Versailles, l’Eden raccontato dal suo giardiniere

I giardini di Versailles visti dalla Place d'Armes

di Alain Baraton

I giardini attirano una rara congrega di pazzi. In trent’anni ho visto sfilare Luigi XIV e Marie Antoniette a bizzeffe, una pletora di Napoleoni, qualche Maintenon, un Mozart, un Mansart e un Federico II che, evidentemente, s’era sbagliato di castello. Questa forma di dolce follia è un eccellente indizio della popolarità di un personaggio storico. Mi diverte da lontano, ma, a guardare più da vicino, la trovo sempre molto triste e non mi piace averci a che vedere.

Mi ricordo di questa donna che un giorno bussa alla mia porta, all’ufficio del Trianon. Una piccola signora d’una quarantina d’anni, capelli corti, un po’ grigi, trattenuti sulle tempie da quelle piccole mollette nere che si mettono ai bambini, era vestita in modo così poco appariscente che all’inizio ho creduto che fosse una suora. «Ancora una buona sorella che viene a chiedere l’elemosina per l’ospedale», ho pensato in un primo momento. Come apro la porta, mi dice in tono perentorio: «Signore, che ci fa a casa mia?».

 

Le Bassin du Char d'Apollon, sullo sfondo la reggia

 

Mi sento sempre un po’ in colpa per avere il privilegio di abitare nel parco, e quindi, quasi involontariamente, comincio a giustificarmi, a spiegare che si tratta di un appartamento di servizio, che non mi appartiene, se lo occupo è solo perché il precedente occupante ha dovuto andarsene... insomma, mi perdo nelle spiegazioni più confuse, prima di sentirmi replicare, con quella gentilezza estrema che spesso hanno i pazzi: «Me ne dispiace molto, signore, e sia sicuro che non dubito né delle sue parole né delle sue intenzioni, ma lei è a casa mia».

Indovino la situazione e decido allora di recitare la commedia, perché, mio malgrado, ci sono finito dentro. Molière aveva dormito in quella casa e io esclamo: «Madeleine Béjart!».

 

Le Bassin du Char d'Apollon, particolare

 

Prende un’aria corrucciata e fremo a pensare che il bravo Molière ha finito per sposare la figlia della sua amante Madeleine, Armande. Anche se la povera signora ha tagliato i ponti con la realtà, non ho certo voglia di offenderla. E lei comunque prosegue. «Non ho niente a che vedere con quella saltimbanco! Suvvia, lei vede benissimo che io sono Madame de Pompadour! Mi lasci entrare».

Dicendo queste parole si mette a piangere. Vado per portarla all’infermeria, ma i suoi genitori mi intercettano al cancello del Trianon, la «piccola» era stata autorizzata a uscire il fine settimana e i due vegliardi avevano pensato che uno choc avrebbe potuto essere salutare, e poi la loro figlia voleva tanto vedere Versailles... Anche i giardini di oggi hanno i loro piccoli drammi.

Un giardino adolescente

Ho conosciuto tre Versailles. Prima c’era quella vecchiotta, ma bellissima, dei miei inizi. Alta, cupa e piena di alberi maestosi, è quella che ho amato: le prime passioni lasciano un segno indelebile. Questi giardini, che non scorderò mai, sono scomparsi nella famosa sera di dicembre 1999, lasciando posto alla Versailles sofferente e devastata che ho fatto tanti sforzi per guarire. Il parco rovinato aveva bisogno di tutti i giardinieri, e quindi di me.

 

L'Orangerie e, sullo sfondo, il Pièce d’Eau des Suisses

 

Oggi lascio giardini nascenti in cui trovo grazia, ma non ancora fascino: ci vorranno ancora molte cure e soprattutto molto tempo perché tornino a essere belli. Ma questo giovane parco promette bene, e io ne sono già fiero. Provo un curioso sentimento. So che ho compiuto la mia missione, che il parco è salvo, ma non mi sento più utile in questi giardini adolescenti e pieni di linfa, sento già che non mi appartengono più.

Quando torno sul mio passato, mi ricordo quei volti familiari, anonimi o celebri, che hanno segnato la mia carriera qui: alcune di queste persone, ahimè, sono morte, altre sono andate in pensione o sono partite verso altri giardini, tutte sono andate via. Un giorno sarà anche il mio turno e non lo rimpiango, perché questo tesoro che è Versailles non dovrebbe restare troppo nelle stesse mani.

