Sri Lanka, sotto una nuova stella


monaco per strada a colombo

Testo di Paolo Pernigotti  -  foto di Daniele Romano

Tsunami: il mondo imparò in un momento una parola nuova. Era il 26 dicembre di undici anni fa, e dov’era il paradiso fu l’inferno. Dello Sri Lanka si sapeva solo dai dépliant di viaggio: spiagge abbaglianti e colline di palme. Improvvisamente l’isola fu sulle prime pagine d’ogni giornale. E sembrò una lacrima quella goccia che sul mappamondo sgorga dall’India. Ma la lacrima si è asciugata in fretta, qui il sole vince su tutto, come il sorriso della gente. Lo Sri Lanka è tornato un ciondolo prezioso sulla carta geografica, e l’isola ha ritrovato il senso antico del suo nome: «terra splendente». Offrendo una più profonda verità: non solo spiagge e palme, ma un mondo da scoprire, non solo il relax di una vacanza, ma l’avventura di un viaggio.

I tre voli settimanali della Sri Lanka Airlines da Milano Malpensa arrivano a mezzanotte passata, ora locale. Quattro fusi e mezzo rispetto all’Italia: qui la geografia non si arrotonda. E la città di Colombo è a tre quarti d’ora d’auto. Ma comincia lì: si susseguono nomi diversi sui cartelli segnaletici, ma è già un tutt’uno con la capitale, è quella sterminata periferia che ne fa una metropoli da due milioni d’abitanti. L’isola splendente a quell’ora è spenta, le uniche luci sono i fari delle auto, qualche insegna pubblicitaria e teche di vetro ai margini della strada con Buddha, Visnù o qualche martire cristiano al neon. Nello Sri Lanka la religione è un lunapark di luci e colori, anche il proselitismo si fa a chi splende di più, a chi spende più chilowatt. La città si accende all’alba: di traffico, di profumi, di voci e di sguardi. La vita è in strada, fagotti sulle teste, gimcane d’auto, sari dai drappeggi dorati, scolarette in grembiulino bianco e trecce nere, bancarelle fumanti all’olio di cocco, monaci con la testa rasata e l’ombrellino, e poi tuc tuc, tuc tuc, tuc tuc. Sgusciano tuc tuc, ovunque, carichi di tutto: il più classico è l’Ape Piaggio, ma le imitazioni non si contano. Rossi, verdi, gialli, blu, una capote in finta pelle che fa vecchio landò, cromature luccicanti, sedili leopardati, manubri di peluche, santini sul parabrezza, i tuc tuc sono soprattutto taxi, ma sono anche l’auto di famiglia per chi non può permettersi una ruota in più. C’è chi ci va in vacanza con figli e nonni a carico, carico sporgente e marce basse.

mercato a colombo confezionamento pesce secco

Il più affollato palcoscenico della città è Pettah, il quartiere del vecchio mercato: c’è Jami-Ul-Alfar, una moschea a strisce bianche e rosse: sembra di panna e fragola, gli anziani chiacchierano all’ombra dei suoi portici e qualcuno dorme sui tappeti della preghiera: le braccia di Allah sono accoglienti come quelle di Morfeo. Le botteghe si potrebbero riconoscere a occhi chiusi, seguendo le folate di curcuma, zafferano e cannella, di pesciolini essiccati, di tutto ciò che una padella può friggere, che uno spiedo può infilzare. Una sarabanda frusciante: molti uomini indossano sottane fino ai piedi, i più anziani solo un asciugamano stretto in vita. Nient’altro: sembrano appena usciti dalla doccia, stanno facendo due passi in centro.

Ma Colombo è anche viali alberati, ville e grandi parchi, come nel quartiere elegante di Cinnamon Gardens, è la solenne architettura coloniale di quando batteva bandiera inglese, olandese o portoghese, è infine un lungomare di prato raso, palestra di cricket, aquiloni e giovani amori. Amori spesso difficili: nello Sri Lanka, Giulietta e Romeo non rischiano il no delle famiglie, ma delle stelle. Un oroscopo personale accompagna la vita di ciascuno, come una carta d’identità, una mappa da consultare a ogni scelta importante. La prepara l’astrologo di famiglia ed è lui a interpretarla al bisogno. Se un matrimonio funzionerà non lo dicono la pelle e il cuore, ma gli astri. E i cingalesi obbediscono. Al primo soprassalto dei sensi, a uno sguardo galeotto, l’unica speranza è che il cielo la mandi buona.

