Iran, qui predicò Zoroastro

Yazd, panorama della città vecchia

 

di Ivano Sartori

Hanno dato molto, hanno perso tutto. Nella Persia ribattezzata Iran sono stati derubati da ebrei, cristiani, islamici. Che con i frutti di quei saccheggi hanno costruito le rispettive dottrine, allargandosi in maniere diversamente aggressive.

Le torri del vento e le torri del silenzio
Gli zoroastriani sono stati monoteisti ben prima che scendessero in campo le tre religioni del Libro. Grosso modo, quattromila anni fa. La zona d’influenza del culto di Zoroastro si estendeva allora dalla Persia all’attuale Afghanistan, fino a quando, nel VII secolo, non arrivarono gli arabi che islamizzarono la Persia e li costrinsero ad abiurare, convertirsi, nascondersi, scappare. Persecuzioni e vessazioni non sono terminate. La repubblica islamica fa di tutto per spingere gli zoroastriani ai margini della società. Nessuno di loro può esercitare il mestiere di tipografo, per evitare che mani impure contaminino le sacre pagine del Corano. Lo scorso anno, la direttrice superzelante di una scuola costrinse gli alunni, tutti di religione zoroastriana, a recitare il Corano al posto dei loro testi sacri.

Quando zoroastrismo e islam s’incontrarono, all’inizio i musulmani si mostrarono tolleranti. Non durò a lungo. Chi crede in Allah signore assoluto non può tollerare a lungo una religione che, per quanto monoteista, ha tendenze animiste, considera sacri il fuoco e gli elementi naturali, ama gli animali. Uno zoroastriano che, per comprensibili motivi non vuole rivelare il proprio nome, ci confida: «Noi crediamo nel potere del pensiero e abbiamo difficoltà ad andare d’accordo con chi obbliga le donne a velarsi». Ha sette, tra fratelli e sorelle, emigrati negli Stati Uniti. Lui sta aspettando il visto. L’esodo continua.

 

 

Yazd. Sul tetto di questa casa, sei badgir, torri di ventilazione con cisterne d'acqua

 

 

In tutto l’Iran, sono rimasti solo in 30 mila a praticare il culto di Zoroastro. La maggior parte, circa quattromila, vive a Yazd città a circa 700 chilometri da Teheran. Che Marco Polo definì «nobile» nel suo diario di viaggio e per l’Unesco è una delle più antiche del mondo. Stretta tra il deserto di Dasht-e Kavir a nord e quello di Dasht-e Lut a sud, ha case color ocra e vicoli affondati nel buio delle loro ombre. I suoi abitanti si difendono dai persecutori come si difendono dal sole. Defilandosi. Richiudendosi in se stessi. Nei santuari tra le montagne.

Nelle case dai tetti piatti dominate dalle torri dei venti, i badgir, formidabili condizionatori di remotissima origine che fanno circolare l’aria e mantengono freschi gli interni anche quando fuori il caldo dà i numeri. E nelle dimore dei ricchi esistono addirittura le stanze per l’inverno e quelle per l’estate, per la primavera e per l’autunno. Case rifornite d’acqua dai qanat, canali sotterranei che deviano le acque delle sorgenti di montagna e il cui meccanismo costituisce ancora oggi un caso di scuola studiato nelle università del Paese.

All’ombra e nel fresco non si è mai essiccata la gracile pianta dello zoroastrismo. Fiorita soprattutto nel villaggio di Cham, a pochi chilometri da Yazd, dove tutti gli abitanti sono zoroastriani. È qui che si trovano le torri del silenzio, alte piattaforma di pietre e fango secco sulle quali venivano esposti un tempo i cadaveri destinati a essere preda degli avvoltoi. Fino a che, per motivi igienici, lo scià Mohammed Reza non finì per proibire un costume funebre che durava da millenni.