 

Trianon, l'Hameau di Maria Antonietta

 

Avrei un desiderio, però: potere, il giorno della mia partenza, piantare un albero in ricordo di tutti gli operai, i terrazzieri, gli scultori e i giardinieri che hanno fatto il parco e che la Storia non ha ritenuto di dover ricordare. Sarà una quercia: una buona Quercus Robur, senza pretese, solida e maestosa, uno di quegli alberi detti volgari perché si trovano dappertutto in Francia, ma che sono in realtà infinitamente preziosi. La mia quercia, come tutti i suoi simili, sarà un albero libero, perché la specie non ha bisogno della mano dell’uomo per prosperare. Le auguro di vivere mille anni e più.

 

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Alain Baraton, Il giardiniere di Versailles, Skira Editore 2015, 224 pagine, 17 euro

La notte del 26 dicembre 1999 un’incredibile tempesta soffia sul Nord Europa. Al mattino, un uomo esce da un padiglione nel parco di Versailles per assistere impotente al terribile spettacolo di 18 mila alberi sradicati e di interi boschetti schiacciati dalla violenza degli elementi.

Quell’uomo è Alain Baraton, il giardiniere capo di Versailles, che inizia così il suo racconto di oltre trent’anni anni di lavoro in uno dei parchi più celebri al mondo, di cui ha studiato le vicende sul campo e negli archivi. Nessuno meglio di lui ne conosce e sa raccontare le storie – quelle note e quelle più nascoste – gli aneddoti, le curiosità, rievocando il lungo periodo che va da Luigi XIV ai nostri giorni.

Dopo le oltre 100 mila copie vendute in Francia, viene offerta anche al lettore italiano una piacevole passeggiata nella natura e nella storia, che delizierà gli appassionati di giardini e non solo.

Alain Baraton (La Celle-Saint-Cloud 1957) è uno dei giardinieri più conosciuti in Francia. Responsabile del parco di Versailles dal 1982, tiene una rubrica radiofonica ed è produttore della trasmissione La Main Verte (Il Pollice Verde), in onda su radio France Inter.

 

Il giardiniere capo Alain Baraton

 

«Per il Re Sole, le peonie non sfioriscono mai»
Intervista al giardiniere capo di Versailles
 
di Alberto Mattioli

Il primo giardiniere di Francia si chiama Alain Baraton. Dal 1982, governa con pugno di ferro e pollice verde il parco più celebre e celebrato del Paese, quello di Versailles. Negli intervalli, tiene una seguitissima rubrica radiofonica, compare spesso in tivù e scrive libri. Adesso esce in Italia Il giardiniere di Versailles, che è la storia, insieme, di una vita, la sua, e del giardino incantato nel quale l’ha vissuta, Versailles. In Francia, il libro è subito diventato un bestseller e ha venduto più di 100 mila copie. Curioso, però. Dal racconto non esce benissimo il primo dei predecessori di Baraton, André Le Nôtre, il giardiniere del Re Sole, l’uomo che creò il parco di Versailles, cui pure la Francia ha dedicato grandi festeggiamenti nel ’13 per i quattrocento anni dalla nascita.

Monsieur Baraton, perché Le Nôtre non le piace?
«Perché è stato un grande artista, ma senza qualità umane. Era il giardiniere del più grande Re del mondo, ha accumulato esperienze e saperi grandissimi, però non li ha insegnati a nessuno. Non ha scritto nulla, non aveva apprendisti, non ha creato una scuola. Io credo invece che chi ha un grande savoir faire abbia il dovere di trasmetterlo alle nuove generazioni».

Dei contemporanei di Le Nôtre invece chi le piace?
«Molière, moltissimo. Per la sua arte si è battuto, ha rischiato. Mettere in scena il Tartufo sfidando tutta la congrega dei devoti è stato un atto di coraggio non solo intellettuale ma personale. Le Nôtre era un cortigiano, Molière un artista».

Insomma, se non Le Nôtre, chi è il suo modello?
«Jean Baptiste de la Quintinie, l’uomo che per Luigi XIV creò l’orto del Re, che esiste ancora e dà ancora frutti. Amava il suo mestiere, riuscì a coltivare piante esotiche e straordinarie, fu insomma il più grande giardiniere del mondo. E insegnò agli altri quello che aveva imparato».

Veniamo al presente. Lei dice che il parco di Versailles è pieno di habitué. Chi sono?
«Ce ne sono di vari tipi. Intanto, molti abitanti della città di Versailles, che hanno imparato a camminare o ad andare in bicicletta nei vialetti del Re Sole e continuano a venirci tutti i giorni o quasi. Poi gli innamorati, perché per le coppiette è un posto ideale. E infine chi nel parco lavora: circa mille persone, di cui duecento ci vivono anche. Me compreso».

