San Pietroburgo 1, tranquilli: la città è piena di polizia

Una hostess dell'Aeroflot

 

 

di Paolo Nori

 

 

Sono partito, dopo cinque minuti mi sono accorto che avevo lasciato a casa i biglietti del treno sono tornato indietro intanto che tornavo intanto mi dicevo Te non vuoi mica, partire. Poi son ripartito sono arrivato in stazione ho trovato Carolina abbiam preso il treno, sul treno ho finito di leggere In una stanza e mezzo di Brodskij che domani forse l’andiamo poi a vedere, la stanza e mezzo di Brodskij, che hanno aperto un museo, nella casa in coabitazione dove vivevano.

Poi siamo arrivati a Milano a Milano abbiamo preso un altro treno siamo arrivati a Malpensa a Malpensa stavamo per partire eravamo già partiti, ma per il momento non c’era ancora niente, di Russia, nel viaggio, era come se partissimo per la Francia, o per il Messico, o per il Portogallo o per la Sardegna, per esempio. Poi al duty free ho comprato la grappa per il mio amico Al’bin davanti a me c’era una ragazza che ha comperato un paio di mutande di pizzo la commessa gliele ha messe dentro quelle buste di plastica dove metton le cose che comperi al duty free la ragazza le ha detto Ma me le devo mettere, e la commessa l’ha guardata le ha detto Senta, io le devo mettere dentro la busta, poi lei fa quello che vuole.

Poi prima di partire ho incontrato Elisabetta di Traversetolo che andava in Australia che eran vent’anni che non la vedevo. Poi abbiam preso un aereo Aeroflot e qui le hostess parlavano russo, almeno. Poi c’era un panino con un affettato che non saprei dire cos’era aveva un colore rosato come quello del vino rosato e non era buonissimo, alla fine. Poi intanto che andavamo mi sono chiesto Non era meglio stare a casa? Poi c’era una ragazza russa che nelle cappelliere aveva messo una pizza, dentro il cartone della pizza, proprio. Poi siamo scesi, abbiamo cambiato i soldi, siamo montati sull’autobus la nostra guida ci ha detto Grazie che con questa crisi che avete avete trovato i soldi per venire in vacanza da noi in Russia.

Poi ci ha detto che siamo i benvenuti di fare attenzione ai borseggiatori, soprattutto, ma di non preoccuparci che la città è piena di polizia che noi dalla polizia non abbiamo niente da temere che abbiamo la faccia da europei non abbiamo la faccia da uzbechi o qualcosa del genere. Poi ci ha detto di stare attenti che ci sono anche i drogati. Che io mi ricordo ho pensato Non era meglio stare a casa? E di non andare in piazza del fieno, ci ha detto, che è una piazza pericolosa che è piena di zingari, di armeni, di uzbechi, di gente che ti vendono del finto caviale che praticamente col sole diventa veleno se vuoi uccidere qualcuno quello è il regalo ideale, da fargli.

Poi ha detto di lasciare i nostri soldi in stanza nella cassetta di sicurezza di pagare con la carta di credito ma non quella normale che la clonano quella prepagata, se ce l’avevamo. Poi ha ribadito che comunque possiamo stare tranquilli che la città è piena di polizia. Poi dopo siamo arrivati siamo andati in albergo abbiamo mangiato è cominciato il giro questa è una città meravigliosa, ho pensato. Che poi dopo tutte le storie, o quasi tutte, hanno la tendenza a organizzarsi in forma di lieto fine, ho pensato. E poi dopo prima di dormire ho comprato l’acqua minerale Borjomi che è l’acqua più gasata del mondo che io erano quindici anni, che non la bevevo. (Paolo Nori)

 

 

Fuga da Bisanzio

 

Tuttavia, poiché il nostro palazzo si trovava all’incrocio con il leggendario Liteinij Prospekt, il nostro indirizzo postale era: Liteinij prospekt # 24, Apt. 28. Così erano indirizzate le lettera che ci arrivavano, così scrivevo io sulle buste indirizzate ai miei genitori. Ne parlo qui non perché abbia qualche importanza particolare, ma perché la ia penna, presumibilmente, non scriverà mai più questo indirizzo. (Iosif Brodskij, «Una stanza e mezzo», in Fuga da Bisanzio, traduzione di Gilberto Forti, Milano, Adelphi 2008, 198 p.)

