Thailandia, il tempio delle tigri fa discutere: due testimonianze

La macabra scoperta. Foto Reuters

 

 

Dopo una controversia che andava avanti da anni, i monaci del celebre Tempio delle tigri che si trova nella provincia di Kanchanaburi, a ovest di Bangkok, in Thailandia, hanno dovuto accettare di far sgomberare gli animali che ne facevano la fortuna tra i turisti. I visitatori pagavano venti dollari per entrare e farsi fotografare con le tigri, mentre davano da mangiare ai cuccioli e camminavano in mezzo a loro.

Ma da alcuni mesi erano cominciate le accuse di abusi e di traffico illecito di animali selvatici, finché, il 30 maggio, le autorità hanno fatto irruzione con l’ordine di confiscare le 137 tigri e portarle in una riserva naturale. I monaci si erano difesi spiegando che l’apatia delle tigri – che permetteva ai turisti di scattare foto abbracciati ai felini – non era ottenuta con la somministrazione di droghe o farmaci ma con uno speciale addestramento.

Nei freezer del tempio buddista sono stati trovati quaranta cadaveri di cuccioli di tigre. Le autorità tailandesi hanno incriminato tre monaci che stavano cercando di contrabbandare pelli di tigre e ciondoli realizzati con parti dei felini.

 

 

L'ingresso del Tempio delle tigri. Forto di Chaiwat Subprasom:Reuters

 

 

Dopo i fatti, due diverse esperienze

 

 
Andrea Debernardi, un biellese nella tana delle tigri

Lasciare tutto per un'altra esperienza di vita. In tanti lo hanno fatto, in molti ci sono riusciti, altri sono tornati indietro sui propri passi. Certo che partire per avere a che fare, quotidianamente, con delle tigri non è da tutti. Lo ha fatto Andrea Debernardi, che dopo dodici anni di lavoro nell'azienda di famiglia, nonostante l'impiego fosse più che discreto, ha deciso di lasciare Biella per la Thailandia. Ora è al Tiger Temple e si occupa di grandi felini.

Il tempio buddista ospita 137 tigri ed è meta di un forte turismo. Negli ultimi anni è stato al centro di polemiche da parte di associazioni animaliste. Andrea racconta a Newsbiella la realtà che vede lui stesso, ogni giorno.

Cosa facevi a Biella e come è nata l'idea di partire e di dedicarti alla tua attuale attività?
«A Biella ho lavorato per 12 anni nell’azienda di famiglia che si occupa di distribuzione di materiale idraulico, progettazione di impianti termo-idraulici e promozione di energie rinnovabili. Ma fin da quando ero adolescente il mio sogno é sempre stato quello di viaggiare ed entrare in contatto con culture e luoghi differenti dall’ambiente in cui sono cresciuto. Nonostante il lavoro fosse ottimo, a 35 anni mi sono sentito in parte intrappolato in una vita che non era quella che volevo e ho deciso a malincuore di lasciare l’azienda. Dopo svariati mesi in giro per il mondo sono tornato in Italia e mi sono trasferito in Val d’Aosta per seguire una mia grande passione, lo sci. Ho trovato un lavoro stagionale che mi consentisse di mantenermi e di continuare a fare ciò che più volevo. Sciare d’inverno e viaggiare nelle mezze stagioni. Durante uno di questi viaggi ho avuto la mia prima esperienza al Tiger Temple. Ho fatto richiesta di partecipazione al programma di volontariato e in ottobre 2014 sono partito per quello che pensavo sarebbe stato un unico mese un po’ fuori dal comune».

 

 

Addestramento con bagno. Foto di Chaiwat Subprasom:Reuters

 

 

Perché hai deciso di fare questo «salto» così importante?
«Quel primo mese si trasformò subito in due. Tornato in Italia per lavorare mi son trovato a contare i giorni che mancavano prima di poter ritornare in Thailandia. A maggio e giugno dello scorso anno ero di nuovo qua. A settembre sono tornato per stare altri 6 mesi come volontario. Dopo pochi giorni mi hanno chiesto di fermarmi a tempo indeterminato e mi hanno offerto un impiego. Era un’occasione troppo grande e ovviamente ho detto sì».