E i matti? Lei dedica qualche pagina spassosa anche a loro...
«Matti sì, ma innocui. C’è un tizio che si prende per Luigi XIV, e un’altra che una volta mi chiese altezzosa perché c’erano degli estranei che si aggiravano nel Grand Trianon: credeva di essere Maria Antonietta. E’ gente che ha la testa nel XVII e XVIII secolo, spesso perché li ha intensamente studiati, ma per nulla pericolosa e generalmente gentile. Per questo anche noi cerchiamo di essere gentili con loro».

Perché i francesi, a differenza degli italiani, sono così attenti a conservare il loro patrimonio?
«Paradossalmente, perché sono monarchici nell’anima. Hanno tagliato la testa al Re, ma continuano a pensare che Versailles sia casa sua. Quindi ci si muovono con molto rispetto, in punta di piedi».

Qual è l’uomo cui Versailles deve di più? Quale dei Luigi?
«Per questo luogo tutti hanno fatto qualcosa. Luigi XIII costruì il primo casino di caccia, Luigi XIV lo trasformò in quello che è adesso, Luigi XV edificò il Petit Trianon e Luigi XVI conservò il tutto, anche se la vera appassionata era sua moglie, Maria Antonietta, il cui teatrino privato è uno dei gioielli poco conosciuti del complesso. A Luigi Filippo si deve la trasformazione del castello in un museo. Ma il vero salvatore di Versailles si chiama Antoine Richard, anche se oggi nessuno lo ricorda. Era il giardiniere di Maria Antonietta e durante la Rivoluzione riuscì a salvare il parco, che i giacobini volevano lottizzare. Spiegò che i giardini dovevano servire a sfamare il popolo, ci piantò le patate e così li fece sopravvivere».

C’è un film apprezzabile, dei molti girati a Versailles?
«Direi Si Versailles m’était conté (titolo italiano: Versailles, uscito nel 1954, ndr) di Sacha Guitry. Pieno di anacronismi, ma realizzato quando ancora c’erano piante vecchissime poi scomparse. Una vera stampa d’epoca».

A proposito: qual è la pianta cui è più affezionato?
«Una quercia piantata nel 1683 davanti al Grand Trianon. È ancora in ottima salute. Viene davvero da pensare: se quest’albero potesse parlare...».

E le piante che le piacciono di più?
«Le peonie. Di una bellezza superba, con colori magnifici. Però fioriscono appena quindici giorni all’anno. Regalano un piacere intenso ma breve. Un fiore filosofico, direi».

È vero che a Versailles ha scoperto anche un passaggio segreto?
«No, due. Uno, in effetti, si è rivelato essere una fogna del Petit Trianon. L’altro è un vero tunnel, gigantesco, nel quale si può tranquillamente camminare in piedi. Però non c’è nulla di misterioso: serviva ad alimentare il complesso sistema di condotti che porta l’acqua alle fontane del parco. Non è servito per nessun intrigo di corte, insomma. Anche se, quando i rivoluzionari invasero il castello, Luigi XVI e Maria Antonietta avrebbero potuto tranquillamente usarlo per fuggire».

Perché dice di sentirsi come un quadro dell’Arcimboldo?
«Intanto perché adoro questo pittore. E poi perché sono a Versailles da 38 anni, mi sono impregnato del luogo, delle piante, dei fiori, delle fontane. Temo di stare diventando un personaggio storico anch’io».

Ha ancora tempo di stare sul terreno o è sempre in ufficio?
«Sono nel parco ogni mattina alle otto. Però è vero che in ufficio passo troppo tempo, alle prese con troppe carte».

Quando andrà in pensione, resterà a Versailles?
«No, andrò al sud, perché mia moglie ama il sole. Magari in Italia, dove vive una figlia. Lascerò Versailles senza rimpianti. Sono arrivato nel ‘76, ho visto il parco com’era, poi devastato dalla terribile tempesta del 1999, infine ripiantato. Ho il sentimento del lavoro compiuto. Ed è stato un gran bel lavoro». (La Stampa, 6 giugno 2015)

 


[Versailles : abattage du chêne de Marie... di ina

L'abbattimento della Quercia di Maria Antonietta. Risparmiata dalla tempesta del 1999, non è sopravvissuta alla canicola del 2003. Era stata piantata 322 anni prima. Ora il suo tronco giace a terra, esposto come un monumento.

«All’entrata del Trianon, il tronco immobile della Quercia di Maria Antonietta conserva in sé i momenti intensi e dolorosi che hanno conosciuto i giardini. Dall’alto dei suoi trentacinque metri, ha visto arrivare nel parco tutto ciò che oggi ci vive. Ha sentito il re discutere con Le Nôtre o piangere una giovane regina condannata troppo giovane a una morte ingiusta. Si sarà interrogato sui cento passi di un imperatore che a Versailles si annoiava. Era nato nel 1681 ed è morto nella canicola dell’estate 2003» (Alain Baraton)

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