I templi buddisti sono numerosi a Colombo, ma è un tempio indù che merita più d’ogni altro una visita: il New Kathiresan Kovil, dedicato a Skada, il dio della guerra, in Sea street, la via dei gioiellieri. L’alta piramide quadrata che lo sormonta è un affollato e colorato presepe di figure mitiche, un olimpo smaltato di divinità dal muso d’elefante, braccia e gambe supplementari, la pelle blu, il pugnale fra i denti.

orfanatrofio degli elefanti a Pinnawala (2)

Da un paio d’anni lo Sri Lanka offre ai visitatori anche la sua pace ritrovata. La guerra lunga e sanguinosa fra le due etnie, cingalesi e tamil, si è conclusa. E sulle strade che da Colombo vanno verso l’interno non ci sono più pericoli, neppure mitra spianati e meticolosi chek point. Solo autovelox, rispettando i quali in poco più d’un’ora si arriva a Pinnawela, in uno strano orfanotrofio dove i «bebè» pesano qualche quintale: si tratta di elefantini che hanno perso i genitori e qui hanno trovato riparo. Gli ospiti sono una settantina e il centro, creato nel 1975, è la meta turistica più frequentata dell’isola. Biberon e bagnetto sono i momenti clou della giornata. È tutto grande: la poppata è dieci litri di latte a garganella, per lavarsi c’è il letto di un fiume, dove gli elefanti arrivano alla carica e sguazzano beati, si docciano con le proboscidi, si spaparanzano a mollo, mentre i turisti li bersagliano di foto dagli spalti di una collinetta.

La strada punta poi verso nordest, verso il centro dell’isola e verso il suo passato più remoto. Incomincia a salire, il traffico si fa più rado, i campi lasciano progressivamente posto alla foresta. Qualche casetta ha il tetto di foglie di palma. Della palma non si butta via niente. Con la pianta e il suo frutto si fanno mobili, travi, corde, tappeti, farina, olio, latte, cosmetici. Anche il liquore nazionale, l’harac, è 36 gradi di alcool e cocco. Lungo la strada si fabbricano e vendono le sigarette dei poveri: i bidi, foglie di tabacco arrotolate intorno a tabacco tritato. Se una sigaretta normale costa venti rupie, queste ne costano due. Ma sono più cancerogene di un tubo di scappamento.

Il cuore dell’isola è il cuore della sua storia. Polonnaruwa, Deambulla e Sigiriya sono un triangolo mistico. E il cammino della spiritualità, si sa, è faticoso. A Sigiriya ci sono milleduecento ripidi scalini e duecento metri di dislivello da superare, ma la rupe vale il fiato che si consuma. Reggia? Fortezza? Monastero? Forse tutto questo. Una storia iniziata 2300 anni fa e diventata subito leggenda. Le scale di ferro aggrappate alle pareti a picco sono sospese nel vuoto, astenersi se si soffre di vertigini; in un punto si costeggiano affreschi di donne dai seni nudi e prorompenti, poco oltre si leggono i commenti entusiasti tracciati dai visitatori sulla roccia: affreschi e commenti di mille anni fa. La scala passa fra due gigantesche zampe di leone: più in alto, al centro della parete, un tempo era stato scolpito pure il muso dell’animale, trasformando l’intera rupe in una terrificante statua. La vetta è una spianata verde da cui si domina la foresta e, più sotto, i contrafforti, i terrazzamenti, il canale un tempo popolato di coccodrilli, che rendevano Sigiriya inespugnabile.