 

 

Torri del silenzio alla periferia di Yazd

 

 

Così parlò Zoroastro
Con il suo Così parlò Zarathustra, opera dal titolo tanto enigmatico e invitante quanto fuorviante, Friedrich Nietzsche ci ha un po’ confuso le idee. Il personaggio immaginario evocato dal filosofo tedesco non ha infatti nulla a che vedere con Zoroastro, il vero Zarathustra, di cui peraltro non si conoscono con certezza luogo e data di nascita. Fino a qualche tempo fa si credeva fosse vissuto intorno al VII secolo avanti Cristo. Gli studiosi hanno poi corretto il tiro, orientandosi tra la fine del II millennio e l'inizio del I. Studi più recenti lo collocano addirittura tra il XVIII e il XV secolo a. C., cioè nell'Età del Bronzo. Diciamo 3.800 anni fa e non se ne parli più. Un’epoca così lontana che cristiani e islamici hanno potuto depredarlo alla chetichella senza citare la fonte né versare diritti d’autore.

Zoroastro non si spacciava per profeta, non pretendeva di avere rapporti diretti con Dio, non faceva credere di essere suo figlio né il suo portavoce. L’area della sua predicazione si estendeva dalla Persia (oggi Iran) agli attuali Afghanistan e Turkmenistan. Più che una religione, la sua è una filosofia. Sembra una religione perché si fonda su un libro sacro, l'Avesta, e un unico dio, Ahura Mzda, il Signore Sapienza, che si manifesta nel fuoco, nell'aria, nell'acqua, oltre che in altri elementi naturali, ed è in conflitto permanente con Arimane suo temibile avversario. Lo zoroastrismo è un monoteismo dal cuore dualista: uno spirito positivo contro uno negativo, Bene e Male. Il Bene avrà la meglio, assicurava Zoroastro, solo se gli esseri umani si impegneranno nella battaglia in prima persona, osservando un corpus di precetti morali, la cui straordinaria modernità è per noi oggetto di ammirazione.

 

Il tempio zoroastriano del fuoco a Yazd

 

 

Zoroastro si era ribellato ai politeismi del suo tempo e alle loro assurde tradizioni. Odiava i sacrifici degli animali su cui campava la casta sacerdotale, riteneva i miracoli degli imbrogli, non pensava che dio fosse un commerciante che regalava parcelle di paradiso in cambio di adorazione. Predicava l'uguaglianza tra uomo e donna; condannava schiavitù e sottomissione; sosteneva che ogni essere umano deve contare sulle proprie forze, senza abbandonarsi al parassitismo o allo sfruttamento del prossimo, e che va lasciato libero di scegliere la propria strada. Giudicava la cultura e l'intelligenza le risorse più importanti per l'uomo, perciò gli adepti dovevano sforzarsi di acquisire le conoscenze e lo spirito della propria epoca di modo che la filosofia e la dottrina progredissero e si mantenessero dinamiche, al riparo da tentazioni retrograde.

La dottrina non doveva opporsi agli sviluppi della scienza ed entrare in conflitto con essa. Mentre, tra i primi cristiani, Celso predicava i benefici dell'ignoranza, nel Libro del consiglio di Zarathustra, testo successivo all'Avesta, si può leggere: «Sii diligente nell'acquisizione del sapere, poiché il sapere è seme della conoscenza, e il suo frutto è la sapienza». Nell'Avesta, ha scritto lo studioso Arnaldo Alberti, è l'uomo a interrogare Dio e la rivelazione non è «un dono spontaneo delle divinità, ma la conquista del pensiero umano».

Nessun dogma doveva interferire con la scienza e con la libertà individuale. La casa di Dio non è quella di pietra, ma il cuore dell'uomo. Oltre a ripudiare l'oppressione degli uomini, Zoroastro non ammetteva quella verso gli amati animali. Soprattutto i cani. Ahura Mazda, per bocca sua, raccomandava di preparare un'accogliente cuccia per la cagna incinta e di assisterla con amore fino a quando «i giovani cuccioli non fossero stati in grado di difendersi e di alimentarsi da soli». Guai a far loro del male. Chi uccide un cane, ammonisce il dio avestico, «uccide la sua stessa anima per nove generazioni» e non troverà salvezza. Sì, l'amore per gli animali, che sono i più indifesi, è una via che conduce al cielo.

