Burkina Faso, la musica celestiale del mandingo Victor Démé

Victor Démé, musicista del Burkina Faso

 

 

Il caos e le incertezze politiche hanno oscurato la morte dell'artista del Burkina Faso. I suoi amici hanno traversato il Paese, devastato dalla povertà e dalle violenze, per rendergli omaggio a Bobo-Dioulasso.

Il rapper D-Oud La Paix è accovacciato all'ombra di un albero, gli occhi rivolti verso l'alto. Fa un tiro di sigaretta. Due colombe, posate su un filo elettrico, spiccano il volo nel cielo blu vivo di questo sabato pomeriggio. Soffia una nuvola di fumo. «Sembrano due angeli». Sotto, davanti alla porta della casa dei Demé, è stato montato un tendone sulla terra martoriata di Bobo-Dioulasso, la seconda città del Burkina Faso. C'è un lutto in famiglia. È morto il patriarca. Un cumulo di terra occupa il cortile: la tomba di Victor Démé. Era il musicista più famoso del Paese. Cantanti e musicisti hanno celebrato le sue malinconiche ballate di origine mandinka aTokyo, Londra o New York.

Prima, sempre nella mattinata di sabato, D-Oud La Paix e una ventina di altri musicisti si dirigono verso la stazione degli autobus di Ouagadougou. Manici di kora (strumento tradizionale dell'etnia mandinka, una sorta di arpa in forma di liuto, ndr) sporgono dalle moto, custodie di chitarra tenute delicatamente, berretti da rapper, sempre pronti a dire una spiritosaggine. Salgono sull'autobus per Bobo-Dioulasso. Vanno a rendere omaggio per l'ultima volta al loro fratello maggiore, morto per una crisi di malaria, in pieno colpo di Stato, cinque giorni prima.

Victor Démé ha avuto difficoltà a respirare subito dopo colazione, lunedì 21 settemnre. L'amico Yacouba Sanou è andato dai vicini a chiedere di accompagnarlo all'ospedale. Arrivati, hanno trovato la porta del pronto soccorso chiusa. Sciopero generale contro il colpo di Stato. L'auto, diretta verso una clinica, ha forato. Mentre cercavano di riparare la gomma, Yacouba Sanou ha capito: Victor Démé, steso sulle sue ginocchia, stava per morire. Un'ora dopo, un medico constatava il decesso di questo immenso artista sul sedile posteriore di una macchina.

Distrutto dalla vita e dai suoi eccessi, Victor Démé aveva una salute fragile. Il suo paludismo era stato curato male, a causa dei disordini nel Paese. Il suo produttore Camille Louvel, la riassume così: «Camminava sul filo del rasoio e non era il momento per una ricaduta. Era in una situazione che colpisce i più fragili».

Oltre alle vittime uccise nelle manifestazioni, le ong hanno rilevato un picco di mortalità, in questo paese molto povero, dovuto alla paralisi dei trasporti e all'impotenza degli ospedali.

 

 

 

Il giorno in cui è morto Victor Démé, gli abitati del Burkina Faso avevano gli occhi rivolti altrove. Truppe lealiste assediavano la capitale, Ouagadougou. Esigevano la resa del generale Gilbert Diendéré. I golpisti si erano impadroniti del potere dopo aver preso in ostaggio il presidente della transizione e due membri del suo governo. Alla fine si è arreso. Il a finalement capitulé. «Il putsch è finito, non parliamone più», ha mellifluamente detto dopo il fallito colpo di Stato, definito dalla gente «il più stupido» del mondo».

Sul bus carico di musicisti che va verso Bobo-Dioulasso, Camille Louvel si ricorda del suo incontro con Victor Démé, nel 2006. Il suo coinquilino gli ha chiesto se «il vecchio», che vive per la strada, poteca lasciare le sue cose per dormire qualche giorno su una panchina, nel cortile dello studio. Come molti suoi connazionali, viveva «l'avventura», «nella speranza di un giorno migliore», «sinceramente convinto che la sua musica potesse avere successo», racconta il suo produttore. Gli ha proposto di registrare rapidamente qualche titolo nel suo studio. Hanno ascoltato il cd sulla terrazza. Quando la musica è uscita dalle casse, «Démé ha pianto».