Come si sviluppa ora una tua giornata tipo?
«La mia giornata è un mix di interazione con gli animali e coi turisti. Solitamente il mattino è la parte del giorno in cui lavoro con gli animali (oltre alle tigri abbiamo cervi, bufali, cavalli, mucche maiali selvatici, un orso, un leone ed è nostro compito prenderci cura di tutti loro). Il pomeriggio il parco si riempie di turisti e il mio lavoro è guidarli in giro per il parco, fornire tutte le indicazioni necessarie e occuparmi della loro sicurezza».

Ci parli del Tiger Temple? Di che si tratta?
«Il Tiger Temple era in origine semplicemente un tempio buddista. È stato fondato nel 1994 e quasi subito è diventato un rifugio per animali di ogni tipo. In Thailandia chiunque abbia un animale (o trovi un animale) e non sia in grado di prendersene cura lo porta in un tempio buddista e i monaci per loro natura accettano qualunque essere vivente e fanno del loro meglio per assisterlo. Nel 1999 qualcuno portò dei cuccioli di tigri. E I monaci se ne presero cura. Col passare degli anni la notizia si diffuse e il tempio si ritrovò con diversi esemplari di tigre che ovviamente iniziarono a riprodursi. Oggi al tempio vivono 137 tigri».

 

 

L'addestramento. Foto di Chaiwat Subprasom:Reuters

 

 

Come ti trovi in Thailandia e come ti sei integrato con la popolazione? Come vivono loro il rapporto con le tigri?
«I Thailandesi che lavorano al tempio (circa 70 persone) sono abbastanza diffidenti con gli stranieri che arrivano come volontari. Sono abituati a vedere gente che arriva e riparte dopo un mese e per questo motivo ci mettono un po’ ad affezionarsi a qualcuno. Ma appena iniziano ad aprirsi sono persone splendide, generose, divertenti, leali e protettive. Per la maggioranza di loro lavorare al tempio è un privilegio e il loro amore per gli animali è incondizionato. Per qualcuno questo è semplicemente un buon lavoro. A volte guardando il loro modo di interazione con gli animali si possono notare comportamenti che ai nostri occhi sono diventati inaccettabili e questo è un motivo di forte critica da parte di associazioni animaliste nei confronti del tempio. La mia idea è che la critica pura e semplice sia totalmente inutile e dannosa. Non dovremmo mai dimenticare in quali condizioni gli animali erano costretti a vivere nel mondo occidentale in zoo e circhi fino a non più di vent’anni fa (e in molte strutture ancora oggi). Solo con educazione e pazienza le cose cambiano. Detto ciò il tempio è senza dubbio una delle migliori strutture in Thailandia per ciò che riguarda la cura e il benessere degli animali».

Ci racconti del tuo rapporto con questi splendidi animali?
«Il mio rapporto con loro è differente a seconda della tigre. Innanzitutto lavoro solo con alcune delle 137 tigri, in particolare una trentina, molte delle quali ho visto crescere da quando erano cuccioli. Con alcune è molto facile essere super affettuosi, con altre è importante mantenere sempre una certa distanza. La cosa più importante è avere sempre il necessario rispetto e ricordarsi sempre che si ha a che fare con un predatore di 200 kg (nel caso di un maschio adulto). Ogni giorno ognuna di loro ti insegna qualcosa, ti ricorda qual è il limite che non devi oltrepassare. Con alcune posso permettermi di avvicinarmi fino a baciarle sul naso, con altre so che adorano essere grattate sotto il mento e non sulla pancia o viceversa, altre ancora posso lasciare che mi vengano vicino oppure devo stare attento a stare sempre dietro le loro spalle. Infine ci sono momenti in cui ti fanno capire che è decisamente meglio stare alla larga per un po’».