Meno sforzo a Dambulla: centocinquanta metri di dislivello per raggiungere le grandi grotte affrescate che costituiscono il Royal Rock Temple. Non c’è dépliant dello Sri Lanka che non riporti una sua foto: della grotta più grande, la Maharaja Viharaya, 52 metri per 23, statue di re e divinità al suo interno, o del Buddha disteso e languido, lungo 15 metri, che riposa fra i dipinti nella grotta Devaraja Viharaya. All’ingresso c’è un sacerdote indù e i fedeli fanno la fila per parlargli. Ma il tempio non è buddista? Sì, ma Buddha non fa miracoli, non concede grazie. E se uno ha qualcosa da chiedere si rivolge altrove. A qualche dio più «aumma aumma». Le sette grotte scavate nella montagna si affacciano su un cortile di pietra che è uno sbalzo nella roccia, lucido e scuro come la schiena di un elefante. E forse questo pensano che sia le scimmiette che si rincorrono fra i visitatori.

tempio di Dambulla (7)

Ultima tappa, Polonnaruwa, capitale per tre secoli di due differenti dinastie, a cominciare dall’anno Mille. È una piccola Pompei di templi, palazzi e piazze. Quanto ad antichità, un visitatore italiano ha il palato difficile, ma suscita quantomeno curiosità la grande pietra levigata dove un re lontano ha scritto, in quell’alfabeto cingalese che sembra una sequenza di ciliegie, quanto gli era costato provvedere ai suoi sudditi, che la gente sapesse, o l’intimazione all’ingresso di una ricca dimora: se qualcuno ruberà qui dentro, dopo morto rinascerà corvo o cane. Da guardia, forse.

Il trucco è stare in alto, e la città di Kandy aveva i pendii giusti intorno per rovesciare macigni e olio bollente sui nemici di turno, così i portoghesi, prima, gli olandesi poi, ci provarono inutilmente per tre secoli a conquistarla, mentre il resto dell’isola era già da tempo nelle loro mani. Per questo, ancora oggi gli abitanti di Kandy si sentono i puri e duri, i cingalesi doc, e guardano gli altri – ancora – dall’alto in basso. Il loro è un mondo a parte. La strada che dal triangolo delle città antiche porta a Kandy s’inerpica in tornanti, la foresta si fa pineta alpina, la pelle della gente è più scura, i nomi sono così lunghi che in un biglietto da visita si va a capo e i sari delle donne brillano di colori che solo qui. Il centro della città è un lago quieto circondato da un muro merlato bianco e da un sentiero per coppiette. Il resto sono colline di case eleganti, alberghi stellati e scuole dal nome inglese.

Kandy è una città serena, forse è un dente a proteggerla. È custodito nel grande tempio a nord ed è la più importante reliquia dello Sri Lanka. Apparteneva a Buddha, dice la tradizione, sarebbe stato strappato dalla sua bocca mentre il cadavere ardeva sulla pira e sarebbe giunto a Kandy nascosto fra i capelli di una principessa. Vera o non vera, la storia è bella. E ogni anno, fra luglio e agosto, è festa grande: dieci giorni di cerimonie cui partecipano moltitudini di fedeli, una processione in cui sfilano, fra monaci, danzatori e giocolieri, cinquanta elefanti bardati da gran gala. Non c’è una data fissa: l’Esala Perahera, come si chiama la festa, va da un plenilunio all’altro.

treno per nuwara eliya (2)

Signori, in carrozza: c’è un treno da Kandy, che è un viaggio segreto. Attraversa foreste dove non c’è altro che il binario a segnare la via, fra compatte pareti di verde alte fino a cinque o sei metri, improvvise radure, bananeti e conifere, ogni tanto un piccolo villaggio con capanne di legno e stradine a misura di tuc tuc. La prima classe è l’ultimo vagone: carrozza panoramica, grandi finestrini e una vetrata sul fondo. Come assistere a un film: L’isola misteriosa. Così per una cinquantina di chilometri in un lento ciuf ciuf, finchè il verde si fa più ordinato, le colline si rigano di bassi filari e sono punteggiate di figurine colorate. È tè. D’altronde siamo a Ceylon. O è vecchia Inghilterra? Perché Nuwara Eliya è più british di un taxi londinese, con le sue case dalle facciate vittoriane, le cabine telefoniche rosse e le siepi ordinate. La città è il centro della raccolta, tutt’intorno ci sono le aziende dove il tè viene lavorato. E le figurine colorate sono le raccoglitrici, tamil dalla pelle di mogano, un asciugamano a fasciare la testa come un velo islamico e un cesto sulle spalle dove gettare le foglie, con un gesto che è sempre quello da secoli, lungo destini immobili.