 

 

San Pietroburgo, palazzo Muruzi

 

 

Info

In questo palazzo di proprietà comunale chiamato Muruzi, lo scrittore e poeta Iosif Brodskij, Premio Nobel per la letteratura 1987, visse fino al 1972, quando fu esiliato dall'Unione Societica. Vi si era trasferito con il padre e la madre nel 1949, all'età di nove anni. I tre occupavano un piccolo appartamento («una stanza e mezzo»). Dopo anni di estenuanti sforzi, a Brodskij è stato dedicato un museo, nell'appartamento n. 28. Benché l'edificio non possa vantare gli interni opulenti di un tempo, conserva la sua straordinaria facciata, restaurata e riportata al suo splendore originale.

Indirizzo: 24 Liteiny Prospekt
Stazione della metropolitana: Chernyshevskaya

 

 

San Pietroburgo, palazzo Muruzi (le finestre)

 

 

Sbagliato strada
Ieri siamo stati al museo russo e la prima cosa che la guida ci ha detto, di non toccare i quadri con le mani. Poi la sera ho guidato il gruppo fino a ulica Rossi e al teatro Aleksandrinskij e ho sbagliato strada, sono andato dall’altra parte abbiam camminato quaranta minuti per niente, poi mi sono scusato, siam tornati indietro, chi non era stanchissimo è venuto siamo arrivati, alla fine, e quando siamo arrivati mi sono scusato ancora e ho pensato che forse non è il mio mestiere, fare la guida. (sabato 25 giugno 2016)

 

 
Un visitatore davanti a «Coda», olio su tela di Aleksej Sundukov, 1986, Museo russo, San Pietroburgo

 

 

Una cosa che leggo stasera a San Pietroburgo

Ecco io l’altro esempio che vorrei fare riguarda l’inizio di Memorie dal sottosuolo di Dostoevsij, o Ricordi dal sottosuolo, o Appunti dal sottosuolo, anche questa storia dei titoli, una volta ho visto un romanzo di Dostoevskij che si intitolava Gli indemoniati, Vacca, ho pensato, un inedito, invece era I demoni che gli avevan cambiato titolo. Ma torniamo all’inizio di Memorie dal sottosuolo, o Ricordi dal sottosuolo, o Appunti dal sottosuolo.

L’inizio in russo è così: Ja celovek bol’noj, ja sloj celovek, ne privlekatel’nyj ja celovek; ja dumaju, chto mne bolit pecen’, che tradotto più o meno sarebbe Io sono un uomo malato, un uomo cattivo, sono, un brutto uomo, sono io; credo di esser malato di fegato. Che è un inizio dove Dostoevskij costruisce una specie di trottola sonora, nella quale il pronome, ja, io, il sostantivo, celovek, uomo, e l’aggettivo, bol’noj, sloj e neprivlekatel’nij, sono sempre presenti nelle prime tre frasi ma si cambiano di posto, Ja celovek bol’noj, Ja sloj celovek, Neprivlekatel’nyj ja celovek. È una cosa che fa girare la testa, dal tanto che è fatta bene, secondo me; con questa frase, quasi esclusivamente con l’involucro sonoro della frase, Dostoevksij ci dà il carattere del personaggio; l’uomo del sottosuolo, contraddittorio disperato ridicolo così simile a noi, è già tutto qui: Io sono un uomo malato, un uomo cattivo, sono, un brutto uomo, sono io. Credo di essere malato di fegato.

