Francia, ho amato una Dea

Seduttrice
 

Stavolta il mito non è un luogo, ma un mezzo per arrivarvi. Arrivare dove? Ovunque valga la pena. Perciò occorre una divinità. Non Garuda, il veicolo di Vishnu, ma la Citroën DS (che in francese si pronuncia De-esse, come Déesse, «dea»). La Dea avrebbe compiuto 60 anni quest’anno, se fosse sopravvissuta al declino delle nazioni e delle linee che un tempo rendevano inconfondibili le vetture dei diversi Paesi. Per chi si contenta, la DS non è morta. Vive nei sogni dei nostalgici e nei garage dei collezionisti di auto d'epoca.

Volendo celebrarne il sessantesimo genetliaco, era inevitabile approdare al breve scritto, neanche due paginette e mezzo, che Roland Barthes le dedicò nel suo saggio del 1957 intitolato, neanche a farlo apposta, Miti d’oggi e che tutti immancabilmente citano. «La nuova Citroën cade manifestamente dal cielo nella misura in cui si presenta da principio come un oggetto superlativo Non bisogna dimenticare che l’oggetto è il miglior portatore del soprannaturale…». Quattro righe, dalla settima alla decima e ne ho già abbastanza. Pensavo di pubblicare l'intero scritto e dargli la dignità che pensavo meritasse nella cornice «Scrittori» di Mondi e Viaggi, ma ho preso paura. Paura di meritati insulti. Non avevo fatto i conti con l’invecchiamento dei miti, a cominciare da quello di Roland Barthes, peraltro già preso amabilmente in giro da Francesco Guccini in Via Paolo Fabbri 43, nel 1976: «Ma pensa se le canzonette me le recensisse Roland Barthes». Poveri noi, chissà che cosa ne sarebbe venuto fuori. Una DS «lanciata a bomba contro l'ingiustizia»? Il tocco del semiologo francese è di quelli che minimo addormentano, massimo uccidono, sempre fanno venire il mal di testa e un senso di nausée.

Cerco di proseguire nella lettura, ma a otto righe dalla fine vado a sbattere contro il termine «demistificatore» che, come la proverbiale e abusata madeleine proustiana, mi rimette in moto i ricordi. Mi ricompaiono davanti agli occhi gli spettri dei peccati di gioventù, miei e della mia generazione. Ritorna a galla un linguaggio fatto di tic e luoghi comuni propri degli anni universitari. Ma è stata l’espressione «nella misura in cui» a far scattare il clic. Me la ricordo bene, nella misura in cui, eh se me la ricordo. La usai all'esame di antropologia culturale con Remo Cantoni, che mi rampognò severamente ed esplicitamente mi disse. «Per aver usato questa terminologia le tolgo un punto, si accontenti di 29». Fu una grande lezione di cui avrei serbato imperituro ricordo. Cantoni, filosofo in quegli anni tenuto un po’ in disparte dal resto del mondo accademico, detestava quei gerghi e quegli slogan, che nei primi Settanta dilagavano alla Statale di Milano e probabilmente in tutta Italia. Al cui diffondersi aveva contribuito lo stesso Barthes.

Per farla breve, l’intellettuale francese non poteva essermi di alcun aiuto nell’apologia della DS nella misura in cui volessi parlare un linguaggio comprensibile agli umani. Detto in parole chiare: se volevo farmi capire. Dunque, era solo sulle mie forze e su certe foto che dovevo contare. E questo vi tocca, se ancora siete qui e svegli.

 
 

Viste per strada

 

 

Non ho mai guidato una Déesse, ho dovuto accontentarmi di certe sue parenti. Povere, ma altrettanto storiche. Non so perché, ma ho sempre avuto un debole per le Citroën. La prima fu una Ami 8, versione di lusso della Dyane, una sorta di Seicento francese, ma imparagonabile alla vetturetta Fiat del boom economico, sia per superiorità di spazio sia per la comodità dell'abitacolo. Accompagnò me e tutta la mia famiglia in Spagna l'anno in cui morì Paolo VI, lo dico perché fu in un camping di Tarragona che appresi la notizia da spagnoli manifestamente preoccupati per la successione. Rimbalzammo dalla sponda mediterranea a quella atlantica della penisola iberica. Scoprimmo che nei Paesi Baschi pioveva in continuazione, benché fosse agosto, nonostante i locali si ostinassero a dire che era un evento eccezionale. Tornammo sul Mediterraneo. Avrei scoperto parecchi anni dopo che i baschi avevano raccontato le stesse bugie a Gabriel Garcia Marquez. Ne fui lusingato, mi consolai. Se l’avevano data a bere al grade scrittore, figurati se non potevo bermela anch'io.

Con tutto quell'andirivieni da una sponda all’altra, solcando la terra rossa dello Rioja, i freni si consumarono. Los hierros, mi dissero, le ganasce di ferro, erano lise. Mi costarono una buona parte del risicato budget. Tornammo attraverso il principato di Andorra. Carichi di sacchi di zucchero e dischi di Bob Dylan e dei Rolling Stones tax free, arrancavamo per i tornanti del principato ai venti all'ora, seguiti da un'orda di auto strombazzanti. Ne venimmo fuori con un principio collettivo di otite.

Sempre per dirvi del mio attaccamento alla Citroën, otto anni prima ero stato a Parigi con una Dyane, lungo la National 7, quello sì un mito di strada altro che la Route 66. Una tirata unica, 24 ore senza staccarmi dal volente se non per i rituali bisogni, un paio di baguettes e un etto di paté. Indicandoli, nei negozi, usavo i pronomi dimostrativi ceci e cela, a seconda della loro distanza da me. La negoziante seguiva il dito e capiva.

Non sono stato alla rivoluzione portoghese sulla Due Cavalli, anche se avrei voluto andarci, e non ho neppure visto il film. Ora ho una Picasso. Ma somiglia alle sue progenitrici come io somiglio a quel che ero allora. Non sarà mai mitica. E ciò non vi sembri una demistificazione quanto una constatazione.

Che devo dirvi della Déesse? Che ha compiuto 60 anni, ma solo virtualmente, dato che è morta a venti, nel 1975? Che non l'ho mai guidata né carezzata e perciò non saprei imbastirvi sopra corbellerie alla Roland Barthes? Credo l’abbiate già capito che non avevo nulla da dirvi. Una volta però, in cui ero alla ricerca di un’auto usata, sono entrato da un rivenditore che ha cercato di rifilarmene una.Per stupirmi, sapendo che ci sarebbe riuscito, mi mostrò il magico funzionamento delle sospensioni pneumatiche che fecero lievitare la parte posteriore dell'auto. Uno spettacolo. Mi bastò. Ne conservo un ricordo, come dire… Ma sì, lasciatemelo dire: mitico. Scusatemi non lo dirò più. E so che averlo detto mi costerà un punto in meno. O di più? Godetevi le foto e quel che c’è scritto sotto. (is)

 
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