Il giro del mondo in 50 parole intraducibili

Pisan zapra è il tempo necessario a mangiare una banana in lingua malese

 

C'è il linguaggio delle parole, quello dei segni e quello dei disegni. Ella Frances Sanders, vent'anni e qualcosa, ha trovato un modo tanto efficace quanto delizioso per riunirli. Alle sue doti di scrittrice e illustratrice ha unito le curiosità combinate della linguista e dell'entomologa per scovare quei termini che, come insetti rari a rischio d'estinzione, si annidano nei dizionari sempre più poveri e omologati delle diverse lingue ufficiali del pianeta. Parole per tradurre le quali non basta una parola, neanche con l'appoggio di un aggettivo. No, occorre un'intera frase, un giro di parole. Sarebbe piaciuto a Cesare Zavattini sapere che c'è in circolazione una ragazza che, probabilmente senza sapere nulla di lui, indaga su chi ha il dono di tale sintesi linguistica. Stricarm' in d'na parola, ossia «stringermi in una parola», è il titolo di una sua poesia, nonché il suo obiettivo poetico.

 

Lost in translation_tiam

 

Nel libro di Ella, opportunamente intitolato Lost in translation, poiché tali termini vengono tradotti alla bell'e meglio oppure brutalmente espulsi con la scusa che sono intraducibili, scopriamo che i brasiliani hanno una parola per definire una carezza tra i capelli della persona amata; i finlandesi ne hanno una che indica la misura basata sul tragitto percorso da una renna prima che abbia necessità di fermarsi per tirare il fiato; gli hawaiani sanno come chiamare coloro che si dimenticano delle indicazioni stradali subito dopo averle ascoltate; gli australiani hanno un nome coniato apposta per chi ha l’abitudine di cercare qualcosa nell’acqua usando solo i piedi e così via.

 

Il segno lasciato sul tavolo da un bicchiere

 

Sono cinquanta le parole «intraducibili» raccolte da Ella, da lei illustrate, tradotte da Ilaria Piperno e pubblicate da Marcos y Marcos. Ve ne sono pure in italiano. Una è il verbo «commuovere», che pensavamo non necessitasse di tante parole per renderlo esportabile ovunque. Un'altra è «culaccino». Ne ignoravamo l'esistenza, probabilmente è di origine dialettale e uso regionale. Sta a indicare l'impronta lasciata da un bicchiere su un tavolo. Non crediamo che questo lemma abbia una versione tedesca. Lì, precisi come sono, hanno sempre l'avvertenza di mettere un sottobicchiere sotto il boccale traboccante di schiumosa birra.

 

La parola giapponese «komorebi» indica la luce del sole che filtra tra le foglie degli alberi

 

Per mettere insieme tante parole, Ella ha vissuto, «intenzionalmente» ci tiene a precisare, in vari Paesi. Tra gli ultimi, Marocco, Gran Bretagna e Svizzera. Dice di sé, parlando in terza persona sul suo blog: «Ella Frances Sanders è scrittrice per necessità e illustratrice per caso. Attualmente vive e lavora nella città di Bath, nel Regno Unito, senza un gatto».

 

Layout 1

 

Se in qualche parte del mondo esiste un termine per indicare la condizione di chi vive senza un gatto e senza pubblicare foto di gatti su Facebook, Ella saprà scoprirlo. Se non esiste, varrebbe la pena di inventarlo.

 

Ella Frances Sanders

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