Turchia, i bambini siriani schiavi di Erdogan

Profughi siriani

 

 

La Grecia ha cominciato a rispedire i migranti siriani in Turchia, dove sono costretti a vivere in condizioni vergognose. Soprattutto i bambini, sfruttati per produrre beni di consumo, destinati al mercato interno e all'Europa. Una generazione sacrificata.

 

Foto di Emin Ozmen

 

 

Mohamed

 

Mohamed vive a Kilis con uno zio, militante di al-Nostra (al-Qaida) che attraversa regolarmente la frontiera per andare a combattere. Mantiene tutta la famiglia che conta otto persone, compreso il suo gemello. Lavora in una panetteria, 14 ore al giorno per 30 euro al mese e si è fratturato un piede uscendo dal forno con le braccia cariche di pane. Kilis, covo di guerrieri siriani e internazionali, è regolarmente bersagliata dai razzi lanciati da Daech dalla parte opposta della frontiera.

 

 

Houdai

 

Houdai, 12 anni, dipinge mobili con la pistola a spruzzo dodici ore al giorno, sette giorni su sette, per l’equivalente di 20 euro a settimana. È grande per la sua età, ma ha conservato la sua faccia da bambino. Ha paura di perdere il lavoro, anche se è un lavoro che lo sta uccidendo lentamente. Houdai soffre di una malattia ai polmoni provocata dalle esalazioni della vernice. Una settimana fa è stato sottoposto a sei giorni di cure intensive all’ospedale di Antakya.

 

 

Amer e Amar

 

Amer, 15 anni, e Amar, 13, si alzano tutti i giorni alle 5 del mattino per andare a raccogliere rifiuti di plastica che rivendono a un grossista. Il loro padre, un modesto funzionario, è arrivato due mesi fa da Latakia: «Non c’è lavoro per me, ma vedere i mie figli rovistare nell’immondizia! Non avevo mai provato una simile vergogna in vita mia».

 

 

Mohammed e Kassem

 

Mohammed e Kassem hanno avuto fortuna. Aspettavano sotto il ponte Narlica di Antakya che qualcuno li cercasse per offrire loro del lavoro. Dopo essersi battuti contro altri nelle loro stesse condizioni, sono riusciti a issarsi sul pick-up di Orman, un turco grassoccio di una sessantina d’anni che si stava costruendo una casa nella regione di Hacipasa. Quella zona della provincia di Hatay è il paradiso del business con la Siria. Contrabbando di materiali da costruzione, automobili, sigarette e soprattutto benzina da una parte all’altra della frontiera. Traffici che la guerra ha decuplicato.

 

 
Mohamed che andava a scuola
 

A Idlib, Mohamed ha visto un edificio spazzato via da una bomba crollare come un castello di carte davanti a lui, corpi sbudellati, amici con le membra fatte a pezzi. A 16 anni dice: «Sono ancora vivo. Che cosa posso chiedere di più? Siamo una generazione sacrificata». In Siria, andava a scuola. Ora non si fa più illusioni, non riprenderà più gli studi: «Non serve a niente sperare. la speranza ti spezza in due».

 

 

Lavori pericolosi

 

Nella zona industriale di Antakya, i turchi impiegano gli adolescenti siriani in lavori di carrozzeria, saldatura, verniciatura. In Siria, il tasso di scolarizzazione era del 99 per cento nella scuola primaria e dell’89 per cento nella secondaria, prima della guerra, ragazzi e ragazze insieme. Ma durante l’anno scolastico 2014-2015, sono andati a scuola meno di un quarto dei 700mila bambini siriani che vivono in Turchia.

 

 

Nijah Maraghe

 

Nijah Maraghe, una ragazzina gracile di 14 anni dagli febbricitanti oggi non ha potuto andare a lavorare. In Siria, un giorno mentre andava al mercato con i suoi genitori, ha visto una testa decapitata in cima a un palo della luce. «Ho avuto anch’io paura di morire». Non ricorda di avere avuto sogni, neppure modesti. «Er così piccola, quando le cose hanno cominciato a diventare molto gravi…».

