Boston, Dio odia Renoir

I contestatori di Renoir davanti al Museum of Fine Arts di Boston

 

 

A parte gli artisti, i galleristi, i critici e i mecenati, l'arte interessa i talebani, che ricavano una loro ragion d'essere e una deprecabile notorietà nel distruggerla. Pure gli Stati Uniti, nel loro piccolo, non si fanno mancare i demolitori di Belle Arti. I quali non usano piccone o dinamite, ma le parole, i gesti, le performance, gli slogan, gli happening, Instagram. Insomma, tutte le diavolerie utili a finire sui giornali. Accontentiamoli.

È di pochi giorni fa la notizia che quattro gatti hanno preso di mira il pittore impressionista Pierre-Auguste Renoir, il celebrato autore di tele famose come «La colazione dei canottieri», «Le moulin de la Galette» e «Ballo a Bougival». Ma a star sulle croste ai contestatori è soprattutto un dipinto minore, «Colazione a Bougival», così poco noto che è difficile stanarlo persino nella fornitissima pinacoteca di Google.

Lunedì 5 agosto, una ventina di attivisti, con un panino in una mano e un cartello in un'altra hanno presidiato il il Museum of Fine Arts di Boston per chiedere la rimozione dei dipinti del pittore francese, a loro avviso il più sopravvalutato dell’Occidente e perciò indegno di restare appeso ai muri. Inequivocabili le loro scritte sui cartelli: «Renoir è pessimo», «Re-NO-ir», «Dio odia Renoir». Ecco chi li manda, dunque: Dio. Come i talebani, costoro conoscono i suoi gusti. E hanno un profeta che glieli comunica. Ovviamente barbuto.

 

 

Max Geller in azione

 

 

Si chiama Max Geller e non è ben chiaro come si guadagni da vivere. È costui uno che non mastica le parole prima di pronunciarle. I suoi giudizi sono spietati e senza sfumature. A Renoir rimprovera di non aver saputo dipingere le dita e le mani dei suoi modelli, di aver trasformato la bellezza del mondo, per esempio gli alberi, in un'accozzaglia di linee ondulate disgustose e verdastre. In breve, di essere mediocre. E lo scandalizza che nessuno osi ammetterlo.

La sua critica, oltre che estetica è morale. Geller cavalca le mode del politicamente corretto e si carica sulle spalle il fardello dell'uomo bianco pentito per accusare Renoir di incarnare la figura del «maschio bianco dominante». Infine, suggerisce di rimpiazzare le opere del francese con veri capolavori dell'impressionismo, accatastati nei magazzini mentre meriterebbero un posto d'onore. Ma non fa nomi.

Ossessionato dal suo bersaglio preferito, Max Geller ha creato una pagina Instagram intitolata «The Renoir Sucks at Painting» (Renoir è pessimo in pittura). Dopo una frase del genere, gli si potrebbe obiettare che lui è pessimo in scrittura, ma lasciamo perdere. C'è chi non sa dipingere le dita e chi non sa collegarle al cervello. Non pago, lo scorso aprile l'instancabile detrattore ha depositato una petizione sul sito della casa Bianca: vuole che il presidente Obama estrometta tutti i Renoir dalla National Gallery di Washington. In pratica, che dichiari guerra alla Francia.

Perché tanto accanimento? Tutto ha inizio con una visita di Geller alla Fondazione Barnes di Filadelfia che ospita ben 181 tele di Renoir. Molto di esse sono dell'ultimo periodo, non il migliore. Un declino attribuito ai dolorosi reumatismi deformanti che affliggevano l'artista. Ma Geller non ha pietà. Tutta l'opera è sopravvalutata, «giustizia culturale deve essere fatta».

 

 

Max Geller davanti a un quadro di Renoir

 

 

Il talebano di Boston ha naturalmente qualche migliaio di follower che fanno a gara nel sostenerlo con giudizi aggressivi e stravaganti. Tanto clamore mediatico non poteva non arrivare alle orecchie di Geneviève Renoir, pronipote del pittore, che ha tagliato corto: «Esiste un solo indicatore del valore delle opere del mio antenato: la valutazione del mercato». Ancora molto alte.

Una motivazione che non convince Geller: «Il mercato? Lo stesso mercato che distrugge l'ambiente, che costruisce mostri militari e industriali, che ignora la schiavitù, dovrebbe giudicare il valore di un'opera d’arte?». In teoria. il talebano non ha tutti i torti. Ma non è sacrificando Renoir che si risolveranno tutti questi problemi e il mondo diventerà migliore. È il tipico metodo di sfruttare buoni argomenti per sostenere cause pessime.

Quel che resta, della manifestazione di questi virulenti giustizieri, impietosi verso l'artista ed eccessivi nel linguaggio, è una serie di domande. Chi è legittimato a stabilire il valore estetico di un'opera d'arte? Gli esperti, la critica, il mercato, la moda, gli speculatori, i collezionisti, il pubblico, i conservatori dei musei, lo Stato, il tempo e i suoi capricci che fanno e disfano le reputazioni? E perché non Max Geller e i suoi seguaci? Ieri in strada, oggi sui giornali e domani magari in un museo. Anche la furbizia è una forma di creatività, un’arte. E la furbata, un’opera d’arte.

1 response

  1. L'imbecille talebano-pseudo-bostoniano forse ignora che oltre all'MFA a Boston, la piu' vasta collezione di Renoir in Massachusetts e' esposta allo splendido Clark Art Institute di Williamstown, colline del Berkshire. Certo che tra valli bucoliche, cieli blu e bovini al pascolo la sua ribellione non avrebbe avuto l'esposizione mediatica metropolitana, bensi' solo molesto rumore nel pacifico e sereno ambiente rurale....ove Renoir gloriosamente e' esposto in santa pace!

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