Albert Kahn, che sognò la pace a colori

Paul Castelnau, Un soldato francese mentre fa colazione in una piazza di Reims, Francia, 1° aprile 1917

 

Le scienze e le tecniche hanno reso l'uomo più brutale, aggressivo e omicida. Grazie alle scoperte applicate ad armi e esplosivi, la guerra ha fatto passi da gigante. Soprattutto nel secolo scorso, ma pure in questo non scherza.

Dal canto loro, le «scienze» umane non hanno fatto desistere l'uomo da questa sua atavica passione. Non ci sono riusciti la letteratura e il cinema, né la storia, né la geografia, né il cinema, né il teatro. E neppure la fotografia, ultima arrivata. Eppure fu ai fotografi che si rivolse il banchiere e filantropo francese Albert Kahn per scongiurare la prima guerra mondiale di cui già aveva fiutato odore nell'aria.

Se mai c’è stata la fotografia diplomatica, fu lui a inventarla. Più di un secolo fa, persuaso che la conoscenza di altri popoli avrebbe favorito la pace, Kahn finanziò una missione fotografica. Voleva si sapesse quel che si rischiava di mandare a gambe all’aria. Nessuno aveva mai osato un progetto così audace e ambizioso.

Nel 1907, il banchiere aveva assistito a una proiezione di autocromie dei fratelli Lumière. Ne era rimasto impressionato e aveva deciso che i suoi Archivi del pianeta sarebbero stati a colori. Una decisione rivoluzionaria in un’epoca in cui stampe, foto e film erano in bianco e nero.

Una ventina di squadre di fotoreporter si diedero il cambio in giro per il mondo tornandosene alla base con 72 mila immagini e 140 chilometri di pellicola. Tra il 1913 e il 1914 il fotografo francese Stéphane Passet setacciò i Balcani, la Grecia, la Turchia, la Mongolia, l’Indocina: due anni lungo la Via della seta. Strada facendo, lui e i suoi colleghi, tra cui spiccava Auguste Léon, misero in posa massaie turche e dervisci rotanti, lebbrosi del Tonchino e cavalieri mongoli.

Nell’immane raccolta prevalgono i ritratti di gruppo. Per far conoscere, insieme ai volti, i modi della vita quotidiana. Le pose un po’ rigide sono dettate dai limiti della tecnica che esigeva un’immobilità assoluta. A colpire sono soprattutto i costumi, tanto diversi da quelli europei. Non sono fasulli, però, come quelli che vediamo in parecchie foto di oggi, indossati per compiacere il fotografo. Sono folcloristici, nel senso originale della parola. Etnici.

In certi scatti, si intravedono gli ambienti, gli sfondi, le architetture. Il quartiere Pera di Istanbul, per esempio, con le sue case di legno addossate le une alle altre, sembra la scenografia di un film western. Luoghi come le piramidi di Giza e la Sfinge o il Taj Mahal si rivelano spogli di orpelli turistici. Non si scorgono orde fameliche di esotismi, né piazzisti di carabattole o noleggiatori di cammelli.

All’epoca, ritrovarsi davanti agli occhi il mondo a colori fu una rivelazione. Che suscitò sorpresa e contemplazione. Se abbia smosso sentimenti di solidarietà internazionale non ci è dato di sapere. La pace era allora fragile come le sottili lastre di vetro di cui sono fatte le autocromie. Queste immagini sono comunque molto diverse dalle cartoline che provenivano dalle colonie. Non trasmettono visioni paternaliste o subdolamente razziste. La scelta dei soggetti e il modo di immortalarli rivelano rispetto per le culture lontane. L’altro non è rappresentato come un primitivo o una curiosità per assecondare pregiudizi e fantasmi europei. Non ci sono indigene a seno nudo, cliché allora molto in voga. Lo spirito documentario prevale suo voyeurismo.

Albert Kahn ne uscirà tuttavia sconfitto. Migliaia di foto, benché a colori, non basteranno a scongiurare la Grande guerra. Dopo aver messo a disposizione borse di studio per insegnanti e studiosi affinché si adoperassero per risolvere i mali del mondo, creò un comitato di soccorso per le vittime. Infine, rovinato dal crac finanziario del 1929, accantonò il suo grande progetto degli Archivi del pianeta. Ma non prima di aver organizzato 800 diaporama e 550 proiezioni per diffondere il suo messaggio. L’intellighenzia dell’epoca, tra cui Marie Curie, Albert Einstein, James Joyce e Auguste Rodin, passarono per la sua casa di Boulogne-sur-Seine. L'ultimo pacifista, l’uomo che si era arricchito speculando sull’oro e i diamanti del Sudafrica, morì nel novembre 1940, un anno dopo lo scoppio di una nuova guerra mondiale.

 

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