Valle d’Aosta: traforo fallito, teatro riuscito

L'imbocco del tunnel interrotto

 

 

di Enrico Martinet

 

 

Aveva il vento del futuro a sospingerlo, l’entusiasmo di una visione. Come un vascello varato a dispetto di ogni ottimismo. E finì senza ammutinamenti, ma con minatori infreddoliti, scarpe consumate, vestiti logori e con nemmeno più una promessa di salario. Soldi finiti. Vennero fuori dal traforo, il primo delle Alpi, sconfitti. Ora non è che un arco in pietra semi sepolto a oltre 2.300 metri di quota in uno splendido vallone di pascoli valdostani, il Menouve. Qualcuno lo chiama «fantasma» perché l’oblio rischia di farlo diventare leggenda come un vascello che solca i mari in eterno. Di certo è un grande progetto dimenticato di metà dell’Ottocento. A Sud l’allora Regno di Sardegna con uno scavo di 62 metri, dall’altro versante la Confederazione elvetica, 39 metri di buco. C’è chi l’ha ripescato dalla storia e ne ha fatto un motivo di turismo e di teatro.

Il 7 agosto, quella cocciuta volontà di unire con una carrozzabile l’Italia alla Svizzera accanto al valico del Gran San Bernardo, rivivrà con una gita a Menouve, nel territorio di Etroubles, e una recita dell’Associazione culturale Utopie Concrete e la compagnia Sogna Volando, di Ronni Bessi. Dice: «È turismo di scoperta, fare cultura con luoghi di grande fascino che custodiscono storie spazzate via dal tempo». Ci crede anche la Regione Valle d’Aosta che sostiene l’idea.

La vicenda rientra nel rovello di fine Settecento su come riuscire a rendere più agevole il passaggio del Gran San Bernardo, precluso per neve molti mesi l’anno. Nel 1840 l’ingegnere Ignace Venetz progettò una strada che passava accanto all’Ospizio, il tracciato di oggi. Ma gli ingegneri italici nove anni dopo s’incontrano con i colleghi elvetici e srotolarono carte stupefacenti: una strada che risaliva il vallone Menouve, a Est del San Bernardo e s’infilava nella montagna a quota 2.350 metri. Le cifre del tunnel: lunghezza, 2331 metri; larghezza, 6; altezza, 5,20. L’idea era del canonico e scienziato valdostano Georges Carrel. La convenzione con i dubbiosi svizzeri fu siglata ad Aosta il 14 agosto 1851: spazzò via l’indifferenza della Camera di Torino che due anni prima non aveva quasi ascoltato la proposta del traforo presentata dai deputati valdostani Martinet, Berbier e Defey.

 

 

Il Vallone del Menouve

 

 

L’opera ha un costo preventivato di 800 mila franchi, di cui 430 mila a carico del Regno sardo. Nel 1852 sempre Venetz sottolinea le difficoltà di manutenzione in un vallone con versanti che scaricano valanghe. Era l’epoca della piccola glaciazione. Proprio per questioni climatiche gli svizzeri pensano a grandiosi collegamenti ferroviari. Ne parlano durante la riunione del 3 e 4 marzo 1852 a Friburgo. Ci sono i rappresentanti dei cantoni di Vaud, Valais, Neuchâtel e Fribourg e all’ordine del giorno c’è il traforo del Menouve. Il solito ingegnere Venetz ha abbozzato un progetto per far passare il treno al San Bernardo. Progetto poi accantonato. A Torino nel 1856 va all’asta il tunnel del Menouve che viene aggiudicato con un ribasso del 5 per cento all’impresa Sogno e Serra di Aosta.

Ma fin da subito ci si accorge che la quota è troppo alta e soprattutto che i soldi sono pochi. Il segno di inverni esagerati è nell’intervento del deputato Rion al Gran Consiglio di Sion, capitale del Valais che perora il collegamento ferroviario Martigny-Aosta: «Bisogna impegnarsi per dare lavoro a popolazioni che le gelate della primavera e le inondazioni autunnali, più la malattia delle patate, quella del bestiame e la scarsa raccolta dei cereali getteranno nella più disperata penuria».

Nulla si realizzerà in quel 1857. Soldi finiti. Il traforo stradale del Gran San Bernardo è stato inaugurato sotto l’omonimo valico nel 1964. Il sogno del Menouve torna come teatro. Perché le rovine non coinvolgano la memoria. (La Stampa, 30 luglio 2016)

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