Zimbabwe, Cascate Vittoria fabbrica di nuvole

Lo spettacolo impressionante delle Cascate Vittoria

 

 

testi di Cristina Arborio e Alberto Moravia - foto di Gianluigi Sosio

 

 

Oggi vi parlo del «fumo tonante». Di Mosy oa Tunya. È così che gli indigeni chiamano le Cascate Vittoria, quella meraviglia della natura a cavallo tra Zambia e Zimbabwe. Livingstone, che per primo le ha scoperte, ha voluto rinominarle per rendere omaggio alla regina d’Inghilterra, ma sul fatto che queste cascate tuonino davvero non c’è dubbio. Ma andiamo con ordine.

Un mattino mi sveglio e, mentre addento una salsiccia nel giardino del lodge presso cui alloggiamo, vedo un’alba come questa qui sotto (mangio salsicce all’alba, sì). «To’, che bei riflessi sulle nuvole», dico con la bocca piena.

Mio marito posa lo yogurt (è più salutista di me) e mi guarda con l’aria del «non ce la puoi fare, eh». «Non sono mica nuvole», mi fa. «È il vapore acqueo delle cascate». Nuooooo, macheddici!!! Faccio un rapido check su internet e leggo che «La grande massa d’acqua, cadendo nel dirupo, genera una nebbia di gocce d’acqua che sale ad oltre 1.600 metri di altezza, visibile da una distanza di 40 km”. Insomma, finisco la salsiccia, rinuncio a un ulteriore scrambled egg e via, andiamo a vederle da vicino queste Cascate Vittoria.

 

 

Le nuvole di vapore acqueo che s'innalzano dal precipizio

 

 

Dicono che il modo migliore per apprezzarle sia dall’alto. In elicottero. Fico. Io su di un elicottero poi non ci sono mai salita: quale occasione migliore. In meno di un quarto d’ora raggiungiamo la piattaforma di decollo, dove veniamo brieffati sulla sicurezza, pesati perché il velivolo non può portare più di un certo quantitativo (sono contenta di aver evitato almeno l’ultimo uovo) e partiamo con un gruppetto di altre quattro persone. Mi sento una bambina su una nuova giostra, ma contengo, per quanto possibile, l’entusiasmo visto che ho una certa età (comunque è una figata: le pale cominciano a girare veloci, c’è un rumore fortissimo e poi ti sollevi in mezzo secondo, super leggera. Sembra di stare nella pancia di un moscone).

Dopo pochi minuti cominciamo a intravedere la «nebbia» di cui sopra: per una volta le nuvole sono in terra, non in cielo. Sono le cascate a crearle. È uno spettacolo disarmante: si vede il fiume Zambesi con le sue tante isolette che affiorano – tecnicamente, si trovano sul lato appartenente allo Zambia – e poi, finalmente, il salto. Una voragine di su per giù cento metri: due volte le cascate del Niagara. Ovviamente non posso sentirlo, ma nella testa percepisco nettamente il boato di quel «fumo tonante».

L’elicottero gira intorno alle cascate per consentirci di osservarle da ogni prospettiva: sotto di noi si stende una pesante cortina d’acqua, lunga più di un chilometro e mezzo, sulla quale brilla un arcobaleno. Un ultimo giro e il nostro moscone torna alla base. Abbiamo gli occhi pieni di meraviglia ma non ne abbiamo abbastanza: decidiamo così di vedere le cascate anche da terra.

 

 

Il ponte che scavalca un ramo dello Zambesi, a valle delle Cascate, e collega lo Zimbabwe allo Zambia

 

 

Come vi ho detto poco più su, le cascate segnano il confine tra due stati, Zambia e Zimbabwe: a seconda di dove si soggiorna, l’esperienza sarà diversa. In Zambia, nelle stagioni di secca (quindi intorno a novembre), è possibile raggiungere in barca le isolette dello Zambesi e, in alcuni punti – come nelle famose Devil’s Pools – si può anche fare il bagno. In questo mese la corrente è meno forte ma, di conseguenza, la spettacolarità delle cascate ne risente. La portata d’acqua diminuisce infatti drasticamente e anche le nubi di vapore sono molto più basse.

Noi siamo invece nel periodo di piena (aprile-maggio), quando le cascate danno il meglio di sé, e lato Zimbabwe, che pare essere il migliore perché consente di vedere le cascate «di fronte» (cosa che in Zambia invece è possibile solo in un piccolo tratto). Decidiamo quindi di seguire un percorso a piedi di circa due chilometri, che offre numerosi belvedere dai quali affacciarsi. Prima di incamminarsi è fondamentale richiedere un poncho! Un semplice k-way non basta, perché gli schizzi delle cascate sono tali che in alcuni punti «piove» come a Milano in novembre e ci si ritrova fradici dalla testa ai piedi in mezzo secondo!

