Stoccolma, a Gamla Stan il paese dei balocchi

Veduta panoramica di Gamla Stan

 

di Ivano Sartori

 

Forza Milan, la Bettola di Papa Sisto, Bar Tazza, pizzeria Pizzaiola… Nei duecento metri che separano la fermata della metropolitana dal mio albergo, mi sfila sotto gli occhi l’Italia dei ciao, arrivederci, grazie azzurri e così sia. Una ventata di italianità sale dal mare verso la collina di Gamla Stan, isoletta con la gobba, la prima a essere abitata delle quattordici dell’arcipelago su cui sorge Stoccolma. E per questo sede del palazzo reale.

Gamla Stan, il più storico e intatto dei quartieri, è il guscio dello struscio turistico. Il che spiega i nomi di sapore latino, che ammiccano ai connazionali in trasferta (tanti!) e agli svedesi tornati dal Sud con bei ricordi. Ricordi di vacanze romane. Non fu forse a Roma che la svedese regina Cristina, interpretata in un celebre film dalla svedese Greta Garbo, si convertì al cattolicesimo e restò trentacinque anni, dal 1654 al 1689, tramando con la Chiesa, amando nobildonne e cardinali? Non è forse a Roma che approdò tre secoli dopo Anita Ekberg per iniziarci alla dolce vita?

Butto la valigia in un angolo della camera e m’inerpico seduta stante per la collina, catturato da questa italianità di facciata, per vedere se è fumo che sfuma a mano a mano che avanzo verso la cima, dove troneggia il palazzo del re di Svezia, o se è qualcosa di più.

 

Gamla Stan è un saliscendi

 

 

Little Italy fino a un certo punto
I cartelli dicono che pure il palazzo reale è in stile italiano. Barocco, precisano. E le antichità del museo dentro il palazzo sono state acquistate in Italia da Gustavo III negli anni Ottanta del Settecento. L’eterno shopping romano.

Il sole al tramonto traccia una lunga asta sull’acciottolato. Usa come lapis l’obelisco della piazza. L’ombra indica un’epigrafe incisa nel marmo sulla facciata di un edificio. La scritta inneggia a sovrani e patrizi, benemeriti per la gloria e i beni donati alla patria e alla città. È un lungo pistolotto in latino. È dunque ammalato d’Italia, e di romanità in particolare, il nucleo più antico della capitale svedese? Sembrerebbe.

Mentre arranco per i vicoli stretti e oscuri verso il cocuzzolo luminoso mi pare di salire Trinità dei Monti. La stessa ressa umana, gli stessi colori sgargianti e oltraggiosi sui muri dei palazzi: rosso cruento, rosa fucsia, giallo vaticano e certi blu da cielo notturno, che t’immagineresti solo mediterranei o capitolini. Le somiglianze finiscono qui, perché uno svedese a spasso non sarà mai un romano a passeggio, anche se la signora che deve aprire la boutique e ha trovato un’amica per strada, si fermerà a chiacchierare e aprirà con mezz’ora di ritardo. Se in queste superficiali impressioni da primo giorno c’è qualcosa di vero, allora possiamo concludere che, per gusti e costumi, Gamla Stan è la Little Italy più a nord d’Europa.

 

 

I coloratissimi palazzi di Gamla Stan

 

 

La via dei cappotti
Il palazzo reale ha una piazza davanti e una dietro con dentro tanti soldati che marciano e ogni giorno a mezzodì, con squilli di tromba e rullar di tamburi, si esibiscono nel cambio della guardia. Un rituale seguito e fotografato da centinaia di curiosi, un cerimoniale comune a tutte le capitali europee con un monarca in trono. Non me lo sono perso, ma l’ho trovato un po’ modesto e noioso, disturbato soprattutto da un petulante speaker che ne faceva la radiocronaca in un gutturale e incomprensibile svedese. I soldati che fanno la guardia è meglio osservarli fuori orario e fuor di cerimonia. Sembrano immobili e poi a un comando che voi non capite da dove provenga, come giocattoli a molla caricati da una mano invisibile, vanno su e giù a passi cadenzati e di nuovo si arrestano di punto in bianco dinnanzi alla loro garitta.

Il battito dei tacchi è uno schiocco marziale, ma il loro passo è vischioso, come se avessero strisce di velcro sotto le suole. Con quell’elmo lucido fuori tempo, quelle bandoliere fuori posto e quei calzoni un po’ troppo corti con due esagerate bande bianche sui lati, mi appaiono d’un colpo per quel che sono, l’imitazione vivente e a grandezza naturale dei soldatini di stagno. Tutto il colle e il quartiere che erano romani mi appaiono ora sotto una luce diversa. Quella del paese dei balocchi.