Dopo trent'anni ad accompagnare le orchestre, ma anche a cantare nei club per un litro di tchapalo (birra di miglio), era la prima volta che la sua musica veniva incisa. Una ricetta cucinata a fuoco lento, malgrado una parte della sua famiglia lo rimproverasse ripetendogli che quello di «musicista non è un lavoro». Quando è uscito il suo primo disco con l'etichetta Chapa Blues, aveva 46 anni e sette anni di successi davanti a lui. Una tournée era in programma per questo autunno ed era già pronto un album.

Camille Louvel viene interrotto da un ennesimo controllo. Sembra che i gendarmi cerchino dei golpisti in fuga. I passeggeri devono scendere dal bus, mostrare i documenti, sorridere ai gendarmi fradici nelle loro uniformi. Ci vogliono cinque ore, in tempi normali, a percorrere i 350 chilometri tra Ouagadougou e Bobo-Dioulasso. Il bus ne impiegherà otto.

La strada è stata riaperta dopo il mancato colpo di Stato. Nessuno dei musicisti di Ouagadougou amici di Victor Démé ha potuto vedere il suo corpo un'ultima volta. Ha dovuto essere sepolto in fretta. L'obitorio non era più refrigerato. Impossibile trovare chi lo riparasse durante il colpo di Stato. Allora, i giovani che manifestavano hanno lasciato le loro barricate per scavare la tomba. Il giorno della sepoltura, la città era ancora paralizzata dalle barricate, la benzina costava il triplo, nessun veicolo ha potuto portare delle seggiole per far sedere la gente, ma sono ugualmente arrivati a centinaia.

 

 

Il cantante e musicista Victor Démé a Bobo-Dioulasso, la sua città.

 

 

Finalmente, l'autobus arriva a Bobo-Dioulasso. Nell'attesa di salire sul palco dell'istituto francese per un breve concerto omaggio, Busta Gaeenga («Lasciatelo, è un pazzo», in lingua mooré) stringe i denti: «Non ho nemmeno potuto vedere il corpo dello zio». Pensa ad alta voce: «Parlando dei politici con Démé, dicevamo sempre: “quel che si fa non si dice, quel che si dice non si fa mai”. Quando ho saputo della sua morte, ho subito pensato a questa frase».

A causa dei disordini, la morte di Victor Démé è passata quasi inosservata al Paese. «In Burkina faso, quando muore un musicista, la radio trasmette la sua musica per tre giorni. Ma le radio erano chiuse», spiega il rapper. Il chitarrista jacob salem, che conosceva Victor Démé. «dal 1983», ce l'ha con i golpisti che hanno oscurato la morte dell'amico. «È come se fosse stato dimenticato. Una cosa che ci fa male. Il “falso generale” ha rovinato tutto». E continua: «Chiediamo ai generali e ai soldati di non fare più così. È una vergogna per il Burkina Faso. Se Démé avesse visto, avrebbe pianto».

Le ultime note di musica si perdono nel tintinnio delle bottiglie ramazzate. Nella casa della famiglia Démé, il pavimento è ricoperto di materassi. Gli amici si distendono, corpi tristi che tentano di trovare il sonno.

All'indomani, quasi tutti i musicisti, omoni allegri, sono alla messa. Rispettosamente allineati nei banchi surriscaldati di una cappella dal tetto di lamiera. Non resistono a lungo ad ascoltare il sermone del prete e se la svignano per un caffè.

Terminata la messe, Ahmed Kaberou, cantante, racconta a casa dei Démé come gli uomini della guardia presidenziale, gli stesso che hanno perpetrato il colpo di Stato, gli hanno rotto i denti un anno prima. Era l'ottobre 2014, quando una sollevazione ha rovesciato il presidente Blaise Compaoré, da 27 anni aggrappato al potere. Una mezz'ora prima del coprifuoco, l'hanno picchiato senza avvertirlo. «Non c'è stato dialogo». Questa volta ha avuto paura a scendere in strada, quando questi soldati, rimasti fedeli al vecchio regime, si sono impadroniti del potere.

All'improvviso fanno tutti silenzio. Dal cortile, sale un canto mariano scritto da Victor Démé e intonato da una corale. I musicisti che ridacchiavano uscendo dalla messa sono addossati al muro, gli occhi arrossati. (Gaël Cogné, Le Temps, 9 ottobre 2015)

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