Vietnam, Saigon sempre più «corrotta»

Lo skyline di Saigon, dominato dalla torre del Bitexco Financial Center con lo Skydeck al 49° piano

 

Farsi chiamare Ho Chi Minh City (o Ville, per chi strizza l'oeil ai più antichi colonizzatori) non la fa sentire più comunista. Ammesso che il termine voglia ancora dire qualcosa ed esista da qualche parte un modello di «socialismo reale» su cui regolare l'ora e le aspettative di un mondo migliore. L'omaggio toponomastico al padre della patria, che peraltro non fece in tempo a vedere il coronamento della sua opera poiché morì sei anni prima, nel 1969, è un rito dovuto. Uno dei tanti cui ci ha abituati l'Oriente. Che, quando è Estremo, è estremamente inesplicabile.

Il primo mistero inesplicabile è perché la capitale del Vietnam del Sud, la città corrotta dagli usi e costumi americani e dai loro fantocci locali, la città-puttana, sia ridiventata com'era ai tempi dell'occupazione. Non ci sono risposte Se non che tutti, al mondo vogliono fare gli americani. A parte l'inespugnabile Corea del Nord. Ma verrà anche il suo tempo. Ne siamo sicuri. Il tempo della Coca e degli hamburger per gli sfruttati. Dei Suv e delle griffe italiane per gli sfruttatori. La storia passa l'aspirapolvere sul sangue. Non lascia tracce di napalm. I ricordi appartengono a chi ne ha. E quasi sempre preferisce dimenticarli. Figli e nipoti non ne hanno. Com'è nella natura dei giovani.

 
La torre con lo Skydeck è il fulcro della metropoli

 

La retorica del regime non li aiuta a trattenere la lezione del passato: le formule e le frasi fatte entrano da un orecchio ed escono dall'altro. Il futuro sono convinti di averlo in pugno. E così eccoci qui, a quarant'anni suonati dalla fuga ignominiosa e disordinata degli yankee go home, con gli yankee come back. Sì, gli americani scappati con il fucile scarico, tornano come turisti armati di credit card. E ritrovano una città irriconoscibile. Che gli piace però. Anche loro l'avrebbero tirata su così. Se fossero rimasti. Ma si può fare gli americani anche senza gli americani, no? Il format è universale.

La rinascita economica di Saigon è evidente ovunque. E il merito è in gran parte di chi ha lasciato il Paese nel 1975, quando i carri harmati del Nord comunista e i vietcong erano entrati in città e le pale degli elicotteri americani che avevano spalmato defoliante su foreste e villaggi, galline e umani, mulinavano in senso inverso, con con grappoli di collaborazionisti appesi ai pattini. Roba da museo. Foto sbiadite che nessuno vuol più riguardare.

 
La città ai piedi di chi l'ammira dallo Skydeck

 

L'ironia della storia ha riportato l'ex Saigon ai tempi in cui era «la corrotta» che apriva le braccia e le gambe agli occupanti. Dopo aver cercato invano di rimettere in riga, il nuovo regime ha capito che tanto valeva sfruttare la sua propensione per i traffici e lasciarglieli sbrigare. Basta chiamarli business. I risultati sono soddisfacenti e oggi Saigon ha buone possibilità per diventare uno dei più influenti centri d'affari del Sudest asiatico. Quando si guarda la città stando dall'altra sponda del fiume, verso quella che ai tempi dei padroni francesi era via Catinat, allora capisci che il dirigismo socialista e l'effervescenza asiatica non avrebbero mai potuto andare d'accordo.

Da via Catinat ribattezzata Dong Khoi, «insurrezione generale», hai l'impressione che questa concentrazione urbana di otto milioni di abitanti si stia avviando a diventare una piccola Shanghai. Anzi, ne ha già l'aria con quei grattacieli che lampeggiano sul filo notturno dell'orizzonte, dominati dalla magrezza puntuta della torre costruita dal gruppo vietnamita Bitexco, un colosso dell'immobiliare che, con tipica avidità capitalistica, si occupa di infrastrutture, miniere e acque minerali.