 

 

Alle tigri del tempio piace giocare, fare il bagno e dormire. Foto di Chaiwat Subprasom:Reuters

 

 

Ci descrivi le tigri a livello caratteriale?
«Può sembrare una banalità, ma le tigri per molti aspetti sono dei grossi gattoni. Sono animali che dormono per gran parte della giornata. Finché son cuccioli adorano giocare (nelle poche ore di veglia) e passano il tempo a lottare con gli altri cuccioli. Crescendo poco a poco diventano molto più pigre. Dormono, mangiano, passano gran parte delle ore di veglia a marcare il territorio o a rilassarsi a mollo nello stagno (e qui son l’opposto di un gatto: adorano l’acqua). Nel rapporto con le persone sono assolutamente speciali. Per avere la loro fiducia devi trascorrere tanto tempo con loro, mostrar loro che meriti le loro attenzioni. Non corrono da te ogni volta che ti avvicini a loro, non saltano di gioia ogni volta che le chiami, non ti mostrano il loro affetto ogni volta che vorresti. Ma quella volta che lo fanno rende tutto estremamente speciale e ti ripaga di ogni singolo sforzo che hai fatto per creare un legame con loro».

Qualche episodio curioso che ti è capitato con gli animali in Thailandia che merita di essere raccontato?
«È un episodio di un po’ di tempo fa. Stavo allattando con un biberon un cucciolo di nove mesi. Mi son seduto di fronte a lei come al solito e quando ha iniziato a bere il latte ha appoggiato le zampe sulle mie spalle e mi ha spinto indietro. Mi sono ritrovato coricato per terra ad allattare una tigre di 70 chili circa completamente accovacciata su di me a pensare: “Ok, ho ancora circa 20 secondi prima che il latte finisca…e poi?’’. Fortunatamente, finite il latte, si è rialzata e si è spostata da sola». (Intervista pubblicata il 25 aprile 2016)

Fonte: NewsBiella

 

 

Dopo l'addestramento, una bella spaghettata. Foto di Chaiwat Subprasom:Reuters

 

 

Un veterinario caduto nella trappola delle tigri

Sono passati sette anni e, nonostante in tanti con il tempo mi abbiate chiesto consigli e impressioni su Wat Pa Luang Ta Bua, meglio noto come Tiger Temple, è solo la notizia di ieri comparsa sul magazine online Thai PBS del sequestro di 100 tigri che mi ha spinto a fare un viaggio indietro nel tempo e mettere nero su bianco la mia esperienza in quello che credo sia una delle attrazioni turistiche della Thailandia più dibattuta: trappola per turisti o santuario per la conservazione delle tigri?

So già che indipendentemente da quanto io possa dirvi la decisione se andare o no a Kanchanaburi a vedere il Tempio delle Tigri l’avete presa da tempo e difficilmente cambierete idea. Almeno non potrete dire che nessuno vi aveva messo in guardia. Ma andiamo con ordine.

Ero appena arrivato in Thailandia. Avevo solo tre settimane per vedere il Paese dei Sorrisi e l’idea di trasferirmi non m’aveva sfiorato neppure l’anticamera del cervello. L'ambulatorio veterinario della dottoressa Minici alle porte di Roma mi aspettava al rientro dalla vacanza. Ero partito senza aver programmato nulla, consapevole che non sarei riuscito a fare e vedere tutto quello che questo Paese offre a un turista (o viaggiatore se meglio credete).

Due giorni qui, tre giorni là… poi una mattina passeggiando per Silom noto un cartello che pubblicizzava escursioni di due giorni nella Provincia occidentale di Kanchanaburi, al confine con la Birmania: fiumi, cascate, cimiteri militari, un ponte su un fiume che tanto suonava come il titolo di un vecchio film (Il ponte sul fiume Kwai), la famosa ferrovia Birmania-Thailandia di cui appunto parlava il film e costruita da prigionieri di guerra. E poi una foto incredibile di una turista sorridente seduta accanto al mio felino preferito, la tigre.

