Yemen, ma Sana’a non è patrimonio Unesco?

Sana'a in tutto il suo splendore prima dei bombardamenti sauditi

 

 

Sono stato a Palmira e sono stato nello Yemen. Di entrambi ho ricordi bellissimi e indelebili. Se non li ho consegnati a Mondi e Viaggi è solo perché entrambi i Paesi sono oggi infrequentabili. Pericolosi. La Siria è in larga parte controllata dal sedicente Stato islamico. Lo Yemen è, dallo scorso marzo, teatro di una guerra a porte chiuse che oppone sciiti e sunniti. Nonostante i giornalisti evitino di mettervi piede, abbiamo ugualmente testimonianze di quanto viene commesso in quella che sarebbe oggi beffardo chiamare con i nomi tanto cari agli scribacchini di turismo, ossia Arabia Felix e Regno di Saba.

Non c'è più pallida reminiscenza d'arcadia in quel Paese devastato dalla guerra fratricida e bombardato dall’Arabia Saudita. Sana’a, la capitale, dichiarata patrimonio dell'Umanità dall’Unesco nel 1986, scenario del Fiore delle Mille e una notte di Pier Paolo Pasolini, sta cadendo a pezzi per eccessiva ingestione di bombe. Non ci sono giornalisti laggiù, ma c'è un coraggioso fotoreporter, Lorenzo Melloni, che rischia la vita per documentare con le sue immagini i danni inferti al patrimonio dell'umanità, all'umanità yemenita e alla nostra idea di umanità, sempre più scossa dal crescendo di carneficine umane e distruzioni monumentali. Vi pare che sia troppo dire tre volte umanità? Avete ragione, l’umanità (e quattro) la si invoca tante volte quanto la si viola. Con oltraggiosa perseveranza.

Ma che accade nel mitico Regno di Saba? L’Arabia saudita, sunnita, è alla testa di una coalizione che cerca di domare la ribellione degli Houthi, musulmani sciiti del nord-ovest dello Yemen. Sostenuti dall’Iran, gli insorti sono riusciti a impadronirsi di una larga parte del Paese, tra cui la cui capitale, Sana’a, costringendo all’esilio il presidente Abd Rabbo Mansour Hadi. Dopo aver lanciato una campagna di raid aerei e aver ripreso il controllo di Aden, la grande città del Sud, la coalizione ha inviato truppe di terra. Circa 10 mila uomini sono ammassati nella provincia petrolifera di Marib pronti a lanciarsi nella riconquista di Sana’a. Appoggiati da centinaia di blindati e carri armati francesi. Profittando di questo caos, l’Isis fa progressi, compiendo attentati sia ad Aden che a Sana’a.

 

 

Sana’a, il cimitero della moschea al-Hashoosh.

 

 

I giornalisti da scrivania di tutto il mondo che si sono stracciate le vesti, più che giustamente, per la distruzione di Palmira da parte dell'Isis, tacciono sui bombardamenti in corso a Sana’a. La ragione di un trattamento tanto partigiano è facile da spiegare. Le bombe sul patrimonio Unesco e i suoi abitanti piovono da aerei sauditi. E l'Arabia saudita è il più «fidato» alleato dell'Occidente nell'area medio-orientale. Lo stesso Paese che condanna un giovane dissidente, colpevole di aver lanciato una molotov quando aveva 17 anni, a essere prima decapitato e poi crocifisso fino a che putrefazione non sopravvenga; che condanna a 350 frustate un cittadino britannico accusato di detenzione di vino; che taglia le mani a una domestica indiana per aver tentato di sottrarsi ai maltrattamenti di una padrona aguzzina; che solo quest’anno ha già condannato a morte 102 persone; che tratta da schiavi i lavoratori emigrati; che non vuole sul proprio suolo neppure l’ombra di un profugo da altro Paese musulmano.

Quisquilie. Perciò i giornali nascondono queste notizie tra i titoli strillati. Piccolezze che scandalizzano solo le anime belle. Quelle brutte stanno dalla parte del re saudita Salman ben-Abdelaziz al-Saud, che pretendeva una spiaggia pubblica della Costa Azzurra tutta per sé e se ne è andato sbattendo la porta quando non gliel'hanno concessa. E se non gliel’hanno concessa non è stato certo per un sovrano soprassalto di dignità della Repubblica nata dalla Rivoluzione e dalla proclamazione dei Diritti dell’Uomo. Eh, no. Se i francesi non hanno ceduto è stato solo grazie all'indignazione delle anime belle e al tornaconto obtorto collo dei politici, sveltissimi a calcolare il peso elettorale delle anime belle.  Con ciò non crediate che la democrazia l'abbia avuta vinta.

I maneggi politici e affaristici con l’Arabia saudita hanno consentito che a fine settembre fosse eletto a presiedere il comitato consultivo del Consiglio Onu dei diritti umani niente po’ po’ di meno che Faisal bin Hassan Thad, ambasciatore dell’Arabia Saudita alle Nazioni Unite. Toccherà a questo signore, rappresentante di un Paese che ha votato contro la risoluzione per l'abolizione della pena capitale approvata dalla Commissione per i Diritti Umani dell'Onu (21 aprile 2004), presiedere il comitato consultivo che ha il compito di indicare gli esperti sui diritti umani. Come se i vegani eleggessero un cannibale a rappresentarli. Aspettiamocene dunque delle belle. Ma è stato il fronte dei Paesi asiatici a volerlo, e dunque inchiniamoci alla volontà dell’Asia. (is)

 

La distruzione di Sana’a (fotogalleria)

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