Trieste, l’ultimo muro si chiama Pedocìn

Trieste, la sezione femminile del Pedocìn nel film «L'ultima spiaggia»

 

 

di Cristina Battocletti

 

 

I triestini hanno convissuto così a lungo con il concetto di frontiera che, quando i confini sono scomparsi, se ne sono tenuto uno in spiaggia lungo tre metri tra maschi e femmine. Quel lido anomalo con barriera divisoria annessa, il Bagno Lanterna, sbarca giovedì prossimo sulla Croisette alla 69esima edizione del festival del cinema di Cannes, nella selezione ufficiale di «Special screenings», raccontato nel documentario L’ultima spiaggia di Thanos Anastopoulos e Davide Del Degan.

«Quando abbiamo iniziato il progetto», spiega Anastopoulos, «questo muro, che i cittadini difendevano con orgoglio, era quasi folcloristico, l’ultimo d’Europa. Oggi invece è una demarcazione tragica, perché nuovi muri si innalzano a poca distanza da qui, in Slovenia e nei Balcani per fermare l’ondata dei profughi».

 

 

La sezione femminile del Pedocin

 

 

Nella vulgata, invece di Bagno Lanterna si usa il soprannome di Pedocìn, diminutivo dal dialettismo pedocio, pidocchio, forse perché vi scorrazzavano bambini pidocchiosi, o forse perché nell’alta stagione lo stabilimento arriva a contare 4mila bagnanti, 3500 tra mule (donne) e infanti nella parte femminile, 500 nella parte maschile. Il Pedocìn è un vero saggio dell’essenza di Trieste, con le sue ore slentate e i corpi arrostiti al sole non appena un raggio di sole buca il cielo di lamiera, per dirla con Elio Pagliarani; un luogo carico di viz, l’ironia che si condensa in una battuta come un colpo di fioretto o di frusta.

Con le babe, le signore, che giocano a carte e cantano canzoni sconce, secondo una tradizione – vuoi per influsso asburgico, vuoi balcanico, vuoi per la bora che scompiglia le teste – che le vuole più emancipate di tante altre realtà italiane. Un luogo di mescolanza per cui le differenze sociali si annullano sull’asciugamano e sul lettino, a nudità esibite per un prezzo democratico, un euro. «Il nostro potrebbe essere un film modernista», scherza Anastopoulos. «Si va a ritroso e in avanti rispetto alla parte centrale che è quella estiva, condensata in due giornate. L’inizio è di inverno e la fine l’autunno successivo. Ci sono momenti ironici e poetici, il tempo si mescola, diventa ciclico e ritorna».

 

 

 

 

Anastopoulos è nato ad Atene ma vive nel capoluogo giuliano da otto anni, con moglie autoctona e figlio nato a Trieste. Il suo Correction ha partecipato alla Berlinale nel 2008 e ha rappresentato la Grecia agli Oscar; The Daughter nel 2013 era alla Berlinale e al Festival di Toronto. Del Degan, triestino patocco (cioè nato e cresciuto in città), è al suo primo lungometraggio dopo diversi corti tra cui Interno 9, premiato con il Globo d’Oro e candidato al David di Donatello nel 2004 e Habibi (2011), vincitore del Nastro d’Argento e candidato al Globo d’oro.

Entrambi sono approdati all’Ultima spiaggia senza una vera idea di che cosa ne sarebbe scaturito quasi per tenersi in allenamento tra una fiction e l’altra, frequentando il Pedocìn per dodici mesi, dapprima addirittura senza macchina da presa per farsi accettare dagli avventori. «Non avevamo appuntamenti, né personaggi, né una sceneggiatura ben definita; non abbiamo mai stimolato un dibattito. Sono le storie che hanno scelto noi», puntualizza Del Degan.

 

 

Thanos Anastopoulos e Davide Del Degan, autori del film «L'ultima spiaggia»

 

 

L’unica regola che si erano dati i due registi era quella di non uscire mai dalla spiaggia, di fare un film corale, caleidoscopico, senza entrare nelle psicologie, senza creare protagonisti assoluti. Il film è un piccolo compendio di umanità, anche razzista e sessista – più per frasi fatte che per vera intenzione – tra i litigi per una sedia sottratta, il rifocillamento dei gatti, incalzati dai gabbiani. Il passato che rimbomba sempre nelle teste dei più anziani, dagli eccidi nazisti, all’esodo degli istriano-dalmati, agli amarcord sulle jugolire (valuta fantascientifica), alle chiacchiere in dialetto stretto puntellate magari da bestemmie in sloveno.

Una deriva in chiave frivola di quella che fu la città e il suo territorio circostante tra il 1947 e il 1954, il cosiddetto Territorio Libero di Trieste, diviso di fatto nella zona A, amministrata dal governo militare alleato, e la zona B sotto la Jugoslavia. «Ogni parte vive questo spazio di separazione come un privilegio da difendere strenuamente», spiega Del Degan. Proprio per questo per girare ci sono voluti due direttori della fotografia, una donna, Debora Vrizzi per il settore femminile, e un uomo, Ilias Adamis, per la parte maschile in modo che i bagnanti non avvertissero interferenze nel godimento pieno di quella separazione.

 

 

L'ultima spiaggia

 

 

Sarà perché Trieste è stata il primo porto della psicanalisi in Italia attraverso Edoardo Weiss, discepolo di Freud, o che qui fece il suo laboratorio Franco Basaglia, L’ultima spiaggia si è trasformato in uno specchio della natura umana con le sue distorsioni nel senso di identità nazionale e personale. «Per questo», sottolinea Anastopoulos, «le immagini lasciano spazio a vari approcci, in modo che lo spettatore possa fare combinazioni mentali ed emotive e continuare a creare un film dentro di sé». (Il Sole 24 ore, 8 maggio 2016)

 

Bagno marino La Lanterna

molo Fratelli Bandiera 3
tel. 040 305 922

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