 

 

Il monaco odontoiatra

 

 

In soli 10 minuti ero già fuori dall’agenzia con i biglietti «all inclusive» per l’escursione e 1500 baht in meno nel portafoglio (nb: esistono numerosissime agenzie con pacchetti diversi a costi diversi, dai 750 baht agli oltre 15 mila per chi vuole fare poi un bagno con i delfini a Hua Hin.

Non sapevo - perché non mi ero affatto informato - che i tour che includono la visita al Tempio delle Tigri a Kanchanaburi, a poche ore di distanza da Bangkok, fossero supergettonati. E in fondo non mi interessava neppure perché per la prima volta avrei avuto la possibilità di vedere da vicino e magari accarezzare questo splendido ed elegante mammifero.

Durante le circa quattro ore di tragitto la guida del tour aveva più volte sottolineato che a Wat Pha Luang Ta Bua il primo cucciolo arrivò nel 1999 dopo essere stato salvato dai bracconieri e che da allora i monaci del tempio si erano adoperati per portare avanti questo progetto di conservazione e tutela delle tigri. All’epoca nel tempio si contavano poco meno di 100 esemplari fra cuccioli e adulti, nonché moltissimi altri animali e uccelli in quello che veniva descritto come un’oasi dove gli animali vivevano in armonia gli uni con gli altri e con l’uomo.

Qualcuno accanto a me bofonchiava che era una trappola per turisti, che aveva letto articoli con opinioni contrastanti e che gli esemplari adulti erano sedati e costretti a trascorrere ore e ore legati alla catena sotto al sole, senza cibo o acqua.

 

 

Le tigri nel recinto del tempio. Foto di Chaiwat Subprasom:Reuters

 

 

Subito dopo pranzo arriviamo finalmente al Tempio delle Tigri. Avendo pagato già il biglietto (che oggi credo ammonti a 500 baht) saltiamo la fila alla biglietteria e, prima ancora di realizzare quanto caldo facesse, ci viene fatto firmare una dichiarazione con la quale solleviamo da ogni responsabilità il tempio per qualsiasi danno che una tigre possa arrecarci durante la nostra permanenza, morte compresa. Un paio di «volontari» farang invitano, neppure troppo educatamente, alcuni di noi a cambiare gli indumenti e spiegano sommariamente le regole per avvicinarsi alle tigri: niente colori vivaci, in particolare il rosso, evitare i movimenti a scatto e improvvisi e i rumori troppo forti.

Nel frattempo, mi chiedevo perché si chiamasse tempio visto che di quello che avevo imparato essere un tempio non ce n’era neppure l’ombra. Sembrava piuttosto di essere in uno zoo tenuto male, con una sorta di canyon scavato nella roccia con pochi alberi accanto ai quali c’erano delle tigri legate alla catena. Mi ripetevo nella testa che era tutto per una questione di sicurezza. Ma sicurezza di chi? Delle tigri o dei visitatori?

Arrivati ad un certo punto del canalone di pietra, un'altra biglietteria, soldi extra per passeggiare con la tigre al guinzaglio (ovviamente con un monaco a capo della ridicola processione), soldi extra per avere la foto scattata dal fotografo ufficiale del tempio, soldi extra per sedersi sulla tigre, soldi extra per dare il biberon con il latte ai cuccioli… la trappola inizia a farsi più chiara davanti agli occhi.

 

 

Tigri incatenate agli alberi

 

 

Mentre faccio la mia bella fila sotto al sole per entrare nel recinto leggo un dépliant in cui vengono pomposamente spiegati gli obbiettivi del Tiger Temple ovvero che tutte le donazioni vengono utilizzate per la conservazione e rieducazione di questi animali in modo tale che un giorno possano tornare nel loro ambiente naturale per vivere libere.

