto è compreso nel sogno.

San Francisco è una penisola felice nell'America cicciona dei nostri giorni. La media dei suoi abitanti è taglia media. Qualcuno dice che ci sono molti gay e che i gay si guardano di più allo specchio. Poi il vicino di scrivania guarda il gay, si guarda la pancia, e si mette a dieta pure lui. Dipenderebbe da quello. E dipende da tutto questo se a ogni angolo di strada, fra la pubblicità di una palestra e un corso di yoga, c'è un'insegna che invita a mangiar bene e sano. Nuove parole d'ordine: organico, biodinamico, naturale.

Al Ferry Building, la vecchia stazione dei battelli, c'è un mercato del mangiar sano che è diventato un'attrazione turistica. Fuori bancarelle da piazza di paese alzano tende bianche all'ombra dei grattacieli: dall'orto alla metropoli. Dentro furoreggia il ritrovato gusto di un bancone da salumeria, il profumo di cibi che non hanno conosciuto pesticidi, refrigeratori e container. Molti cognomi sono italiani, e tanto basta a garantire più di qualsiasi timbro o certificato. La mortadella – biologica e forse anche ecocompatibile - viene da Oakland, ma chi la fa viene da Bologna. O ci veniva il nonno. E alla cassa c'è la fila.

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In California il salutismo non è una moda, è una fede. Star bene per star bene al mondo: così la cura di sé diventa la più raffinata forma di edonismo. Un esempio? Prima hanno imparato a fare il vino buono, ora vogliono farlo anche sano. E se il palato vuole la sua parte, Sonoma è una buona partenza per scoprire la regione a nord di San Francisco, terra di vini, di pinete, di oceano sugli scogli e tradizioni. I vigneti cominciano presto: a una trentina di miglia oltre il Ponte d'oro e la periferia sgargiante di Sausalito. L'ordine rigoroso dei filari inganna l'occhio in corsa con mutevoli geometrie, nei pascoli fra un vigneto e l'altro placide mucche nere ruminano inconsapevoli sotto cartelli che sono funesti presagi: carne da allevamento organico.

In un Paese dove la Storia è cronaca di ieri, Benzinger vanta una tradizione antica fra le aziende vinicole: è stata fondata nel 1980. Sulle etichette c'è scritto Cabernet, Sangiovese, Inferno: cambia la pronuncia, ma il gusto è proprio quello. E di quello buono. Gli enologi italiani hanno portato i segreti del mestiere e qui hanno imparato in fretta. Un trattore trascina il trenino dei turisti lungo i filari: una lavagnetta li attende in mezzo al campo. Alla lezioncina non si scappa. Dalla vite alla bottiglia, tutto secondo regole steineriane – spiegano. Niente chimica, solo pozioni naturali. Magari un po' magiche, come il corno di bue riempito di letame e messo sotto terra a fermentare che poi diventa una bomba da concimare tutt' un campo. A far fuori i passeri ci pensano appositi falchetti, gli acini non vengono spremuti ma fatti scoppiare con dolcezza, per il compostaggio solo frutta di San Francisco, che profuma di baia, e i barili sono costruiti come duecento anni fa. Quando qui, per la verità, andavano ancora a bourbon. Alla fine ci sono gli assaggi, e tanto di cappello a Steiner e ai falchetti.

Lasciamo Glen Ellen. La strada sale con ampie curve, fitti boschi di pini le fanno ombra, quasi buio. Siamo a 500 metri, ma sembra montagna quando un cartello indica il Jack London State Park. Il richiamo della terra portò qui lo scrittore, a concludere tristemente la sua vita tormentata. Dell'incendio che distrusse, con la nuova casa non ancora ultimata, anche il suo sogno di una vita finalmente serena, non più fra i libri ma fra i campi, rimangono pochi resti anneriti. E resta il cottage fra i vigneti in cui Jack London abitava con la moglie, oggi trasformato in museo. Sul grammofono gira un disco di Caruso, tutto è come se lo scrittore fosse appena uscito: sembra di indovinare l'impronta del suo corpaccione sul letto spiegazzato, un libro è ancora aperto, lì accanto. Le foto sulle pareti mostrano una faccia da contadino: assomiglia più a Martin Eden che a Jack London. Ma entrambi avrebbero voluto vivere lì la loro avventura.

