Italia, parchi nazionali sotto tiro

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di Ivano Sartori

A che cosa servono le montagne? Alla difesa dei sacri confini, si è risposto a lungo. Sfortunato chi non ce l'ha, il baluardo orografico. Altra spiegazione: sono lì per avvicinarci a Dio, dalle loro vette puoi contemplare le meraviglie del Creato. Ascesa e ascensione sono parole più idonee di scalata. Più spirituali. Macché, i monti sono lì per sfidarci, per farsi conquistare. Perché l'ha fatto? Fu chiesto al neozelandese Edmund Hillary, reduce dalla conquista dell'Everest il 29 maggio 1953. E lui: «Perché era lì». Perché non poteva evitarlo. Quella risposta instaurò un rapporto più laico e pacifico con le altitudini. Si andava per andare. Ma siamo andati in troppi e troppo a lungo. I nefasti risvolti dell'invasione erano già stati avvertiti nell'Ottocento. Bisognava difendere la natura dall'uomo. Il Parco nazionale di Yellowstone, il primo negli Stati Uniti, fu istituito proprio a questo scopo, nel 1872. Da noi si arrivò con cinquant'anni di ritardo. Meno di un secolo fa.

Nel 1922, a distanza di pochi mesi l'uno dall'altro, furono istituiti, i parchi nazionali del Gran Paradiso e d'Abruzzo. Il primo, a cavallo di Valle d'Aosta e Piemonte. Il secondo con versanti anche in Lazio e Molise. Il Gran Paradiso è consacrato alla tutela dello stambecco, specie che si credeva estinta all'inizio del XIX secolo; il parco abruzzese, alla salvaguardia dell'orso bruno marsicano e del lupo, temibili nemici di greggi e pastori, oltre che del camoscio, riluttante commensale dei buongustai.

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Le vicissitudini dei due parchi e degli enti che li amministrano non hanno nulla dell'idillio agro-silvo-pastorale da cartolina o da rivista naturalistica illustrata. L'istituzione del Gran Paradiso fu una mossa propagandistica di Vittorio Emanuele III che donò allo Stato italiano la Riserva reale di caccia del Gran Paradiso, molto più estesa dell'area dell'attuale parco, nella quale era vietato ai sudditi uccidere animali selvatici per riservare al nonno Vittorio Emanuele II il privilegio di compiere periodiche stragi di stambecchi e trattenersi poi a conversare affabilmente in dialetto con valligiani, montanari e belle montanare.

L'articolo 1 del decreto legge afferma che scopo del parco è «conservare la fauna e la flora e di preservare le speciali formazioni geologiche, nonché la bellezza del paesaggio». Compiti difficili da subito. Negli anni Trenta il fascismo sostituì i vecchi guardaparco con la milizia nazionale forestale, costituita da piantagrane che il regime voleva togliersi di torno. Il Gran Paradiso divenne una sorta di piccolo inferno, una Siberia italiana dove si veniva spediti per punizione. La vigilanza perse d'efficacia, riprese il bracconaggio, spesso autorizzato sottobanco per rifornire di stambecchi e camosci le tavole delle autorità civili e militari. La guerra partigiana e la scarsità di viveri assottigliarono ulteriormente le fila della fauna. Tornata la pace, gli stambecchi sopravvissuti non erano più di quattrocento.

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Nel parco abruzzese, più che l'uomo cacciatore ha infierito l'homo faber, il costruttore di piste da sci e villette, il distruttore di foreste per allargare l'area del cemento. Una guerra condotta soprattutto negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, avversata da Franco Tassi, direttore del parco dal 1969 al 2002, che proprio quell'anno fu inguaiato in una fosca vicenda giudiziaria da cui uscì parecchi anni dopo. Innocente, ma emarginato. Del suo sogno di costruire un arcipelago di oasi naturalistiche, collegate da corridoi protetti non restano che le isole sparse dei parchi del Gran Sasso, dei Monti della Laga e della Majella, mentre si stringe l'assedio degli speculatori edilizi e dei politici che danno loro man forte.

A costoro non interessa che il Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise (denominazione assunta nel 2001) sia menzionato sulle guide Lonely Planet come uno dei cinque parchi più belli d'Europa. Aizzati da sindaci, onorevoli e parroci, che agitano i vessilli dell'economia locale e dello sviluppo turistico, i residenti chiedono alberghi, seggiovie e seconde case. Ad Alvito, uno dei paesi del parco, con vista superba sulle sue foreste, si trova la villa dell'ex governatore della Banca d'Italia Antonio Fazio, che, a differenza di Tassi, non è uscito indenne dalle sue vicissitudini giudiziarie.

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E poi a che cosa servono tutti quegli animali che, attirano sì i bambini e quegli eterni bambinoni dei naturalisti ma, santiddio, una volta l'apicoltore si trova l'orso davanti all'uscio di casa perché ha esaurito la sua scorta di miele, un'altra il pastore sorprende un lupo che scruta le sue pecore con aria allupata e così via. Piccoli episodi di cronaca, paure spesso infondate, che i giornali locali lanciano e quelli nazionali rilanciano. Che mettono in circolo l'adrenalina delle persone emotive e rimettono in moto ruspe e betoniere. «La sopravvivenza di un parco è legata al consenso di chi lo abita», ha scritto un rinomato zoologo su una prestigiosa rivista naturalistica. Beh, in questo momento il Parco nazionale d'Abruzzo, gode di maggiori consensi fuori che dentro i suoi confini.

Intanto, sul Gran Paradiso i ghiacciai si sciolgono e da una valle all'altra echeggia una parola d'ordine che fa scappare gli ungulati e rabbrividire gli ecologisti: «Solo la presenza dell'uomo, può salvare il Gran Paradiso». Un eufemismo per dire che pure lì vogliono costruire. La natura è superflua, l'uomo è indispensabile. Perciò è sempre meno naturale.

recacciatoreIl re cacciatore. Vittorio Emanuele II durante una battuta di caccia nel Parco del Gran Paradiso.

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