Ecco, sono andato a prendere la traduzione di Ricordi dal sottosuolo nell’edizione dei classici della Bur: Sono un malato… Sono un malvagio. Sono un uomo odioso. Credo d’aver male al fegato. Il suono, di Dostoevskij, la trottola sonora, non c’è più. Ci han messo anche tre puntini dopo malato che chissà da dove saltano fuori. Il suono, nelle traduzioni in prosa, stranamente, sembra che non gliene freghi niente a nessuno. Come se il suono non fosse l’equivalente del significante, e come se non sapessimo tutti che significato e significante vanno via insieme, come ci hanno insegnato. (25 giugno 2016)

 

 

Una sala del museo dell'Artico e dell'Antartico a San Pietroburgo

 

Oggi e domani a Pietroburgo

Oggi abbiamo comprato un quaderno che in copertina c’è una bottiglia, un ombrello e c’è scritto Da Pietroburgo con apatia e indifferenza. Poi due di noi sono entrati nel museo dell’Artico e dell’Antartico e non hanno capito tanto perché c’era scritto tutto in russo e loro il russo non lo sapevano ma era in un posto così bello, una chiesa sconsacrata, e aveva un nome così bello, Museo dell’Artico e dell’Antartico, che non hanno potuto non entrare. Poi una ha comprato un bicchiere di fragole da una vecchietta russa e ha pagato cinquanta rubli e ha visto che la vecchietta le diceva qualcosa e lei ha detto No, tieni pure il resto, non ringraziarmi, e la vecchietta ha detto ancora qualcosa e lei ha detto Ma no, tieni pure il resto, non ringraziarmi, non ringraziarmi, dopo la vecchietta diceva ancora qualcosa e lei ha detto Ma no, per me cosa vuoi che sia, non è neanche un euro, e la vecchietta ha detto ancora qualcosa allora lei ha immaginato che forse c’era un problema non c’era nessun problema, solo che le fragole costavano duecento rubli, è saltato fuori alla fine. Poi dopo stasera andiamo al mare, se non piove, e domani andiamo a portare una rosa nella casa dove abitava Charms, quello che ha scritto Vecchie che si ribaltano. E basta.(26 giugno 2016)

 

Venditrice di ortaggi e fiori sulla Vladimirskiy Prospekt.

 

 

Vecchie (che si ribaltano)
Una vecchia, per la troppa curiosità, s’è ribaltata dalla finestra, è caduta e s’è sfracellata. Dalla finestra s’è sporta un’altra vecchia, e ha cominciato a guardare in giù quella che si era sfracellata ma, per la troppa curiosità, s’è ribaltata anche lei dalla finestra, è caduta e s’è sfracellata.

Poi dalla finestra s’è ribaltata una terza vecchia, poi una quarta, poi una quinta. Quando s’è ribaltata la sesta vecchia mi sono stancato di guardarle, sono andato al mercato Mal’cevskij, dove, dicevano, a un vecchio cieco avevano regalato uno scialle fatto a mano. (Daniil Charms, illustrazione di Timofej Kostin) San Pietroburgo, 26 giugno 2016)

 

 

In un parco di San Pietroburgo

 

 

Majakovskaja 11
Io comunque sono un personaggio stupefacente, anche se non mi piace molto parlarne. (Daniil Charms, Vešč’, Moskva, Amfora 2000, p. 343) San Pietroburgo, 27 giugno 2016

 

La partita Italia-Spagna
Due cose: ieri, a San Pietroburgo, abbiamo guardato la partita Italia Spagna in albergo, noi italiani da una parte e un gruppo di spagnoli dall’altra. Quando ha segnato l’Italia, nel primo tempo, noi abbiamo guardato la televisione con un distacco, avevamo un’aria che sembrava che dicessimo Guarda, ha segnato l’Italia. Nel secondo tempo, gli spagnoli, ogni volta che la Spagna arrivava a trenta metri dalla porta italiana, c’eran gli spagnoli, sia gli uomini che le donne, che dicevano Dai dai dai dai dai dai, o qualcosa del genere in spagnolo, facevano una gran confusione e un signore genovese, a un certo punto, si è voltato verso di noi ha detto È un popolo latino, e l’ha detto con un tono scandinàvo che mi è sembrato bellissimo. Dopo volevo dire che i copechi esistono ancora, ho scoperto. (28 giugno 2016)

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