Tutto sommato, chi diceva che dall-alto-è-meglio aveva ragione: com’è logico, da terra si vede un pezzo di cascata alla volta e, in alcuni punti, il tonfo dello Zambesi solleva così tanta spuma che non si vede praticamente nulla! Sebbene non sia certo il modo migliore per rendersi conto della grandiosità delle cascate Vittoria, la passeggiata la consiglierei comunque, se non altro perché permette di capire con quanta forza precipita l’acqua del fiume e, naturalmente, di ascoltare il «tuono» con le proprie orecchie! (Cristina Arborio)

L’autrice. Piemontese, expat prima a Londra e ora in Congo Brazzaville, ex PR manager, Cristina Arborio continua a fare la storyteller anche in Africa, dove insegna inglese e, nel tempo libero, racconta sul suo blog ciò che più ama fare al mondo: viaggiare (rigorosamente lato passeggero: al volante è un disastro).

 

 

Bagnata fradicia dal vapore delle «nuvole»

 

 

Cascate Vittoria, «il fumo che tuona»

di Alberto Moravia

 

 

Victoria Falls. Ore 16. Il termine di «scoperta» andrebbe, diciamo così, relativizzato, cioè, quando si tratta di un’esplorazione coronata da successo, di luoghi e di paesi finora ignoti, riferito soltanto alla civiltà occidentale o, se si preferisce, bianca. Sono gli europei, fin dai tempi di Erodoto, a «scoprire» il mondo; gli altri popoli si limitano a visitarlo. Soltanto gli europei, insomma, attribuiscono il significato di un’appropriazione prima di tutto intellettuale e poi magari economica e militare, al semplice fatto del vedere qualche cosa «la prima volta». Specie nell’Ottocento, secolo della massima espansione, dell’Europa, il termine di «scoperta» acquista un carattere rapace e competitivo che, per quanto riguarda l’Africa, trova la sua adeguata definizione nella nota frase: «the scramble for Africa» cioè la contesa o, ancora meglio, il parapiglia per l’Africa.

Penso queste cose mentre ci dirigiamo per una buona strada asfaltata, tra case, casette, motel e alberghi di tipo inglese, verso il luogo che costituisce la maggiore attrattiva turistica dello Zimbabwe, cioè le celebri cascate della Regina Vitoria.

Fu Livingstone a battezzare con questo nome le cascate e bisognerebbe sapere che cosa aveva nella testa allorché decise di dare un nome inglese, e così implicitamente annullare qualsiasi altro nome che fosse stato dato in precedenza, a questo maestoso fenomeno della natura.

Che pensava Livingstone? Che nessun uomo avesse mai «visto» le cascate prima di lui? No, lui sapeva benissimo che gli africani «conoscevano» le cascate, tanto è vero che gli avevano dato il nome molto realistico di Mosi-oa-Tunya, ossia «funo che tuona». E allora? Allora per Livingstone, benché missionario e cristiano, gli africani, appunto perché si erano limitati a «vedere» le cascate individualmente e disinteressatamente, non «contavano»; lui, invece, le aveva «scoperte» perché ci aera arrivato per conto e in nome della lontana patria europea.

Forse Livingstone voleva annettere le cascate all’impero inglese? No, egli era un missionario, un esploratore, un geografo. Voleva soltanto, come si dice «accrescere» nel proprio Paese la conoscenza dell’Africa. Ma allora perché battezzarle o meglio ribattezzarle «Victoria Falls»? Perché non accettare il nome tanto più antico e poetico di «fumo che tuona»?

Come spesso avviene per i monumenti più importanti così dell’uomo come della natura, la più grande cateratta del monodia un ingresso modesto. Ad una piccola costruzione in forma di padiglione, succede un comune sentiero in un bosco.

 

 

La giungla attorno alle Cascate, un'anomalia nel paesaggio dello Zimbabwe

 

 

Poi, pian piano, le cose, come si dice, si complicano. Intanto, al di sopra della foresta in cui stiamo addentrandoci, osserviamo una specie di gonfia e tumultuosa colonna di vapore; mentre, fioco ma distinto, giunge alle nostre orecchie un rumore cupo e continuo come di lontano brontolio di tuono; appunto e molto vestito non già da missionarioprecisamente «il fumo che tuona». E poi, via via che il sentiero si snoda tra gli alberi sempre più grandi e più fitti, ci accorgiamo che non si tratta di un bosco qualsiasi; nello Zimbabwe, altipiano per lo più formato di praterie e di savane, boschi simili non ci sono; ci troviamo invece in una di quelle foreste pluviali che ricoprono immensi territori nello Zaire, nel Gabon, nel Camerun. Insomma, siamo entrati in un luogo, per così dire, artificiale, anche se l’artificio, nel caso, procede dalla natura. Questa foresta pluviale è infatti il prodotto anomalo non già delle piogge stagionali ma dell’immensa quantità di vapore che esplode, si innalza dalla cascata e poi ricade in milioni di gocciole trasformando tutta la zona in una specie di serra della flora equatoriale.