Ma lo Sri Lanka non è un’isola? Ah sì, ci sono anche le spiagge… Questo però lo sanno tutti. Che Unawatuna è la spiaggia più bella del mondo. Che anche Tangalla è la spiaggia più bella del mondo. Anche Hikkaduwa. E Kirinda no? D’altronde il mondo è pieno di spiagge «la più bella del mondo«. Certo quelle dello Sri Lanka hanno buone nomination per l’Oscar.

Le più rinomate sono a sudovest, baie da snorkeling e onde da surf, ma c’è tanto altro da godere, se mai un giorno grigio ci riesce a smuoverci da quel nirvana. Fra Ambalagoda e Idurwa c’è un fiume che si apre al mare con una laguna di 64 isole: Madu Ganga. Le barche dei turisti fendono l’acqua immobile e si perdono in un labirinto di mangrovie; su alcune isole sono cresciuti piccoli villaggi di pescatori, sulla minuscola Kadduwa Raja ci stanno a malapena un tempio, il suo monaco e quattro scolaretti dagli occhi malinconici, apprendisti bonzi, le altre sono abituate solo da uccelli, scimmiette e cocodrilli.

Poco più a sud è Galle, uno sperone di roccia, una prua verso l’oceano, fortilizio di case coloniali, villaggio di artisti, stradine ombrose e boutique acchiappaturisti. Il tempio di Weherahena, a Matara, sembra il racconto di un instancabile cantastorie. Nella sua cripta illuminata dai lucernari, nei tre piani che fanno da quinte a una gigantesca statua di Buddha, i muri e i soffitti raccontano senza uno spazio bianco, in un mistico horror vacui, la vita e le gesta di Siddharta dal primo giorno all’ultimo, attraverso ventimila dipinti, colorate «strisce» di una leggenda fascinosa.

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E se a Kegalle c’è l’orfanotrofio per elefanti, a una ventina di chilometri da Hikkaduwa c’è il Turtle Farm Peraliya, rifugio per tartarughe trovatelle. Le uova sono mollicce palline da ping pong: poltriscono sotto una spanna di sabbia e a covarle ci pensa il sole, in mancanza di mamma. Le femmine sono una rarità nel mondo delle tartarughe: una ogni cento maschi. Vasche piene di acqua hanno ospiti fissi: animali feriti, qualche esemplare cieco, tartarughe albine. Vasche tre metri per tre, un po’ poco per chi è abituato a solcare gli oceani, ma l’alternativa sarebbero le fauci degli squali: la legge del mare non ammette debolezze. Sulla vicina spiaggia di Mirissa sono allineate piroghe lunghe e strette, tronchi scavati e dipinti come i più sgargianti carretti siciliani. All’alba i pescatori le cavalcano in alto mare lanciando le reti con gesti antichi, aprendole sull’acqua come manciate di sassolini. I più anziani – o i più poveri, che non possono permettersi una barca – pescano invece a qualche decina di metri da riva, dove l’onda si rompe: appollaiati su trespoli, una pertica piantata sul fondo, una canna in mano, sul rosso del tramonto un profilo di cristi in croce.

Lungo la strada compaiono strani cartelli segnaletici. Attenzione: attraversamenti improvvisi. Ma non mostrano scolaretti svagati, sono sagome di varani, di elefanti, di coccodrilli, nere su fondo giallo. C’è aria di giungla vera, c’è aria di Yala National Park. Quasi 130 mila ettari di boschi, pianure e laghi: la visita del parco è un safari a bordo di gipponi che sembrano papamobili da campagna. Quando gli autisti si telefonano concitati, cambiano improvvisamente direzione e le scie di polvere convergono tutte in un punto solo, significa che è stata avvistata la star dello Yale: il leopardo. Ce n’è una quarantina  e non sempre si degnano ma, se va bene, basta una coda che dondola da un ramo per non dimenticarla più. Se va male, ci si consola con scimmie, bufali, elefanti, cervi, coccodrilli, manguste. Se ci scappa l’orso, vale quasi un leopardo.

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Viaggio organizzato da Kuda Travel in collaborazione con la compagnia aerea SriLankan

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