 

Soldati durante il cambio della guardia

 

 

Qualsiasi centralina telefonica, qualsiasi contenitore di cavi elettrici, qualsiasi cassetta in cui i portalettere stipano il grosso della posta prima di smistarla casa per casa, insomma tutte le insulse scatole grigie di metallo che si vedono lungo i marciapiedi o imbullonate ai muri, sono state trasformate in casette di bambole con una mano di colore e qualche tocco di pennello per disegnare porte e finestre. Opera di artisti locali che non tollerano le scatole grigie in un quartiere fatto di colori vivaci, dove anche gli oggetti di uso ordinario, per non dire umile, devono somigliare a giocattoli.

Ecco allora i vespasiani monoposto, verdini e affusolati, facili da confondere con le garitte dei soldatini di stagno. Ecco le cabine telefoniche, con due sportellini da madia per nascondere i volti di chi telefona, ma che lasciano scoperte le gambe per far vedere se sono occupate. Ovunque tu vada, sei inseguito e assediato dai particolari della trasformazione di Gamla Stan in una gigantesca scenografia fiabesca in cui si aggirano soldatini, principesse, gnomi… Un estroverso quartiere fanciullo che ha colpito l’immaginazione e ha fatto riaffiorare la memoria dell’introverso Ingmar Bergman, non il regista di Sussurri e grida, ma quello di Fanny e Alexander, nostalgica rêverie di un’infanzia lontana.

Stando a queste apparenze, i drammi e le sbornie del sabato sera, per non dire gli accoltellamenti di ministri, primi ministri e re, che hanno funestato Stoccolma verso la fine del secolo scorso, se ne stanno fuori di Gamla Stan. È finita per le bisbocce marinaresche, quando l’isola e il suo vetusto quartiere erano porto e angiporto di bordelli, com’è finita per i veri negozi dei veri abitanti del quartiere.

Västerlånggatan, «la strada lunga dell’ovest», l’arteria principale che taglia il quartiere da oriente a occidente, l’animato corso del passo lento e dell’occhio svelto per le vetrine, era «la via dei cappotti» perché erano concentrati qui i negozi specializzati in abbigliamento pesante. Negli ultimi dieci anni se ne sono andati quasi tutti.

 

 

Il negozio di abbigliamento pesante Guirons, in Västerlånggatan

 

 

Pochi gli scampati allo sfoltimento: resistono Guirons, Aström e Gustav Mellbien, una merceria che probabilmente sopravviverà grazie a quell’intimo femminile di cui continua a esserci costante richiesta. Sono botteghe con porte e maniglioni Art Déco di design, accanto a blasonati e istoriati portali di dimore nobiliari. Una catena di decorazioni aristocratico-commerciale che ha proprio nei negozi i suoi anelli più deboli. E se alzi gli occhi, uno sforzo che pochi compiono, vedi facciate di secoli ancora più antichi. Sei e Settecento sono la norma, ma di recente i muratori ne hanno scoperta una del Trecento.

Non tutte le ristrutturazioni vengono per nuocere. Non è tuttavia il caso di farsi illusioni sull’amore degli svedesi per l’antico e il vecchiotto. Anche a loro piace abbattere e ricostruire. Se i commercianti della vecchia guardia si sentono fare offerte cui non si può dire di no, rispondono di sì.

I negozi di Västerlånggatan, che si sono moltiplicati con effetto domino, non si rivolgono a chi ha bisogno ma a chi ha capricci insoddisfatti da esaudire. Fanno l’occhiolino al collezionista, al pupo che è in ognuno di noi, al turista che non si accontenta di souvenir dozzinali, a chi vuol fare un regalo o cerca una reliquia. E i prezzi sono da reliquia. Dal vinile datato alla borsetta di legno di baobab del Burkina Faso passando per tutte le tappe intermedie e con molti scali nel sobrio design nazionale che si esprime nei gioielli e nei mobili, negli accessori da barca e nell’abbigliamento, facendo di tutte le epoche un unico elegante fascio.

Le vetrine dei negozi non tengono conto delle stagioni perché si rivolgono ai desideri del profondo, notoriamente senza calendario: letterine natalizie con la porporina anche se non è Natale, streghe anche se non è il giorno della befana, gnomi e trolls anche se non è Santa Lucia, che in Svezia è la festa dei bambini per eccellenza, maschere anche se non è più carnevale… Un perenne luna park anche se non è la festa del santo patrono. E con la bella stagione, suonatori ambulanti e artisti di strada a catinelle.

Un emporio per bambini-bambini e per bambini adulti. Chilometri di vetrine su cui non tramonta mai la luce elettrica, che ti implorano di fermarti, che ti scongiurano di entrare, che supplicano guardami, che ti pregano comprami. E tu sei lì, davanti ai cristalli con i pugni stretti attorno a una manciata di preziosissime corone, combattuto tra il trenino elettrico e la bambola di pannolenci. E sai che prima o poi dovrai cedere al bambino che è in te. È solo questione di tempo. Da Gamla Stan, puoi illuderti che il resto della città, della nazione e della vecchia Europa non siano molto cresciuti.

