Sila Grande, il richiamo della foresta

Sleddog sull'altopiano silano 2

Testo di Ivano Sartori – foto di Gianluigi Sosio

Dopo il volo, l'abbiocco. Sono atterrato a Lamezia Terme nel tardo e buio pomeriggio di un giorno di febbraio. Meta la Sila. «Ci vorrà un po' ad arrivare», mi avverte l'autista. Mi rilasso. L'accompagnatore al volante mi intrattiene con un sacco di informazioni di cui pensa abbia bisogno nei giorni a venire: il parco nazionale della Sila, istituito nel 2002, si estende su una superficie di 74 mila ettari... Cullato dai dati, mi appisolo. Mi risveglio di soprassalto, l'auto sobbalza scossa da una sorta di massaggio tellurico. Abbiamo imboccato una mulattiera? «No, è la Salerno–Reggio Calabria». Anche d'inverno e in senso inverso, la famigerata autostrada è scossa da tremiti fonte di tremori, specie sui viadotti. Mi tranquillizzo, non à cambiato nulla dall'ultima volta che ci sono passato, negli anni Settanta. La Calabria, accanto al potere di scombussolarti per certi suoi indigesti costumi arcaici, conserva quello misterioso di rassicurare chi teme i cambiamenti repentini. E dispone di motivi supplementari per affascinare i diffidenti, quali la natura selvaggia, il mare, la cultura e la tavola. Ci hanno catturati con l'ultima tentazione.

Pietro Lecce in trono nella sua cantina

Pietro Lecce del ristorante La Tavernetta di Camigliatello Silano, ci guida alla scoperta, prima visiva e poi orale di tutto il bendidio che si ottiene dalla rara vacca podolica, a cominciare dai salumi. Allevata allo stato brado e a mezzo con la confinante regione Basilicata, il pregiato ruminante è apprezzato infatti per le sue carni insaccate, oltre che per i latticini. Mentre faccio onore alle specialità e ai vini della zona, Michele Laudati, ex ufficiale del Corpo forestale dello Stato e direttore del parco della Sila, riprende il filo delle notizie utili a sapersi interrotto dal suo predecessore. «Ma lo sa che il pino laricio può essere alto cinquantacinque metri? Ma lo sa che lo hanno usato per fare le travi della Cappella Sistina?». Non so niente, perciò tengo le orecchie bene aperte senza tuttavia omettere di masticare. All'indomani mi renderò conto con gli occhi che il direttore non ha esagerato: c'è del grandioso nel paesaggio silano.

Cavalli allo stato brado

Il giorno dopo prendiamo una strada che s'inoltra nel bosco, attendiamo qualche minuto e, nel grigio della nebbia mattutina, i nostri occhi mettono lentamente a fuoco le sagome di un gruppo di cervi. Devono aver scambiato il rumore dell'auto per quello del pickup che porta loro qualche di fieno per aiutarli a sopportare meglio l'inverno. Ci osservano immobili. Non sembrano impauriti, ma hanno i muscoli tesi. Pronti a darsi alla fuga al minimo segno di allarme. Quando il fotografo scatta, scappano. Hanno fame e noi siamo venuti a rubargli l'anima. «Eh, ritorneranno», fa il direttore fiducioso e fiero dell'apparizione. «Ma lo sa che nella Sila i cervi si erano estinti quasi da un secolo? L'ultimo avvistamento era stato nel 1906. Nel 1981 mi venne l'idea di prendere due coppie, una dallo Stelvio e l'altra dal parco d'Abruzzo».

Oggi, tra quelli in recinto e quelli allo stato brado, la discendenza delle prolifiche coppie conta centinaia di esemplari. Cervi in recinto? Cattività da zoo. «Ma vuole scherzare? Hanno a disposizione 250 ettari di bosco». Si fa tutto in grande nella Sila, anche i recinti. Strada facendo incontreremo cavalli e caprioli. Bradi o rinchiusi? Vallo a sapere. Difficile capire la differenza. Vedo tratti di recinzioni, ma non sembrano molto contenitivi. E poi vacche podoliche, loro sì che hanno ragione di temere l'uomo. Soprattutto quello affamato di specialità del territorio.