 

 
Lavoratori stagionali

 

Abitanti del campo di lavoro stagionale di Tuzla riempiono d’acqua i loro recipienti. Tra le tende circondate dal fango, tra i miasmi putridi delle fogne a cielo aperto, i bambini più piccoli ricoperti di parassiti si divertono a rotolarsi nei barili vuoti o a battersi. Gli adolescenti sono invece nei campi. Il camion passa a prenderli alle 6 del mattino, i ragazzi davanti, le ragazze nel rimorchio. Nel campo, sono tutti malati, le epidemie sono croniche e non ci sono medicine.

 

 

Braccianti

 

Nelle pianure agricole dell’Adana, i siriani hanno preso il posto dei turchi più poveri, scacciati dall’arrivo di questa nuova classe di proletari di guerra. Sono loro ormai che si spostano a seconda dei raccolti per raccogliere la frutta e la verdura che saranno esportate in tutta Europa.

 

 

Rehab al-Marghe
 

Rehab al-Marghe, 14 anni, sorella di Nijah, se ne starà per dodici ore con il corpo piegato in due sui germogli di anguria per 6 euro al giorno. «Alla fine della giornata, si arriva a pensare di non poter più rialzarsi», dicono le due sorelle. È analfabeta. Ha dimenticato quel che aveva imparato a scuola, in Siria. Nel suo villaggio di Bab Ashab, vicino a Deir Ezzor, i suoi genitori possedevano della terra e facevano lavorare gli altri. Poi gruppi di ribelli si sono impadroniti del villaggio: Al-Nosra, Jaish Al-Islam e infine Daech, «che ha distrutto ogni cosa».

 

 

Bambini operai

 

L’afflusso di bambini operai siriani ha ripercussioni nel mondo intero. Di recente, i marchi del prêt à porter Next e H&M hanno ammesso di aver impiegato senza saperlo bambini siriani nelle loro fabbriche turche. Minorenni che manovrano macchine pericolose senza protezione e si ritrovano all’ospedale con le membra stritolate. Neppure le ragazze sono risparmiate da questi lavori faticosi.

 

 

Sfruttamento minorile

 

A Kilis, porta d’accesso dei combattenti dell’Isis, sono i bambini a lavorare. Apprendisti a sei anni, camerieri a otto, falegnami a undici. In questa città, la cui popolazione è raddoppiata dall’inizio della guerra, come nel resto della Turchia, si dà lavoro soprattutto ai bambini siriani perché sono a buon mercato e soggetti a qualsiasi tipo di vessazione.

 

 

Amar

 

Amar è arrivato a Kilis, da Aleppo, due anni fa. ha aperto un negozio di mobili dove fa lavorare i suoi tre figli di 11, 12 e 14 anni. «Non ho scelta, bisogna sopravvivere», sospira. Amar ha clienti turchi, ma non amici. «Continuano a chiederci perché viviamo qui anziché batterci per il nostro Paese…».

 

 

Bambino vicino al ponte Narlica

 

Un bambino vicino al ponte Narlica di Antakya in attesa che qualcuno venga a cercarlo per offrirgli un lavoro. Infanzie spezzate, perseguitate dall’altro lato della frontiera da una guerra che non accenna a finire. A Gaziantep, Fahri Ali, un ragazzo di 13 anni originario di Jarabulus, in Siria, che lavorava in un laboratorio per la riparazione di frigoriferi ha avuto la testa tranciata perché si era rifiutato di consegnare la sua paga di circa 17 dollari a un uomo. In Turchia, anche i comuni delinquenti hanno ormai adottato i riti barbari dei jihadisti siriani.

Fonte: Sara Daniel, Slate.fr, 17 aprile 2016

 

 

Emin Özmen

Il fotoreporter Emin Ozmen

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