Camminiamo lentamente guardandoci intorno con diffidenza e vediamo via via la foresta cambiare faccia. Era all’inizio la solita boscaglia africana, eccola diventare gradualmente una selva fantastica di cui è impossibile non avvertire la stranezza minacciosa.

Il terreno è nero come per antiche stratificazioni di vegetazione marcia e fradicia; tronchi come carbonizzati, ma con qualche ciuffo di foglie verdissime qua e là, sbarrano spesso il cammino; il sottobosco è tutto un intrigo oscuro di piante aggrovigliate ma ogni tanto vi occhieggiano bianchi fuori spettrali; le liane che pendono frequenti dall’alto pare che imitino i serpenti: vien fatto di scansare il capo da esse con paura e ribrezzo.

Ogni tanto, la foresta ha come un’apertura, uno squarcio vuoto, allora si intravedono in lontananza acque nere e stagnanti da cui sembra levarsi, simile a un miasmi maligno, una bruma luminescente e misteriosa.

 

 

Il monumento a David Livingstone

 

 

Dopo molti giri, si giunge al monumento di Livingstone. ritratto in grandezza pressapoco naturale, vestito non già da missionario ma da esploratore, in atteggiamento come di marcia, con giubba e pantaloni, stivali e alpenstock di bronzo. Poco più in là, c’è un parapetto; ma oltre il parapetto. quello che si dovrebbe vedere, cioè le cascate, non appare alla vista. Si vede, bensì, «il fumo che tuona», cioè un enorme tumulto di vapore senza posa eruttato dall’abisso in fondo al quale il fiume piomba verticalmente. Quindi, come per caso, il vapore si dirada, si apre e allora, per un breve momento, intravediamo il volto del mostro.

Dico mostro in senso stretto teratologico non soltanto a causa delle misure mostruose delle cascate (il fiume piomba giù su un fronte di 1708 metri di larghezza e 103 metri di profondità)ma anche per il sentimento quasi di incredulità che ispira l’apparizione della colossale cortina d’acqua.

Ma poiché lasciamo questo belvedere e andiamo, attraverso la foresta, ad un altro luogo di osservazione più a monte, allora comprendiamo che la cascata, oltre che un mostro, è una naturale metafora di ciò che va sotto il nome di catastrofe. Dal belvedere, a monte, vediamo infatti tutto un tratto del fiume Zambesi a poca distanza dalle cascate. Ai nostri occhi stupiti, appare un paesaggio ordinato e pacifico il quale «non sa» che cento metri più in giù è destinato a precipitare nel caos. È un paesaggio quasi lacustre, con acque immobili e stagnanti, isole e isolotti densi di arbusti, masse di vegetazione anfibia semisommerse e sull’altra sponda, laggiù, la boscaglia e qualche malinconica palma spennacchiata.

Ora tutto questo paesaggio orizzontale e tranquillo, come un vassoio pieno di piatti e di bicchieri sorretto dalla mano di un cameriere negligente, poco in là si rovescerà in un abisso urlante. Non è forse questa la metafora di tante catastrofi storiche? Quello Zambesi, così tranquillo a cento metri di distanza dalla cascata, non fa pensare a certe società addormentate alla vigilia della rivoluzione? (Alberto Moravia, Passeggiate africane, Bompiani 1987)

 

 

La storia che diventa albergo

 

 

Una data. David Livingstone arrivò a quelle che avrebbe battezzate Cascate Vittoria nel 1855.

Un dato. Le cascate sono alte 108 metri, ossia due volte quelle del Niagara.

Punto di visti. La terrazza del Victoria Falls Hotel, a 400 metri dalle cascate, nella cui hall troneggiano i ritratti del re Giorgio V e della regina Mary, spazzolati dalle pale dei ventilatori. In alternativa: il Knife Edge Point; la Piscina del Diavolo (Devil’s Pools); la Cataract View.

Momenti magici. All’alba o con la luna piena.

Il periodo migliore. Tra aprile e giugno, quando la portata delle acque è al massimo. Per fotografarle, da ottobre a dicembre, quando la foschia suscitata dal vapore è meno densa.

 

 

Victoria Falls Show (Fotogalleria) 

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