Teheran, una città e un popolo in festa

Due giovani donne della Teheran bene festeggiano la firma degli accordi di Vienna sul nucleare

 

«Guardate le strade stasera, siamo felici», Giti, un'iraniana di 42 anni, urla per farsi sentire. La baraonda copre la sua voce. Insieme a migliaia di suoi compatrioti martedì sera è scesa in strada per festeggiare gli accordi di pace sul nucleare firmati a Vienna tra l'Iran e le potenze occidentali.

Il ramadan e la calura (39 gradi) avevano sospeso le reazioni immediate all'annuncio, arrivato a metà pomeriggio. Ma è bastato che terminasse il digiuno e il caldo mollasse un poco a scatenare la folla. Attorno alle 22,30, centinaia di persone hanno cominciato a radunarsi in Vali Asr, la strada più lunga della capitale, 19 chilometri. Chi era in macchina pigiava sul clacson con furia forsennata. È stato un raro momento di osmosi tra popolo e regime.

«Forse la situazione economica cambierà, specialmente per i giovani», spera Giti, che ha vissuto in Canada e negli Stati Uniti e che, dopo tre anni passati in Iran, pensava di lasciare il Paese. «Volevo partire, ma per ora resterò a vedere quel che succede»

«Siamo felici», esulta Parvaneh Farvadi, una donna di 32 anni . «Grazie Zarif». E aggiunge: «Amo anche John Kerry: sono stati bravi entrambi». Nel clima di ritrovata concordia con il «Grande Satana», Parvaneh non vuol far torto né al ministro degli Esteri iraniano né al segretario di Stato americano.

Gli abitanti di Teheran non hanno dubbi: la fine delle sanzioni internazionali provocherà un boom dell'economia iraniana e un miglioramento della loro vita quotidiana. «Siamo anelli di un'unica catena», sintetizza Ali Alizadeh, un disoccupato di 42 anni. «Se una fabbrica o un negozio di abbigliamento, come quello che avevo, riapre, almeno venti persone avranno un lavoro e venti famiglie ne beneficeranno».

«Se verranno tolte le sanzioni, la flotta aerea sarà rinnovata e potremo avere le medicine per certe malattie particolari», dice
Behnam Arian, 36 anni, contabile in un'impresa privata. Poi getta acqua sul fuoco dell'entusiasmo ricordando che i benefici non saranno immediati. «Ci vorranno almeno sei mesi».

Per Hamid Bahri, ingegnere di 36 anni, specializzato in progetti di sviluppo governativi, «non è un cattivo accordo, perché ogni parte ne ricaverà vantaggi e le potenze mondiali renderanno più sicuri i loro interessi in Iran negli anni a venire». E aggiunge: «L'accordo è buono perché impone la pace nella nostra regione e porterà alla distruzione graduale dei gruppi terroristici». Allude soprattutto ai jihadisti del sedicente Stato islamico. A suo dire, «quando il mondo ci riconoscerà come Paese pacifico e gli investimenti stranieri ricominceranno ad affluire, avremo un impatto positivo sulla vita della gente».

In un tweet, un iraniano ha scritto che Mohammad Javad Zarif e John Kerry, che hanno negoziato per tre settimane a Vienna, meriterebbero il premio Nobel per la pace.

Resta da sapere se la risoluzione del conflitto con l'Occidente sul nucleare, problema prioritario per il presidente Hassan Rohani, eletto nel giugno 2013, sarà seguita da riforme per rendere il Paese più democratico. Perciò martedì sera molti manifestanti ne hanno approfittato per lanciare slogan sulla liberazione di Mir-Hossein Musavi e Mahdi Karrubi, i due leader dell'opposizione iraniana da quattro anni agli arresti domiciliari. Durante la campagna elettorale il «moderato» Rohani aveva promesso anche maggior democrazia. (Da un articolo di Armin Arefi pubblicato da Le Point il 16 luglio 2015)

 
È festa per le strade di Teheran (foto a scorrimento automatico)

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