 

 

Il fascino notturno di Gamla Stan

 

 

Il buon caffè di Fellini
Davanti alla cattedrale, dove la piazza dell’Accademia comincia a inclinarsi in un pendio dolce, faccio sosta ai tavoli di un ristorante tappezzato di lavagne nere che reclamizzano prezzi un po’ più lievi della norma. Si chiama Kaffegillet. Il proprietario, che aveva tutta l’aria di essere svedese come il suo locale mi battezza al volo e mi rivolge la parola in italiano. Si chiama Gianni Cerchiari, svedese figlio di modenese, emigrato di seconda generazione. Siete un bel po’ nel ramo ristorazione, gli dico subito per fargli vedere che tutto quel pullulare di ristoranti italiani non mi è sfuggito. Lui sorride. «Non farti prendere per il naso: se non c’è una targa che lo specifichi, i ristoranti che sembrano italiani sono quasi tutti gestiti da ex jugoslavi o da turchi». Avrei dovuto immaginarlo quando da Michelangelo ho visto il menu esposto con su scritto «bresaula». Pensavo fosse valtellinese. A conti fatti, di targhe con la scritta «ristorante italiano gestito da italiani» ne ho vista solo una: Rodolfino.

Christer Hevestam ha un bar, al numero 11 di Västerlånggatan, che si chiama Caffellini, dove si possono gustare i migliori caffè e cappuccini di Gamla Stan (ne parliamo a ragion bevuta). Come mai un nome così strambo? Si meraviglia di questa domanda. «Un omaggio a due miti italiani nella stessa insegna: l’espresso e Fellini». E poi si allarma: «Non è abbastanza chiaro?». Lo tranquillizzo. Ma sì certo, che stupido a non averci pensato. Christer, uno cui piace fare le cose per bene, ha pure seguito un corso su come si fa il caffè. In Italia, ovviamente. In un negozio di fronte, ha pure aperto una gelateria italiana: il gelato glielo fornirà Bruno. Chi è Bruno? «Perbacco, un famoso gelatiere italiano con sede in Germania». Ma sì, certo, che stupido, come ho fatto a non pensarci. Bruno, in Germania. Il gelato italiano.

 

 

Stitched Panorama

 

 

Esausto per il tanto camminare, tramortito da conversazioni e rivelazioni, decido di rifugiarmi al Kaffe Koppen, in Stortorget, la piazza a due passi dal palazzo reale, quella su cui tutti prima o poi passano, quella della sede dell’Accademia svedese che dà il Premio Nobel. Il locale sono in realtà due ed entrambi inalberano le insegne arcobaleno della pace. Attigui, uno ha avventori soprattutto maschi, mentre l’altro è frequentato per lo più da donne. È sera, fa un po’ freschino, opto per quest’ultimo, che mi pare più vispo. Sui piccoli tavoli neri attorniati da sedie sbilenche, sono accese candele che fanno parecchio cripta cristiana. Sotto le volte gotiche, il profumo dell’incenso si mescola a quello delle lasagne, anzi «lasange», appena sfornate.

L’ambiente è bohemien, ma con prezzi da café chantant (un caffé brodoso di matrice americana mi costerà 21 corone, l’equivalente preciso di 2,63 euro). Le due bionde gestrici servono in tavola con rapidità detto-e-fatto. Le bionde clienti siedono ai tavoli scaldandosi le mani con bussolotti di caffé bollente.Verrò a sapere in seguito che le bandiere multicolori non erano un segnale di pace ma ostentazione di orgoglio gay, un segnale di riconoscimento utile all’orientamento degli omosessuali fuori sede. Dunque, sono entrato nella sezione lesbica del Kaffe Koppen.

Il giorno dopo farò tappa dai maschi. Un po’ per non far torto a nessuno, e soprattutto attirato dalla cioccolata in tazza, anzi in scodella, enormi scodelle da caffelatte senza impugnatura. Complice il sole, mi sistemo sulla pedana esterna. Se avessi freddo alle gambe, potrei avvolgerle in una coperta di lana, simile a quella che ti danno in aereo, fornita dalla casa. Da questa postazione strategica, osservo il passeggio, mi godo la cioccolata in scodella e il sole.

Poco più in là, la signora degli hot dog lustra i vetri delle finestrelle del suo fragile chiosco di legno grande come una casa di bambola. Pochi i clienti e di passaggio: non ha dove farli accomodare. Mi sa che questi qui del Koppen, con la scusa della clientela selezionata, stanno facendo le scarpe ai vicini. Dicono che sono gay e poi imbarcano di tutto: dispersi come me, coppie etero, famigliole al gran completo, bambini accompagnati. È concorrenza sleale. Mi sa che domani pranzerò con un hot dog. E guarderò il resto del mondo da una panchina pubblica. A Stoccolma. D’inverno. Ci penserò.

 

 

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