Si ritrova l'oceano a Fort Bragg, il punto più lontano da San Francisco nel nostro viaggio alla scoperta di una California insolita: è a 180 miglia. Per gli oltranzisti del mangiar sano è la Mecca. Qui Cherie Soria, occhi vispi e berretto sbarazzino , ha aperto il suo tempio: il Living Light Culinary Arts Institute,  ristorante, ma sopratutto scuola – l'unica negli Stati Uniti – di cucina vegana e crudista. Significa niente carne e pesce, niente uova, niente latticini, niente cottura dei cibi. Ma lei vince la scommessa: riesce ugualmente a preparare piatti da leccarsi le dita – sono carne, si può? – garantendo esami del sangue da vivere cent'anni. Non necessariamente magri: l'abc dei suoi corsi è un piatto di spaghetti senza spaghetti ad alto tenore di arachidi. Ma è grasso per bene, assicura. La sua cattedra è un attrezzatissimo tavolo da cucina, i gesti sono da consumato prestigiatore, la sua assistente è silenziosa e sollecita, il viso immobile di una sacerdotessa guerriera. Arrivano qui per imparare da mezza America e anche da fuori, chi desidera solo un'infarinatura può frequentare un corso di un giorno, chi non si accontenta di un mordi e fuggi può restare un paio di settimane. Dipende dalla sua fame, di sapere.

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La strada del ritorno ha un nome che sa di Harley Davidson e di aria salmastra sulla faccia: Highway numero 1. Corre lungo il mare fino a San Francisco, affacciata su costoni di roccia a picco, brughiere, faraglioni e onde da surf, fra bianche casette di bambola dai tetti a scaglie scure, recinti di cavalli e camper on the road. Attraversa paesi di legno che sembrano set di vecchi film. A Mendocino ne hanno girati più di cinquanta, a cominciare da La valle dell'Eden. È un presepe della vecchia America, stupisce che i suoi abitanti non girino in costume. E' sulla foce del Big River, che si può risalire in canoa per otto miglia, pagaiando in mezzo ai boschi fino a un lago dove è bello nuotare.

Una pompa di benzina e quattro casette linde fanno un paese da queste parti: lungo la Highway i cartelli all'ingresso forniscono anche il numero degli abitanti.  È come entrare in famiglia: tutti bene?

A Point Arena tre chilometri di deviazione portano a un faro che è un monumento. Centoquarantacinque scalini, distrutto dal terremoto nel 1906, ricostruito due anni dopo, ancora in attesa di fondi per essere dipinto, offerta libera. Questo ed altro s'impara prima ancora d'aver preso fiato e girato gli occhi sul panorama: in cima alla lanterna è appostato un signore dai baffi autorevoli, ha una targhetta - docent - e la lezione comincia subito. Dimenticavamo: anche il faro è un museo.

Lo sembra persino il ristorante sul mare che incontriamo a Bodega Bay, prime spiagge dopo tanta roccia, ultima ora di macchina per San Francisco. Carlo Galazzo vi ha portato dall'Italia ricette di buon pesce, ma i clienti vengono sopratutto in cerca di brividi: qui Hitchcock ha girato Gli uccelli, come raccontano diffusamente le foto alle pareti. Nel market annesso si vendono cimeli. Tra un po' ci sarà una prioiezione. Sul bordo della terrazza è appollaiato un gabbiano: sarà un'impressione, ma ha uno sguardo strano.

Viaggio organizzato da Master Consulting per California Travel & Tourism Commission

 


 

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