 
Rue Catinat ai primi del Novecento, quando il Vietnam faceva parte dell'Indocina francese

 

La vitalità economico-commerciale dei sudvietnamiti deve molto al ritorno dei Viet Kieu, i boat people, quelli che avevano disertato il Paese dopo la vittoria dei comunisti. Un riflusso inarrestabile: nel 2014, su 750 mila vietnamiti d'oltremare tornati dall'Europa o dagli Stati Uniti, alcuni dei quali solo per un breve soggiorno turistico, la maggior parte è finita a Ho Chi Minh City. «È anche grazie a loro se la città continua a svilupparsi», spiega la signora Luong Bach Van, presidente dell'associazione per i contatti con i connazionali espatriati.

Lei stessa è una ex Viet Kieu e il suo iter non è dei più comuni: nel 1946, poco dopo la sua nascita, rimane orfana del padre, ucciso dai francesi all'inizio della guerra d'Indocina. Cresciuta dalla nonna, a 14 anni parte per la Francia, dove raggiunge la madre, a Tolosa. Nel 1974, consegue il dottorato in chimica molecolare all'università di Saclay, periferia parigina. «Patriota non comunista», nel 1979 torna in Vietnam, dapprima ad Hanoi. «In quanto capo di laboratorio per il trattamento chimico dei semiconduttori io e mio marito godevamo di un trattamento privilegiato: avevamo cinque biciclette. Era dura e ancora oggi mi chiedo come abbiamo potuto farcela». Considera il suo Sud natio una terra intraprendente: «La gente di Saigon è più aperta e disposta a correre dei rischi. Nel Nord sono più prudenti, titubanti e prima di fare qualcosa si chiedono: ”ma la legge me lo consentirà?”; mentre nel Sud dicono: “voglio proprio vedere fin dove posso arrivare, voglio vedere che succede”. Insomma, osano».

 

L'Ufficio postale di Saigon. Progettato da Gustave Eiffel, lo stesso architetto della torre parigina, fu aperto nel 1891

 

Imbottigliata in permanenza da moto e scooter, Ho Chi Minh Ville si espande in tutte le direzioni, aderendo alle spire del suo «piccolo drago», il fiume dai contorti meandri che non riescono tuttavia ad arginare lo sviluppo tumultuoso della città. I quartieri residenziali di An Phu («pace e prosperità») o di Thao Dien («il giardino delle piante medicinali»), costruiti con capitali stranieri, sorti per offrire una sorta di tregua suburbana ai facoltosi vietnamiti e ai sempre più numerosi residenti stranieri, sono l'equivalente locale degli esclusivi suburbians americani

Sull'altra sponda del fiume, in una penisola chiamata Thu Tiem, sta per vedere la luce un progetto ambizioso: un centro d'affari per le più importanti società internazionali, un parco urbano, una grande piazza alberata affacciata su un lago artificiale. Una sorta di Défense, dicono quelli che non hanno dimenticato la Francia. Chissà che ne penserebbe «Zio Ho».

«A conti fatti la riunificazione è riuscita», conclude Tri Dung, un altro Viet Kieu tornato a Ho Chi Minh Ville negli anni Novanta, dopo vent'anni trascorsi in Giappone. Difensore puntiglioso dell'ambiente, ha creato una specie di business school alternativa dove si sforza di spiegare che la vera economia dello sviluppo dev'essere «più qualitativa che quantitativa». Il che, ammette, per il Vietnam resta ancora un sogno.