Vacche di razza podolica

Saliamo sulla Sila Grande, costeggiamo il lago Cecita ricoperto da una grigia crosta di ghiaccio. L'autista spegne il motore. Il direttore ci fa segno di tacere e non muoverci. Sentiamo il respiro del vento, il verso stridulo e dispettoso di una cornacchia. Poi, da molto lontano, sento arrivare un lamento. No, un ululato. Il direttore sorride. Comincia a cadere la neve, che soffoca versi e rumori. Risaliamo in macchina. Destinazione Carlomagno. È da lì che parte la sesta edizione di Dogs on the snow, versione calabrese dello sleddog, la gara delle slitte trainate da cani, tanto popolare in Canada, Alaska e Nordeuropa. Ha smesso di nevicare, gli husky uggiolano tra le braccia dei loro padroni che se li coccolano e gli impediscono di mangiare la neve fresca. «Gli fa male». Male a che cosa? «Gli fa male».

Sleddog a Montescuro 1

Un fotografo che viene da Malta e non ha mai visto la neve e perciò non si è portato né cuffia, né guanti, né indumenti imbottiti, è entusiasta di tutto. Talmente entusiasta che non sente freddo. «La Calabria è vicino a Malta, non pensavo potesse essere tanto diversa». Chi lo ha invitato non vuole rispedire a casa un ospite assiderato. Le guardie forestali lo rivestono con giacca a vento e scarponi d'ordinanza. Che torni in patria sano e salvo a raccontare che a pochi chilometri (in linea d'aria) della sua assolata isola senza montagne si vive ancora come ai tempi di Jack London e Zanna Bianca.

Tra i musher pronti alla partenza, i giornalisti e i curiosi, si aggira un politico locale che si scusa per il tempo da lupi. Ma vuol scherzare? Lo scenario è perfetto. Pare rassicurato. Grazie a Dio ci sono ancora cose, come gli eventi atmosferici, che non dipendono dai disegni dei politici. Se siamo qui è anche perché a suo tempo abbiamo letto Il richiamo della foresta di London, che ha trasformato neve e lupi in ingredienti indispensabili per la crescita della nostra immaginazione. «Il lupo è cattivo solo nelle favole dei bambini» avverte un cartello all'ingresso del parco.

Sleddog sull'altopiano silano 1

La preparazione dei cani e delle slitte è laboriosa, lunga, un po' noiosa. Gli husky guaiscono, accennano a far baruffa, sono indisciplinati, i proprietari gli sussurrano nelle orecchie non si sa bene cosa. Sembrano darsi una calmata. Sono impazienti di correre, mi spiegano. Solo quando vengono aggiogati e avvertono l'imminenza della corsa, si ammutoliscono. Non aspettiamo il via. Saliamo sulle motoslitte per precederli e attenderli al varco. Lungo le piste spianate il giorno prima dai gatti delle nevi. Li aspettiamo appostati dietro le curve, tra le ramaglie del bosco, da cui sbucano incitati dagli ordini incomprensibili del musher. Li vediamo arrivare da lontano lungo i rettilinei delle piane. Li scorgiamo stagliarsi sulle schiene dei colli. La loro vista è una promessa, il passaggio è una scossa effimera. Durante quei pochi secondi si sentono solo l'ansimare dei cani, lo stridore dei pattini delle slitte nella neve compatta e il soffio lieve del vento che si porta via tutto. Resta la sensazione profonda di aver visto passare il fantasma di Zanna Bianca. L'ululato di un lupo rafforza l'impressione e radica l'emozione. Arriva un'altra slitta. Sbanda in curva, solleva uno schizzo di neve. Il fotografo maltese esulta. La foresta tace.

Un musher con i suoi husky

 

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