 

 

Il faravahar, uno dei simboli più noti dello zoroastrismo, sul frontone del tempio del fuoco, a Yazd

 

 

Una filosofia distrutta dai preti
Lo zoroastrismo, uno dei primi monoteismi del mondo è stato il primo a promettere l'immortalità dell’anima a tutti gli esseri umani, salvo sentenza definitiva nel giudizio universale. Ha anticipato e ispirato l'ebraismo e il cristianesimo e, attraverso di essi, l’islam. «Negli studiosi occidentali c'è una certa tendenza a vedere l'Avesta con occhi cristiani, bisognerebbe invece vedere il cristianesimo attraverso l’Avesta», ha scritto il filosofo Anacleto Verrecchia. «Allora ci si accorgerebbe di quanto il cristianesimo sia indebitato con la religione iranica, dove c'è già tutto, dal messia al redentore, dagli angeli ai demoni, dal paradiso all'inferno».

A distruggere lo zoroastrismo provvidero prima i suoi preti, i cosiddetti magi, casta di cui facevano parte i supposti «re» di cui parla Matteo nel suo Vangelo. Poi i musulmani che invasero la Persia nel VII secolo costringendo i cosiddetti «adoratori del fuoco» all'esilio. Fuggiti dal Khorasan quando la mezzaluna islamica scacciò il sole di Ahura Mazda, guidati dal dastur (capo religioso) Nairyosangh, saggio astrologo, gli esuli raggiunsero l'India con le navi. Sbarcarono nel Gujarat, non lontano da Mumbai, dove chiesero ospitalità al re indù Jadi Rana. La leggenda racconta che il sovrano offrì ai profughi una tazza colma di latte dicendo: «Il mio regno è come questa tazza, di più non si può riempire».

L'astuto dastur tirò fuori allora dalla sua sacca un pizzico di zucchero e lo sciolse nella tazza: «Saremo come questo zucchero, che rende più dolce il latte senza farlo traboccare». Quindi Nairyosangh formulò la sacra promessa che ancora oggi distingue la fedeltà dei parsi (persiani), come vengono chiamati gli zoroastriani in India, al Paese che li accolse: «Hameh Hindustan ra yar bashim» (Resteremo amici dell'India intera). Chiosa la scrittrice parsi Bapsi Sidwa: «Quando indiani e pakistani si sono ammazzati per la spartizione del Paese, quando i sikh hanno lottato per l'autonomia, noi ci siamo tenuti in disparte, abbiamo aspettato che il sangue smettesse di scorrere. Nessuno ci fece del male. Siamo amati. Spendiamo molto in opere di carità. Non facciamo proseliti. La nostra religione è talmente diversa dalle altre che nessuno si sente messo in discussione».

 

 

Una zoroastriana bacia il portone del santuario di Chak Chak. Foto di Ebrahim Noroozi : Associated Press

 

 

Quel che resta dello zoroastrismo
Oggi i seguaci di Zoroastro non sono più di 200 mila in tutto il mondo. La metà circa vive in India. Gli altri sono disseminati tra Stati Uniti, Francia e Canada. I pochi rimasti in Iran sono tollerati ma sorvegliati a vista. Nei villaggi ormai svuotati sono rimasti solo i vecchi. I giovani o emigrano o si convertono all'islam per quieto vivere. Obbligati a sposarsi tra di loro e contrari al proselitismo, sono a rischio di estinzione. Trasgredì il divieto di sposare fedeli di altri religioni Firoze Gandhi (nessuna parentela con il Mahatma), marito di Indira, la figlia di Nehru. Sono indiani di origine parsi, il celebre direttore d'orchestra Zubin Mehta; la famiglia Tata, discendente da Jamsetji Tata, fondatore della famosa dinastia industriale indiana del ramo siderurgico, e la scrittrice Bapsi Sidhwa.

Lo era Freddy Mercury, al secolo Farrokh Bulsara, il cantante dei Queen, morto nel 1991 e sepolto con rito zoroastriano, ma non issato su una «torre del silenzio», per essere divorato dagli avvoltoi, come si usava un tempo. Non si fa più da quando gli avvoltoi si sono rarefatti. Però, dato che resta in vigore il comandamento di non contaminare la terra con la sepoltura e di non inquinare l'aria con la cremazione, i parsi si sono arresi al compromesso di foderare la tomba con il cemento. Anche in questo caso, lo zoroastrismo ripudia il conflitto con la modernità e si adegua ai tempi.

 

Zoroastriani (fotogalleria)

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