 

Il municipio, davanti al quale si trova la statua di Ho Chi Minh, il padre della patria

 

Tuong Loi, uno dei sociologi più stimati del suo Paese, che oggi ha ottant'anni e ne aveva 14 quando prese le armi contro i francesi, è un critico dichiarato del regime. Lo definisce senza mezzi termini «autoritario e repressivo». Ha dedicato tutta la sua vita allo studio del marxismo. E condensa quel che ha imparato in una frase saggia che denota il tipico umorismo vietnamita: «Marx è stato un grand'uomo, ma ce la saremmo cavata meglio senza di lui». Un fardello di cui Saigon sembra essersi liberata in fretta. E senza apparenti sensi di colpa.

 

Di notte, Saigon non è meno animata che di giorno

 

Qualche dritta

Amore a prima vista
La prima cosa da fare per avere un colpo d'occhio a 360° sulla città è salire al 49 esimo piano del grattacielo più alto della città, il Bitexco Financial Center (36 Ho Tung Mau Street, District 1, ingresso a pagamento), per ammirare la città dallo Skydeck.

Per chi non può fare a meno dei caffè
A Saigon ci sono più caffè che negozi di alimentari. Quasi a ogni angolo se ne trova uno della popolare catena locale Trung Nguyen. Denso e forte, il caffè vietnamita è servito al tavolo con l'acqua bollente che dal contenitore d'alluminio gocciola nella tazza. Prima di sorseggiarlo, bisogna aspettare che il cameriere rimuova e porti via la caffettiera. Non provateci voi a farlo, se non volete che il personale vi rimproveri dandovi dei colpetti sulle mani con le dita.

 
Gli scooter parcheggiati davanti ai caffè della catena Trung Nguyen sono una costante del paesaggio urbano

 

Negli ultimi anni, sono sorti altri caffè più originali e più amati dai giovani. Per esempio, L'Usine in Dong Khoi Street. Non è facile da rintracciare perché il suo ingresso senza insegna è nascosto in un vicolo di artisti e artigiani. Una volta individuato, si sale al secondo piano. Mentre l'esterno è d'ispirazione vittoriana, il décor interno è moderno e soprattutto permeato dagli effluvi del caffè che l'aria condizionata non riesce a dissolvere. Il locale, oltre che per il bar, è frequentato dall'hip set modaiolo di Saigon per la galleria d'arte, per la libreria, per il negozio d'abbigliamento, sia maschile sia femminile.

 
L'Usine

 

Princess and the Pea (Pasteur Street), anch'esso mal segnalato, sembra proprio il set della favola «La principessa sul pisello»: tessuti vintage e, in un angolo, un'invitante pila di materassi. Per affollamento è tutto il contrario delle intasate strade cittadine. Quando ci siamo stai noi, c'erano un gruppo di amici che giocava a carte, una coppia lesbica e un ragazzo che suonava la chitarra come se fosse stato solo.

 
La Principessa e il pisello

 

A tavola con fusion
Benché la cucina vietnamita e quella francese siano ancora dominanti, non mancano le nuove proposte. Due o tre anni fa ha aperto Blanchy Street (Hai Ba Trung Street), che prende il nome da Paolo Blanchy, il primo sindaco eletto di Saigon. Lo chef Yoko si è formato nello stellato Nobu di Londra. La sua è una cucina fusion di derivazione giapponese. Il suo piatto forte è il pollo alla griglia Blanchy, dalla carne tenera e succosa, guarnito di una speciale salsa.

 
Il Blanchy Street

 

A due passi, adiacente al negozio Emporio Armani, si trova il primo Emporio Armani Caffè del Sudest asiatico, per italiani nostalgici e/o patriottici. I piatti sono ovviamente quelli della miglior tradizione tricolore, mentre nell'audace arredamento prevalgono le tinte forti del rosso, del verde e del nero.

 

La notte è giovane
Centro Bar & Lounge (Lamson Square, vicino al Caravelle Hotel) è uno dei locali notturni più frequentati dagli stranieri e dai vietnamiti che amano le mode occidentali.

 

Il Centro Bar&Lounge

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