Entro, scatto, accarezzo e prendo il polso. Sì, avete letto bene: per la prima e unica volta in vita mia ho misurato la frequenza cardiaca di un esemplare maschio adulto di tigre semplicemente appoggiando sulla femorale il mio indice-medio-anulare. Bradicardia e ipotensione (ritmo rallentato e polso debole). Non ho avuto molti dubbi su quanto avevo sentito. Su internet avevo letto che «the heart rate of tigers ranges from 56 to 97 bpm» ovvero che i battiti dovrebbero oscillare fra i 56 e i 97 al minuto mentre quelli che avevo contato io erano decisamente inferiori. E qui ho commesso l’errore: mi sono permesso di chiedere ad un «volontario» come mai il battito fosse così rallentato, se fosse per caso l’effetto di un qualche farmaco (acepromazina?). Non ho rivelato che sono laureato in medicina veterinaria e che fino a quel momento, anche se non lavoravo con le tigri, ero comunque un libero professionista in Italia.

Con arroganza e tono saccente mi viene spiegato che «tutti le tigri avevano appena mangiato e come tutti i felini dopo mangiato erano semplicemente assonnati e rilassati e che, perdi più, hanno l’influenza positiva della calma dei monaci e sono animali abituati all’uomo». Per poco non scoppio a ridere pensando alla scena dei miei gatti che dopo mangiato se gli girano le scatole un bel morso o una zampata comunque te li danno, altro che calma postprandiale. O di tutti i gatti che in ambulatorio per fargli un vaccino serviva un domatore: eppure erano gatti abituati all'uomo. Vengo poi altrettanto bruscamente invitato ad allontanarmi da quella zona e a proseguire altrove la mia visita al tempio.

Ora, la certezza dei miei sospetti non ce l’ho ma di certo in quel luogo non ci torno e se posso cerco di far riflettere chi ama gli animali che se si vuole davvero tutelare la specie per poi reintrodurla in libertà:

non la si tiene a catena
non la si porta al guinzaglio
non le si tira la coda o punzecchia con bastoni per tenerla soggiogata
non la si costringe a stare a contatto forzato con l’uomo
non la si nutre come se fosse un gatto domestico
non la si tiene in gabbie di dimensioni ridotte.

 

 

Tigre in gabbia. Foto di Chaiwat Subprasom:Reuters

 

 

E poi, dal 1999 a oggi, non è mai stata reintrodotta in libertà una sola tigre direttamente dal centro. Viene spontaneo chiedersi quantomeno che fine facciano tutti i soldi che incassano e raccolgono, no? Che finiscano in gran parte per finanziare la costruzione dell'imponente nuovo e scintillante tempio in stile Basilica di San Pietro in Vaticano?

Sicuramente non capita tutti i giorni di accarezzare una tigre. Sicuramente non capita spesso di avere la possibilità di passeggiare circondati da così tante tigri. Ancora meno frequente la possibilità di dare il latte ad un cucciolo di tigre. Non nego che ero emozionato. Ma al di là dell’emozione mi è rimasto l’amaro in bocca molto più forte di quello provato l’ultima volta che entrai in uno zoo.

L’amaro di chi si sente truffato. Di chi vede uno degli animali che più ama trattato come una qualsiasi attrazione turistica, ridicolizzato e maltrattato, sfruttato, tenuto in cattività senza la minima coscienza etologica. e neppure ecologica ovviamente. L’amaro di chi realizza di essere impotente e di non poter far nulla oltre che dire apertamente la propria opinione. L’amaro di chi ha fatto il turista per caso, senza informarsi prima perché per lo meno sarei andato preparato.

La mia posizione sul turismo ecosostenibile l’ho chiaramente espressa parlando di come ho scelto il corso base da Mahout a Chiang Mai e posso solo dire in conclusione che per me è un «Sì» a Kanchanaburi, zona bellissima della Thailandia ma un «No» al Tempio delle Tigri, perlomeno fino al giorno in cui non avrò la certezza che quello che dicono sia davvero messo in atto. Ma forse mi sbaglio, voi che dite? (Articolo pubblicato il 5 febbraio 2015)

Fonte: Andrea in Thailandia… e che Thailandia!

 

 

Turisti al Wat Pa Luang Ta Bua, foto ricordo con tigre

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